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Farandoletta - un sogno in Sicilia

il sasso nello stagno

Un cronista sportivo d’origine siciliana, che lavora presso un giornale del Nord, viene inviato dal suo direttore a Taormina, per scrivere un servizio sul ritrovamento d’un dipinto di Antonello da Messina esposto al pubblico per la prima volta. Egli, in tal modo, si trova catapultato in un universo che, per ragioni di lavoro, s’era lasciato alle spalle, ma del quale conserva un’inconscia nostalgia (tant’è vero che, sì, parla e scrive i suoi articoli in italiano, ma, quando riflette o racconta, lo fa nel dialetto materno).

L’impatto col paesaggio, la luce, i colori, i profumi dell’Isola, uniti all’incontro con strani personaggi e col vecchio pittore di carretti (che sembra conoscere vita, morte e miracoli del Maestro messinese) nella cui soffitta il dipinto è stato rinvenuto, lo irretiscono, via via, in una trama di sensazioni, di memorie, d’emozioni, che credeva ormai non gli appartenessero, e che, al contrario, come un fuoco nascosto dalla cenere, continuano a covargli dentro.

Eccolo, allora, ritrovarsi coinvolto in una controversa vicenda di dote, la cui destinataria è una giovane signora ispano-veneziana, che l’attrae sentimentalmente e gli lascia intendere d’essere l’incarnazione d’una dama uccisa secoli prima dal marito. Ed ecco che la verità si sfaccetta, nella narrazione, e ciò che appare evidente lascia sempre trapelare un suo lato oscuro che lo stravolge. Fino ad indurre lo stesso cronista a dubitare che tutto – viaggio, accadimenti, incontri, personaggi… – non sia che il frutto della sua immaginazione o, meglio, di quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti noi e i nostri sogni. (dal risvolto di copertina)

Più che una lettura è un’esperienza di lettura, questo romanzo di Franco Pappalardo La Rosa, critico letterario, giornalista, scrittore, saggista e poeta nato a Giarre, che ha studiato e vive a Torino dal 1963. Esperienza di lettura multisensoriale, che fa toccare con mano e con tutti gli altri sensi, una storia sospesa tra realtà reale e realtà onirica, perché tra le pagine di Farandoletta, si vive senza soluzione di continuità il sogno e il vero con la stessa intensità.

Tra gelsomini-stelle arabi e ricordi d’infanzia, la Sicilia jonica settentrionale - dall’aeroporto di Catania fino ai confini della provincia di Messina - è il vertice di un particolare triangolo, che nel suo disegnarsi nitido ad opera dei protagonisti, praticamente tange la periferia del territorio italiano, narrandone in un meta testo le vicissitudini dal Rinascimento ai giorni nostri, rimanendo immune dal divenire romanzo storico (seppur d’arte), ma usando echi e rimandi della Storia a supporto del nucleo incandescente di questa narrazione, ovvero la terra di Sicilia e il suo patrimonio.

Uno dei due protagonisti maschili è un siciliano trapiantato a Torino, evento che dall’Unità d’Italia ancora accade; l’altro, un uomo antico come la sua terra, della provincia di Messina, strano esperto d’arte; la protagonista è veneziana di nascita, ma cresciuta e coniugata in Spagna, con un anziano marito-padrone spagnolo sempre e solo citato, che al meglio è metafora della situazione vissuta dal Meridione d’Italia sotto i dominii spagnoli, appunto, nonché cronaca della realtà dello stesso luogo fino a non molti anni fa, sullo sfondo della libertina Venezia all’epoca del suo massimo splendore; l’ultimo o forse il primo personaggio è un dipinto di Antonello da Messina, un pretesto - usato con indubbia competenza, delicatezza e gentilezza, nel contesto di una storia d’amore vissuta tra persone in epoche differenti e tra le persone e gli stessi territori - che apre una porta sulla conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano, reale agente di unione tra persone abitanti territori diversi.

Il romanzo è caratterizzato dall’uso di differenti lingue, dal siciliano, allo spagnolo, al dialetto veneziano, al latino, con prevalenza del primo, non di difficile comprensione per chi abbia, negli ultimi vent’anni, seguito le indagini di un famoso commissario “di Vigata”; linguaggio, che, finanche nella scelta degli aggettivi, fa innamorare il lettore dei luoghi della narrazione, immergendolo totalmente negli scenari, nei dialoghi e persino nei pensieri dei protagonisti, come si fosse sempre in un angolino della scena, nascosti agi occhi di tutti, a vivere personalmente gli accadimenti.

La materia, oltre al sogno così ben racchiuso nel rimando shakesperiano della chiusa dell’aletta interna di copertina (quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti), è senza dubbio l’amore in un ampio senso del termine. Tra uomini e donne, per l’arte, per la famiglia che si è lasciata e ritrovata, ma soprattutto, tra le pagine di Farandoletta, non sfugge l’amore per la Trinacria, centro del Mediterraneo e del cuore dell’autore, terra di colori e contrasti forti, viva e tremante di natura vulcanica, che non si può dimenticare nemmeno col tempo e con i chilometri di distanza. Dieci capitoli, centosessanta pagine capaci di trattenere il lettore senza mai annoiarlo (dote rarissima e preziosa in narrativa), creando un piacere nell’attesa di voler conoscere e partecipare del seguito, rischiarati da sottili lampi di poesia in alcun esternazioni descrittive, precisi nella logica narrativa, chiarissimi nella conseguenza delle azioni e delle situazioni, in una struttura che si chiude esattamente come un cerchio magico, “un sogno in Sicilia”, come meglio non poteva dire il sottotitolo.

Un estratto

"Doppo, mentre cchiù 'ntenso traseva dai vitri abbasciati l'adure del mare, di botto s'astutaro tutte 'nsìmula le luci dell'alluminazione pubblica e, nta lo scuro spunnato dai fari della 127, lui si dicì mentalimente "Alcàntara!". E arrirì per quella palora mavarusa che riassumata gli era dalla prufunnità della propria carusanza."Alcàntara!". 'nfatti, 'mprecava sua matre -- ne sinteva quasi la vuci asprigna -- ogni vota che mancava la currente elettrica nta la via del Teatro(unn'era nasciuto), a Giarre, e 'l quartere scinneva nta lo scuro assuluto. "Alcàntara!", si sinteva ciuciuliare dal barcuneddho di supra e da quello di rimpetto, prima che accumparissero arrèri ai vitri e supra i pisòli le vampitte trantuluse delle lumere e delle cannile. E quella palora, che astutava la luce e la riaddhrumava, 'n lui 'l putere magico aveva sarbàto pure quanno, caruseddhro, aveva scupruto che 'l nome era del sciumiciattulo ch'alimentava 'n'anticuata centrale 'droelettrica, cui era culligata l'alluminazione pubblica e dumestica della zona: pure quanno aveva saputo che i "guasti", friquentissimi d'estate, dipinnevano dai "travagghi" notturni con i quali i mitatèri riviraschi diviavano abusivamente, a munte della centralina, le acque del sciumiciattulo per 'rrigare i lumieti e gli aranceti di Valdèmone e i Jardìni d'Allah...".

Recensione
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