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Lucilla e il senso della vita

Sola, pensosa, se ne stava Lucilla, seduta al tavolino di un remoto caffè di un piccolo paese chiamato “Pella”, collocato tra i monti che si affacciano ad Ovest del Lago d’Orta.

Giovane e graziosa, di media statura, snella, con un viso che disegnava un ovale perfetto, gli occhi chiari, i capelli neri, lunghi e ondulati.

Era una sera d’Aprile e una candida luna faceva capolino tra i rami di un albero in fiore, illuminando di pallido chiarore il suo volto quieto e pensoso. La giovane pensava al suo “ieri” che sempre la seguiva: quello bello, quello brutto, quello lieto, quello triste.

E mentre volgeva lo sguardo attonito alla bianca luna, faceva tra di sé la considerazione che il “suo presente” già diventava “ieri” e velocemente le sfuggiva come acqua di fonte che tra le dita rapida scorre , ma non le importava nulla: il presente non le diceva più niente ormai.

Aveva amato molto quel ragazzo settentrionale, dagli occhi verdi come lo splendido mare del suo paesello, laggiù nell’isola del Giglio.

Ed ora che lui non c’era più, assurdi si susseguivano i giorni, uno dopo l’altro e in un vivere che non era più vivere. Anzi per Lucilla non aveva più senso il vivere.

Uno stridor di freni, una macchia rossa sull’asfalto, un’inutile corsa all’ospedale cittadino.

Lui, i suoi magici occhi verdi, il suo bel fisico atletico, le sue grandi mani dalle dita affusolate, i baci appassionati, le carezze cariche d’amore, tutto sparito per sempre nell’ultimo giorno del mese di marzo.

Restava solo l’eco delle sue ultime parole “Ciao mio bel Ninin”; restava solo la scia del suo ultimo sorriso.

Le pareva quasi di avvertire ancora l’odore forte del profumo da lui solitamente usato.

Ma era solo un’illusione o forse non lo era; “forse lui qualche volta ritornava”.

Infatti, a volte, di sera o al mattino presto nella fase indefinita tra veglia e dormiveglia, le pareva di sentire il suo spirito aleggiare e vibrare accanto a lei nel silenzio della stanza vuota.

Ora che “lui” non c’era più le sembrava d’essere su una zattera, alla deriva; un fiore brutalmente reciso, trasportato chissà dove dagli infuriati elementi della vita.

Non riusciva ad accettare la tremenda realtà senza più la presenza del suo “lui”.

A volte aveva l’impressione di trovarsi sull’orlo di un precipizio, con la mente che si offuscava in pensieri torbidi.

Lo cercava, ma non lo trovava, voleva toccarlo ma non c’era più: irrimediabilmente non c’era più.

Annaspando nel buio della sua vita, gemente, cercava ancora di ritrovarne il senso perduto.

A volte succedeva che certi colori, certi odori, certi suoni le riportavano improvvisamente alla memoria, chiari e nitidi, pezzetti del passato.

E ogni volta era un doloroso tuffo al cuore.

A volte aveva l’impressione, tanto era grande la sua disperazione, che passato e presente si confondessero, come in un caleidoscopio di luci ed ombre che si intersecano, si sovrappongono, si scompongono in un gioco ammaliante e misterioso.

Solo quando era intenta al suo interessante e impegnativo lavoro di restauro di dipinti antichi, riusciva a dimenticare un po’ la dura realtà della sua vita senza più lui, senza più “il suo Davide”.

C’erano giorni in cui le sembrava d’essere come un’ombra.

Un’ombra che passa nel mare della vita come un soffio, fuggevolmente, come un’orma sulla sabbia, presto cancellata da un’onda improvvisa.

Spesso si ritrovava a meditare sul senso della vita che, come folgore improvvisa, ti rapina ciò che hai di più bello.

Passò un anno così Lucilla, in balìa di pensieri malinconici che invadevano la sua mente e il suo cuore.

Pian piano, giorno, dopo giorno elaborava dentro di sé il lutto della perdita di Davide.

Una notte fece uno strano sogno. Sognava di percorrere una stradina antica, lastronata con grossi ciottoli come certe antiche strade medievali: all’improvviso, si girò e vide Davide in fondo alla via, vestito d’azzurro, di un azzurro tenue, delicato; illuminato da una brillante fonte di luce dietro le sue spalle, sembrava un Angelo, un vero angelo.

Aveva le braccia spalancate e un sorriso radioso.

Lucilla, presa da una felicità incontenibile, gli corse incontro, letteralmente cadendo fra le sue braccia.

Si svegliò sentendo ancora in tutto il corpo il calore e la felicità di quell’abbraccio.

Non riusciva quasi a distinguere la realtà dal sogno (tanto sembrava vero).

Quel giorno, come ritemprata da una forza misteriosa, decise d’andarsene a zonzo per viottoli e stradine di campagna, con il desiderio di risentire i profumi dei fiori e delle piante nella primavera armai avanzata.

Aveva voglia di riempire ancora il cuore di vaghe speranze.

La ferita si stava rimarginando, anche se mai avrebbe potuto dimenticare “il suo Davide”.

Passarono ancora sei mesi. E un giorno: sentendosi fissata, alzò lo sguardo dalla tela che stava restaurando, incrociando lo sguardo di un giovane sconosciuto che la osservava interessato.

Gli occhi erano azzurrissimi e lo sguardo amichevole, colmo d’ammirazione per ciò che la giovane era intenta a fare.

Qualche giorno dopo, nel tramonto purpureo d’una magnifica giornata autunnale, passeggiavano insieme nel viale alberato del paese che pareva striato di pennellate d’oro in quell’ora particolare che pian piano cedeva il passo alle prime ombre serali.

La fiamma dell’Amore per la vita, nei mesi passati in lei ridotta a flebile lumicino sul punto di languire, finalmente riacquistava tono e vigore.

Lucilla, aveva acquistato anche una diversa maturità, sia pure attraverso il dolore, che le permetteva di approfondire meglio il senso della vita nascosto tre le pieghe misteriose delle vicende umane. Il Santo Natale ormai non era lontano e lei ricominciava a sognare una piccola culla dondolante con dentro un dolce bambino dagli occhi color del cielo…

Vedeva se stessa, accarezzare le minuscole manine di quel dolce bambino… Sarebbe stato il più bel Natale della sua vita, se le fosse stato concesso un così grande dono.

E questi delicati pensieri si riflettevano sul suo bel viso, illuminandolo nuovamente del bel sorriso che sembrava sparito per sempre.

Tra speranze e timori, ma con coraggio, Lucilla riprendeva quindi il cammino del nuovo periodo che la meravigliosa avventura della vita, pur con il suo fardello di esperienze dolorose, aveva per lei inaspettatamente riservato.

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