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Stanze d’isola

il sasso nello stagno

E’ occorsa una notte di sonno pieno, utile e necessario ristoro, e un mattino limpido di sole nascente, a priori di qualsiasi altra incombenza, per riuscire a dire della lettura di questo libro di poesie. Anzi, di poesia, per quel legame tra i testi, che ne fanno un unicum, un poema, una narrazione in versi. Chiunque pensi di potersi accostare a stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo (Palermo, 1987; architetto che vive e lavora a Venezia), “opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0” con superficialità e il sempre poco tempo sottratto ad altro da fare ritenuto più importante, commette una ingiustizia, una dissacralità, verso se stesso e verso la poesia.

Si legge tutto d’un fiato appena giunge a casa, versi liberi con strutture sonore distese sulla pagina chiaramente, senza fingimenti o effetti speciali, accogliendolo, per la suggestione del titolo, come un piccolo (realmente è un formato A5) naufrago giunto chissà da quali altri lidi; subito catturati dall’atmosfera di teatro antico, dalle scene cesellate con mano d’artista, dallo scorrere del proprio tempo insieme con quello della storia narrata, incuranti d’essere in altra epoca e altro luogo, ci si trova lì, con la poesia, che raramente parla di un io singolare, volto soprattutto a sottolineare l’uno narrante, ma che si volge tutta completamente al plurale, fin dalla divisione delle sezioni (Prologo, Parodo, Epiparodo, Esodo) e che invita a questo plurale, alla partecipazione e all’azione. Quella di non perdere la memoria, le radici, l’appartenenza, elementi ormai labili in quel mondo 2.0 o forse più di cui nel titolo del Premio che ha dato vita a questa pubblicazione.

stanze d’isola (scritto proprio con la prima lettera minuscola) è una evocazione del mito senza essere poesia del mito e senza abusare dell’argomento per creare interesse, offrendo personaggi e situazioni mitologiche come sfoggio di argomentazioni colte per apparire; Gianluca (come lo chiamano a casa) ha altissima conoscenza e competenza di mitologia (il viaggio senza molto stare a pensarci su fa pendant con Odisseo e la sua sequela in ogni mente che ne legga), topografia, storia, geografia, architettura, letteratura e ben conosce per vissuto diretto un’altra storia, spesso figlia di un dio minore, quella del popolo, delle tradizioni, degli antenati non lontani, della tradizione delle città vecchie, fascinose di oralità e colori anche in senso metaforico e ne usa velatamente, evocandone senza mai l’arma impropria dell’essere diretto e sfacciato: “non basta un occhio sulla prora a far da casa” o “le dita che stendono i bordi / dei pomodori accartocciati” o, ancora, “sembra quasi di vederli / quei fili invisibili alle braccia”. Siamo a Sud fin dalla Grecia che emerge dal primo componimento, dove il “coreuta / lontano / dagli ulivi / dai teatri” dolcemente e docilmente avvisa, in una metafora usata, molto bene in questo caso, ma capace di essere retta con competenza e indiscutibile bravura fino alla fine del libro, “Dovevamo recitare uno spettacolo / ma abbiamo dimenticato di imparare la parte”. Subito ci assale, passando in rassegna in due soli versi, secoli di poesia, il dubbio sul nostro ruolo e sulla scena a cui non abbiamo partecipato e da Amleto a Pirandello l’interrogatorio che rivolgiamo contro noi stessi non smette di avere fine. Ma stanze d’isola è un canto intriso di nostalgia e ricordo, amore e lucidità, che si pone una meta nobile d’intenti - mettendo seriamene le distanze dalla consuetudine di violenza, con cui verrebbe da chiedere a gran voce reazione al popolo e a questa realtà in cui stiamo lentamente soccombendo come genere umano - irradiando un messaggio, coerente con tutto l’operato artistico e divulgativo dell’autore, di resistenza non violenta attraverso la conoscenza di quella famosa sequela di domande che hanno originato anche la filosofia, chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? ancorando le origini della nostra civiltà nell’Ellade e nei suoi insegnamenti.

