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L'illusione dei miei passi

Come Guillaume Apollinaire, Rafael Alberti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Henry Miller, Gunter Grass, Alberto Savinio – tanto per fare qualche nome – il poeta siriano Adonis (Ali Ahmad Esber) fa parte di quella schiera di letterati che viaggiano sul doppio binario della poesia e dell’arte. Direi, anzi, che in quest’operazione Adonis è più avvantaggiato degli altri, perché già la scrittura della sua lingua si presenta come un vero e proprio arabesco.

Adonis ama i collages. Su grandi fogli costruisce, attorno o sopra i versi, una sorta di mosaico con pezzi di papiri, fili, brandelli di tessuti, campiture spezzettate di colori, piccoli oggetti, altri segni grafici dipinti o incollati. Risultati? Un mélange di poesia e pittura fra dada e surrealismo, con effetti sorprendenti.

E veri e propri collages sono le poesie di Non ha età il segreto che racconta di noi, tratte da undici raccolte pubblicate a Beirut: Poesie prime (1957), Foglie nel vento (1961), Metamorfosi dell’amante (1962), Incantesimi per le città di al-Ghazali (1967), Il teatro e gli specchi (1968), Messa senza finalità, confusione delle probabilità (1978), Risonanze e origini (1979), Ecco il mio nome (1980), Il libro dell’assedio (1985), In onore del chiaro e dello scuro (1988) e L’inizio del corpo, la fine del mare (2003).

Per Adonis la poesia è una sorta di viaggio di un “ragazzo che corre nella memoria” – come recita il titolo di un componimento –; un viaggio perpetuo di un uomo, cui gli dei hanno dato il dono di guardare tutto, di fare domande e di interrogarsi con la meraviglia di un ragazzo (“La mia memoria e scesa dalla cima delle palme”; “Il mio sangue e figlio di domande”).

Viaggi verso Oriente, viaggi in uno specchio, viaggi sul mare, viaggi col vento (“Io vengo da lontano, / da un Paese di sterili radici, […] / sotto le spoglie di un criminale / e vi ho portato i venti della follia”), viaggi col padre (“Quando mio padre se ne andò / un campo divento arido / e una rondine mori di crepacuore”), viaggi nell’amore (“Gli innamorati gettano i loro nomi / nei calamai dove l’inchiostro conosce solo la loro morte”; “La conosco. / In due lampi d’occhi raccoglie l’universo”).

Le parole prendono corpo ed hanno il colore dell’acqua; un’acqua che “si accende e diventa fulmine, / lievita e fuoco”.

Il viaggio continua. L’incanto nasce ogni attimo, si muta in splendore. Alla fine un dubbio assale il poeta: “Scrivo – sono terrorizzato / e impazzisco e mi temono / persino l’inchiostro e i fogli / e chiedo a me stesso: sto realmente scrivendo o bruciando?”. Poi, travolto dalla passione e da un’ebbrezza infinita, cade in estasi: man mano che scrive, le lettere diventano donne che bisbigliano.

Ma un colpo di vento le porta via e il poeta si sveglia. L’illusione dei miei passi (Edizioni del Leone), appunto.

Recensione
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