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Là dove core el me pensier in fuga

Personalità coltissima ed eclettica, Sandro Boato (Venezia, 1938 – Trento 2019) è stato un poeta dagli ampi orizzonti, benché non abbia ricercato mai la (vana)gloria del verso: ha composto in italiano, in dialetto veneziano e in altre lingue – e tradotto poeti di lingua inglese (tra cui Shakespeare e Wilde), francese, spagnola e portoghese. I suoi versi sono oggi pubblicati da Morcelliana nel volume Là dove core el me pensier in fuga, a cura di Odilia Zotta, con prefazione di Adriano Sofri e introduzione di Giuseppe Colangelo.

E' un libro che dà finalmente la possibilità al grande pubblico della poesia (grande in senso di nobiltà culturale) di poter leggere unitariamente i versi di questo poeta che – ricordando in questo Roberto Roversi e, nel suo ultimo periodo, Bino Rebellato – in vita scelse di pubblicare le sue poesie in fascicoletti o per minuscoli editori, facendole circolare solo per un pubblico affezionato di amici.

Come annota Giuseppe Colangelo nella sua nutrita introduzione, “la raccolta dell'intera opera poetica di Sandro Boato si apre con una sezione interamente incentrata su Venezia. La città de piera e de aqua... Non poteva essere diversamente. Venezia è la città natale del poeta, luogo dell'adolescenza, della giovinezza, della formazione e qui si sono venuti via via modellando i suoi stampi immaginativi”. Con essi i rumori e le melodie, in sincronia sinestesica con lo sguardo incantato della città dei Dogi: “El remo tòcia in aqua / ritocia, tocia ancora / scuro xe el rio, se sente / e quasi no se vede / calar el remo, l'aqua / vèrzarse a pian a pian / e po' serarse / drio de la barca”. Questo tociare (immergersi) del remo nell'acqua accompagna la notte e la vita di Venezia, le dona il ritmo di dolce malinconia (l'acqua si apre e si richiude piano, con leggera e magistrale lentezza dietro la piccola barca). Venezia è città di caligo (nebbia), di laguna e di luna che guarda un campiello, di luoghi noti e di silenzi, in versi che ricordano alcuni momenti panici della poesia di Mario Stefani. Ma è anche – sempre e da sempre - la città di un tempo soltanto suo, come in “A zonzo”: “Fra ponti e calli / fondamente e campielli / andare senza fretta / reincontrare se stessi”.

Impreziosita dai disegni di Matteo Boato, la raccolta sviscera diverse altre tematiche. Rilevanti i versi civili, che si affiancano all'impegno culturale e politico di Sandro Boato, architetto urbanista, per la salvaguardia dell'ambiente e dei centri storici. Per tutti, la prima strofa di “Palermo”: “Oh si potesse in una / tela raccogliere / le pietre offese / della città che fu / bizantina ed araba / normanna e ispanica: / di san Cataldo cupole / e san Giovanni, / la grande cattedrale / e il palazzo-fortezza / dei re normanni / e Cuba e Zisa / salvare / dallo sfacelo, dal disinteresse / del traffico, immondizia / edilizia abusiva / dal caos degli interessi / dall'omertà / che non sa e che non vede / quanto succede”. Il problema della qualità-bellezza della vita è intimamente unito a quello della genuinità dell'ambiente, dell'armonia dell'habitat umano: non a caso, una delle ultime composizioni del poeta è dedicata a Greta Thunberg, giovane pasionaria delle sorti del nostro pianeta.

In altre sezioni Boato canta della politica e della malattia, canta d'amore e compone anche dei leggeri sagaci divertissements: da veneziano, non potevano mancare versi dedicati ai gatti della sua città. Su tutti spicca il “gatasso” dell'omonima poesia: “'I pensa nel quartier / che mi sia cassador / de gate – zorno e note / ma so vècio oramai”.

Là dove core el me pensier in fuga ci porge l'opera di una vita: il compiersi tra dialettica e silenzi, nel mite pulsare dei versi, di una ricerca umana esistenziale e politica, dove l'autore si è proteso in un dialogo tra l'umanità e l'io, nello specchio degli ambienti e delle vicende spesso sconcertanti di questi ultimi decenni.

Recensione
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