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Pare che una volta Albert Einstein si sia chiesto: “Perché c’è il mondo e non il nulla?” Se lo chiedeva da scienziato sapendo però che l’unico appiglio per una risposta poteva trovare luogo in uno spazio altro, non percepito fisicamente dall’uomo, lo spazio dell’anima che coltiva la fede nella trascendenza, ovvero lo spazio della coscienza di sé che interrogandosi immagina questo sé, dotato di pensiero, come “frutto” infinitesimale di una impalpabile Essenza appartenente ad una dimensione sconosciuta agli umani. La dimensione dell’impalpabile pensiero, sede della volontà creatrice. Una Essenza che implicitamente giustifica l’esistenza del mondo, provvista di armonia, filtro estetico dell’universo geneticamente ereditato dall’uomo.

Di tanto  e d’altro è convinto assertore il poeta Sandro Angelucci autore della raccolta Verticalità, edita da Book. Fedele al dettato dantesco che vede la ragione di ciò nell’Amor che move il Sole e l’altre stelle (Non vedi | che tutto torna a Lui | tutto si rinvergina | dopo essersi nutrito con l’Amore?) il poeta ripercorre l’umana avventura intrisa di inquietudine con versi che alternano domande a convinzioni: “Dove sei?| (…) | Ti cerco | come non sapessi | d’averti già trovato | (…) | Il mio presente, | è qui che stai vivendo? (Il lievito dei limiti, pag. 69). “Il tuo | è un vento di brughiere, carico degli umori di ambre primigenie | (…) | Lo ascolterò quando verrà a trovarmi | saremo soli in cima alla collina” (Sottovento, pag. 68).

Una essenza vitale, la cui estraniazione temporanea causata dalla assorbente e assordante rumorosità del mondo, a cui è dedita l’umanità, prosciuga il corpo dai suoi benefici influssi: “Dopo i giorni della promiscuità | ho voglia di ritornare solo, | tra i sussurri, | di riprendere pacato quel colloquio. | Come amo fare con la parola | che radica | e con forza si sostiene tra le crepe | dei muri sgretolati dal dolore” (Colloquio, pag. 38).  Si noti che, in subordine, è la poesia la seconda evocazione, balsamo alle ulcere del mondo. È la poesia, infatti, la sostanza nutritiva di una delle più liriche composizioni del libro, dedicata ad Aminah De Angelis: “Mi ha parlato con la tua voce il fiore | che ha bucato la terra | nella striscia di verde abbandonato | sotto la tua finestra | al terzo piano. | La prima viola | di questa primavera | quasi non nata | è già grondante di sudore, | già sola, già dimenticata (…) | E’ tutto nella voglia | di forare la crosta del terreno | il senso dell’essere poeti, | il tuo essere tu | il mio essere io, | il nostro | essere viole” (La prima viola, pag. 41).  È la poesia, dunque, un senso aggiunto ai canonici cinque che consente di esplorare il mondo col filtro estetico della fragile bellezza che, contemporaneamente, coglie la precarietà del solido e la solidità del tenue. Poesia che Angelucci intravede come innocente perenne rivelazione e dunque da difendere a tutti i costi dagli “artigli insanguinati dell’uomo – macchina”. E aggiunge: “E quando vagamente | - se accadrà - | la mia somiglierà | alla sua innocenza | potrà dirsi compiuto il mio cammino (Figlia poesia, pag. 40). Esplicativa, in tal senso, la composizione dal titolo Due sorrisi:  “Ho incontrato due bambini | tenevano per mano due sorrisi. | Dentro quegli occhi limpidi, | sui loro visi ho visto | sorgere ancora, intatto, | un Sole irraggiungibile. | Nel lampo degli sguardi | la vastità di oceani, | di cieli interminabili. | E l’estasi, | la luce folgorante | di stelle lontanissime”.

E tuttavia, questa di Sandro Angelucci, è una poesia non indenne da titubanze, facendo, queste ultime, capolino dietro la nube che nasconde il superiore disegno ma gli sprazzi di luce che il poeta cattura alleviano dall’ansia che talvolta sosta in agguato. “Così – come scriveva, nel 1918, Hermann Hesse – attraverso l’anima nostra | muta mille volte in pena e gioia | la luce di Dio, agisce e crea, | e noi la celebriamo come sole”.  Conclusione a cui l’indagine di Angelucci, prossimo alla meta, aspira di arrivare con altrettanta limpidezza.

Recensione
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