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Si respira una certa aria di gattopardismo in questo lungo racconto di Michele Manfredi Gigliotti. Non tanto perché il protagonista della storia si dichiara un fervente estimatore del romanzo di Tomasi di Lampedusa quanto perché, come il principe di Salina, anche il ragioniere Domenico La Calia ama fare degli affreschi sul carattere e sulle consuetudini dei siciliani. Anzi, per i trascorsi degli avi del protagonista (il nonno prima, il padre poi) che storicamente subentrano alle vecchie casate nobiliari, oserei dire che “Un caso insoluto” si candida ad essere interpretato come una possibile naturale evoluzione del “Gattopardo”.

Ma, a parte questo anello di congiunzione tra le due opere letterarie, occorre rilevare che la vicenda vissuta dal ragioniere La Calia è modernissima e assolutamente autonoma dall’altra. Una vicenda giudiziaria che si infila al collo del protagonista come un capestro.

Proprietario terriero fiduciosamente proiettato verso le innovazioni tecnologiche, Domenico La Calia, a causa della guerra che divora i suoi investimenti, ripiega verso un impiego bancario. Divenuto in seguito dirigente di agenzia che conduce vita integerrima, vittima delle apparenze, diventa principale accusato di un ingente ammanco della banca e si dibatte tentando di dimostrare la propria innocenza, senza, tuttavia, riuscire a convincere neanche il proprio valente avvocato. Così nell’attesa del processo, cerca di riuscire a scalfire il fardello accusatorio, che lo liberi dal cappio dell’infamia. Ma niente e nessuno sembra destinato a potere sovvertire un giudizio di colpevolezza.

Domenico La Calia sembra la vittima predestinata di un ciclo che si chiude. Il nonno, semianalfabeta ma intelligentissimo aveva per gli avvocati quasi una venerazione, attribuendo loro il potere di sovvertire il destino. Il padre poi, valentissimo oratore, da avvocato quale si era laureato, era divenuto senatore del regno. Egli, Domenico, invece, stava facendo la fine della mosca: impigliato nella ragnatela della giustizia. E così il mito della parola che modella a proprio piacimento i fatti subisce un tracollo perché anche la verità, talvolta, è vittima di discordanti apparenze.

Chissà se è proprio ciò che vuol dirci, con questo piacevole racconto, denso (ma senza saccenteria) di dottrina professionale, lo scrittore avvocato Manfredi Gigliotti…?

Oppure, che l’innocente ha sempre una estrema possibilità di sottrarsi all’ingiustizia?

Tuttavia, in barba a questi nostri dubbi, si può senz’altro dire che il racconto ha una stesura letteraria supportata dalla cultura legislativa dello scrittore. Un poco di sale sulla minestra, di certo, non guasta. Anzi.

Recensione
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