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Agosto. Mimetizzata su un rametto di prugnolo, la cicala canta. Sempre lo stesso suono che si inchioda ai timpani. “Sa nan cantu moru” dice, quasi scusandosi del fastidio che arreca. “Austu è u misi di cicali. | Lassatili cantari” dice una voce fuori campo che paragona l’assenza del canto della cicala alle notti di gennaio, quando il vento passa rabbioso a strappare il sonno dagli occhi e la sola musica che si può ascoltare è quella dei torrenti in piena. Come dire che il mondo ha bisogno di poesia perché è canto e incanto. E’ questo il succo della prima delle sedici poesie che costituiscono la nuova raccolta di versi di Giuseppe Cavarra dal titolo “U pueta” , con prefazione di Salvatore Di Marco.

Una sorta di prologo al poemetto che traccia quasi una carta di identità della figura del poeta e della poesia. Il poeta che “cuce scuce lima ricama”  è una miniera di parole in cui c’è tutto il bene e tutto il male del mondo. Parole dense, delle quali è soddisfatto soltanto quando in esse egli “sente il respiro dei fantasmi che gli ballano nella testa”. Infatti “Sa i palori nan nesciunu du cori | nun c’è pueta e mancu puisia”. Tuttavia i versi devono lasciare un segno tangibile nel lettore e non scorrere lisce come acqua sulle pietre. Il poeta deve lavorarle come fossero gemme. “Prima ca tiru fora ddu palori | l’ha pisari centu voti” (…) “Ogni vota ca na palora | trasi nto versu giusta giusta | u cori du pueta si rinfranca”. Sedici testi poetici che annettono la poesia ed anche il suo contrario mediante la rappresentazione scenica di personaggi che già col nome sintetizzano e stigmatizzano l’antitesi: Lassatifariammìa, Passujeu, Oracifazzuavidiricusugnu.

Il professore Cavarra, autore di numerose opere di saggistica, con questa raccolta giunge alla ottava opera poetica, delle quali tre in lingua e cinque in dialetto, “tutti, come afferma, fra l’altro, in prefazione Salvatore Di Marco, libri di straordinaria prestanza linguistica e d’incisiva suggestione lirica”.  Con “U pueta”, dunque, egli accresce di una ulteriore fronda l’albero millenario, radicato sul dialetto, della poesia siciliana.

Recensione
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