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Cuore Improduttivo

il sasso nello stagno

Pubblicato in formato digitale e proposto in pdf da ‘Le stanze di carta’ (scaricabile gratuitamente alla pagina web: lestanzedicarta.blogspot.it - Progetto Liberi e-Book [Poesia - Prosa] - Volume a cura di: Ilaria Cino e Davide Morelli), Cuore Improduttivo è una raccolta di poesie e prose di Davide Morelli (Pontedera, 1972), che, come lo stesso autore afferma nella autocritica premessa alla lettura, “non ha nessuna ideologia di fondo particolare, ma ha sullo sfondo una problematica particolare: quella della disoccupazione” usando “una scrittura aforistica, scarna ed essenziale, che cerca di approdare ad un minimo di verità umana con i suoi versicoli.”

Una schiera di componimenti brevi (escludendo i primi tre che aprono l’opera sono tutti di quattro versi) e in rima accompagna il lettore per le prime trenta pagine, ponendosi in linea con l’attuale scrittura poetica, breve e di effetto, che, però, fa assumere ai versi l’aspetto di un gioco enigmistico, seppur ricercato, che mette in secondo piano gli argomenti e persino la drammaticità di alcuni di essi. I testi che seguono, pur accettando il senso ludico e l’esasperazione della condizione dichiarata in apertura nella premessa (la disoccupazione, appunto), rendono bene l’idea:

Caos

Sono contraddittorio e contradetto.
Il mio cervello è ormai negletto.
Ma mi rimane qualche stella fissa
nel caos, in questa caotica rissa.

Disoccupato

Mi dice che io sono fortunato
perché sono -ahimè- disoccupato.
Nessuno ora mi vessa né mi stressa,
anche se vivo una vita dimessa.

Passeggiate per Pontedera, mutando completamente la forma dei componimenti finora offerti al lettore, è un interessante e dettagliato poemetto, chiuso con la formula “Per oggi è tutto. Cordiali saluti”, ad indicare un certo tono diaristico-epistolare, tra intimismo e narrazione, che abbandona la rima per approdare, tra immagini e pensieri dettati al poeta da una camminata che acuisce i sensi, complice la forzata inattività, a intense riflessioni, il cui cuore pulsante è ravvisabile, alla mia lettura, in questi versi amari, nei quali si avverte tutta la drammaticità di una contemporaneità sapientemente intrecciata a momenti di romantico lirismo dettati dal luogo di origine del poeta: “[…] Abbiamo bisogno di tempo e futuro. / Dalle finestre battono i panni. / Sui muri nuovi slogan e amori. / Migliaia di storie si racchiudono / dietro cancelli, portoni, pareti. / Ascolto il battito di ali di rondini / che si fermano su quei tetti. / In questo luogo o in nessun luogo / saremo cittadini del mondo ed esuli. / Calpestiamo spesso queste foglie, / questo asfalto e questa terra. / Respiriamo spesso questa atmosfera. / Siamo amici di queste case e spazi. / Dovrebbe essere il nostro posto. / Abbiamo dato l’addio ad altri luoghi. / Dovrebbe essere il nostro tempo: / non possiamo rimandare di nuovo. / Non sappiamo quanto tempo ci resta. / Oggi non è neanche domenica. / È festa solo per noi disoccupati. / Oggi è un giorno che ci scorderemo. / Non c’è nulla di nuovo ormai. / Non c’è la fine del mondo oggi. / Tutto è ordinaria amministrazione.”

Seguono un cospicuo numero di poesie che sottopongono all’attenzione del lettore argomenti vari: una sorta di silloge nella silloge (ma si tenga presente che Cuore Improduttivo rimane una raccolta di poesie e prose), in cui il poeta si sofferma a pensare ad alta voce su motivi differenti, dalla cronaca alla stessa poesia, da momenti di vissuto a riflessioni post vitae, non abbandonando mai quella sorta di razionale tristezza - mi si passi l’espressione - di chi sa bene il momento umano e sociale che sta vivendo: “[…] Attendo comunque una schiarita. / È per questo che sono qui ed ora, / dove alberga la foschia. / Questa vita sembra un film già visto. / Impossibile trovare una via d’uscita. / Ognuno ha una ferita / che non sarà mai risarcita” (da Pezzo Facile).

Chiudono l’opera tredici prose, un collage di racconti brevi, in cui si susseguono episodi di vita, narrazioni di quotidiani vissuti, cenni di introspezione e a volte di difesa, emersioni di passato pennellate con velata malinconia tra cui spicca Le colline (di seguito riportato in toto), dove la figura paterna è motivo di acuta riflessione, storia, origine e meta, punto fermo a cui affidarsi nella difficile ammissione del presente. [Angela Greco]

“È sabato. Dobbiamo fare rifornimento di GPL. Fermiamoci al distributore. Speriamo che sia aperto. Prendiamo quella strada che porta alle colline. Quella strada tortuosa da cui si vedono i calanchi, una serie di agriturismi e le macchine parcheggiate di chi caccia i cinghiali. Tu vai sempre avanti, anche se ci sono molti bivi. Non ti distrarre a guardare gli aerei. Per questo motivo ci sono stati diversi incidenti. Non prendere per la discarica. Questa strada fatta di saliscendi continui. Questa strada trafficata da turisti stranieri. Ogni tanto si vede passare dei pullman di altre nazionalità. Queste colline in fiore che viste da lontano si stagliano contro il cielo terso. Queste colline inondate da raggi di sole obliqui a questa ora del giorno. Alla fine troveremo un borgo con un hotel di lusso e una casa colonica in fase di ristrutturazione. Non è assolutamente detto che un volto simmetrico sia più bello degli altri. Scusatemi se salto di palo in frasca. Sono solo libere associazioni nelle ore di libera uscita. Io stesso mi sono condannato alla prigionia. Deve essere divertente annodare dei fili di aquilone. Deve essere divertente calpestare castelli di sabbia prima che ci pensino le onde del mare. Giorno dopo giorno mi sono costruito la mia cella. Stai attento quando arrivi a Montaione perché ci sono degli anziani che passeggiano al bordo della strada. Un tempo stringevo i pugni nelle tasche dalla rabbia, mentre camminavo nella nebbia. Ora è scomparsa la rabbia ed è sopraggiunta la rassegnazione. Guarda le case, le strade. Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.”

Recensione
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