Rileggendo senza soluzione di continuità i trentacinque componimenti (titolati con numeri romani in progressione) si partecipa a un arrivo, a una ricognizione dello stato dei luoghi, a un ritorno e ritrovo non identificabili esplicitamente in luoghi e tempi noti, per poi essere catapultati, con un cortocircuito degno di chi sembra del “mestiere” (ricordo che questo è, dopo Trittico d’esordio, antologia edita di tre autori del 2017, il primo libro di poesie di questo autore) nel presente e in un’area ben definita della Sicilia occidentale (Belice), affidando il cambio di tempo tra le pag.24 e 25 ad un verso in siciliano (“unne sunnu, unne fineru” ossia “dove sono, che fine fecero”) e a una esplicita citazione del luogo (“Al riaffacciarsi sul Belice”). Questo momento tra i componimenti XVI e XVII è anche lo spartiacque tra la Storia, con la maiuscola fin qui evocata anche nelle presenze mai nominate di personaggi omerici incastonati nei dettagli di una terra mediterranea antica e ancora attualissima, e la propria storia, fatta di ricordi d’infanzia rappresentati da un’abitazione, che, magistralmente, l’architetto dosa nei versi senza smancerie, né retorica, fornendo anche in questo caso una metafora, che permette la partecipazione del lettore, che si ritrova pienamente con l’autore (“Continuiamo a puntellare, dunque / fasciando con bende amorose / facciate d’infanzia.”), riflettendo sull’attualità di questo nostro patrimonio materiale e immateriale soggetto all’azione del tempo e dell’incuria fisica e spirituale, che necessita di essere puntellato per non crollare definitivamente.

Nei componimenti XVIII e XXV compare la prima persona, di cui accennato all’inizio di questa pur sempre insufficiente nota di lettura, ad accarezzare ricordi, nella consapevolezza della lontananza attuale e del fascino che i luoghi ricordati ancora esercitano, novello Odisseo, che resiste al canto fatale delle sirene, qui identificate nell’insetto effimero simbolo dell’estate (“Magari potessi riudire / il canto docile delle cicale. / Con queste mani mi lego / a un tronco d’ulivo”); prima persona che torna “a una casa di luce e di cotto / alle rughe legnose del mio tavolo / ai pensieri disegnati” alla realtà innestata nel ricordo dove quella stessa realtà nacque, che tenta l’uscita dall’ambito dello stabilito, del finto, per vivere nella natura la sua primaria essenza di abitante di queste terre meridionali (“E certe sere disertare il teatro / per cavea di grotte sull’orlo del Plemmirio / distendermi a braccia aperte sul calcare / misure di tempo da gomito a polso”). La prima persona, quasi a difendersi da sentimenti troppo grandi per non soccombere a essi, dura poco, pochissimo; subito torna ad essere un noi, il plurale e il coro che animano lo stesso libro (composizione XXVI: “Tornati, non sapevamo nulla / […] / Abbiamo guardato il gioco delle ombre / senza capirlo. // Il mare parlava da solo / fragore continuo. / La sera, stavamo alla finestra vuota / mangiando pane e olive.”) e che parla della terra senza nascondere nulla, dalle figure che la animano, a quelle che l’hanno animata nel passato e / o nel mito, sovrapposizione che non consente più distinzioni, di nessuna sorta, in un tutt’uno che culmina nell’Esodo, l’uscita definitiva dalla scena nel teatro greco antico, dove si dice, con il petto ampliato nella sua capacità respiratoria, “Quando i Ciclopi lasciarono l’isola / […] / senza voltarsi, piansero lacrime cispose.”

Un libro di cui si ringrazia l’autore e che dispiace finisca, stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo, al quale si promette e si mantiene la promessa di rileggerlo, scoprendo sempre nuovi spunti di riflessione nella densità di elementi, rarissima per un poeta così giovane - di termini-microuniversi usati con parsimoniosa esattezza senza scadere mai nell’ermeticità, di argomenti antichi e moderni sapientemente dosati, suggestioni investenti tutti i sensi, colori decisi e definiti come quella Sicilia che abita l’autore senza nascondimenti, sapori caratteristici e spesso dimenticati in questa globalizzazione forzata, profumi del mare figli del vento e della memoria e visioni ampissime e reali - che offre con tanta generosità e di cui risulta davvero difficile racchiudere tutto il sentire che ne scaturisce, in una nota di lettura, pur lunga come questa, ma sempre non esaustiva. [Angela Greco]

Estratti da stanze d’isola

V.

Nutriamo la cenere anche noi
piangendo nerità variopinte
cerchiamo consistenza
fiatando vapori vani
che non si miscelano
in fredde striature di luce.
Sfumano aloni d’intenzione
mentre sboccia d’indaco la notte.

XXI

Eccoli, i campi di grano sovraesposti
all’indistinto, le spighe distese
sulle anche, sui fianchi ritratti
le chiare polle d’acqua traspaiono
umidità affioranti, umori risplendenti
dalla profonda, femminea terra. Chi cova
indisturbato, indifferente al millennio
forse le serpi.

XXXIV.

Se un giorno, chiusa la conta del sale
salperemo con vele triangolari
sfuggiti al logorarsi delle carni
smembrato il coro per vie laterali

rinati all’affacciarsi sul sole
darà la gioia del mandorlo in fiore
l’aver vibrato fino al compimento

indossata la giusta voce e lasciato
nel tepore anche di una sola mente
un pane appena avvolto a lievitare.

Recensione
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