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Poesie nei giorni dell’ansia

Le otto settimane (più due di appendice) di chiusura totale vissute in Italia dai primi di marzo a metà maggio, hanno contrassegnato la nostra primavera non posseduta; una rinuncia imposta e necessaria quanto imprevista e difficile, nelle tensioni dell’attesa, della solitudine, del nuovo inizio. Per molti artisti questo è sfociato nella scalpitante necessità di nuove riflessioni e creazioni.

E’ quanto è avvenuto con 41 poeti della Casa della poesia di Venezia che, coordinati da Paolo Balboni, hanno composto ognuno una poesia dettata dal vissuto imposto di una primavera confinata, che ha scosso e messo alla prova le fondamenta dell’io. Uno stato d’animo ben rappresentato dalla copertina del volumetto Poesie nei giorni dell’ansia (Supernova editrice), che propone Piazza San Marco vuota d’umanità, senza neppure le statue greche o gli sfondi di treni dei quadri del primo De Chirico. Un vuoto che segue la violentissima alluvione che lo scorso novembre aveva devastato la città, mentre pochi mesi prima l’incidente di una “grande nave” cha attraversava il Canal Grande aveva seriamente rischiato di distruggere edifici storicamente emblematici.

Nella lotta in contumacia contro il coronavirus, come scrive nella prefazione Paolo Balboni, “nella maggior parte delle poesie la ‘peste’ rimane sullo sfondo, uno stato d’animo presente ma non esibito, un evento che porta a mettere in discussione – esplicitamente, indirettamente, urlando, sussurrando – molte certezze, molte cose date per assodate”. Ecco l’istantanea di Lidia Are Caverni: “Sventola sul filo del giorno / di sole non è un panno steso / ad asciugare non è una bandiera / per la libertà è solo una mascherina”, mentre Isabella Albano avverte come “appaiono a poco a poco / sembianze dimenticate / poiché il vuoto e le assenze / hanno consentito loro di riaffiorare alla coscienza”. Lucia Guidorizzi canta la parola che avvicina al silenzio, Antonio Laneve la nuova percezione dello spazio, libero da clamori volgari; mentre Gilberto Gasparini ricorda chi ha avuto la peggio: “E ti portano all’ospedale / con esseri strani che sembrano alieni”.

In un confronto aspro e senza timore, Antonella Barina interroga poi la città sul suo destino: “Sul vaporetto di notte / assetata di pioggia sottile battente / con l’acqua che cresce annunciata a coprirci / vado da un lato all’altro del ponte / guardata male / come fossi l’ultima turista rimasta /… / vedute di palazzi – la Salute - / le bifore che mi ammaliavano / e avevo dimenticato / spintonata com’ero da zaini /invadenti franchi o teutonici / rincantucciata per fare spazio / a distese di valige giapponesi”. E’ il problema degli ultimi sessant’anni: è valsa la pena, per l’arricchimento delle classi commerciali (cittadine e non), svendere così la bellezza di Venezia? Le taglienti sciabolate primaverili di silenzio e solitudine condurranno ad un coraggioso ripensamento?

Recensione
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