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Bruna

La storia di una donna che attraversa il ’900, nascendo in un paesino del Veneto e vivendo poi la sua piena maturità a Rovereto, è davvero interessante, sia perché fornisce un quadro ampio del «secolo breve», con riferimenti puntuali ai grandi eventi, sia perché ad essi affianca la vita quotidiana, nella sua semplicità, talvolta drammatica, talaltra divertente.
L’autrice ci fa conoscere, in ordine sparso, passando con disinvoltura dalla prima alla terza persona, la famiglia di origine di Bruna e la famiglia che la protagonista costruisce dopo aver fatto un sogno premonitore:

«…sto passeggiando in Piazza dei Signori a Vicenza quando le finestre dei palazzi cominciano a dilatarsi come per far entrare più luce, sembrano di gomma, poi guardo a terra e vedo un guanto nero da uomo, lo piglio, un calore mi sale dalla mano al corpo…intorno ci sono delle persone, mi scansano, scompaiono, resto sola, la piazza si svuota, ma dentro ho tanta felicità come avessi trovato un tesoro

La nuova famiglia è, come si direbbe oggi, «allargata», nel senso che il marito di Bruna è un vedovo con tre figli. Si chiama Rino ed è proprietario di un pastificio. Ai figli di Rino, poi, si aggiungono una nuora, un genero, dei nipoti…

Per la nostra sposa, pronta ad amare i figli del marito come suoi, è però molto difficile farsi accettare, dimostrare di non essere la «matrigna» che tutte le favole ci hanno descritto.

Bruna è così delicata e discreta che non invita nella sua nuova casa nemmeno le sue sorelle per non far pensare ai giovani figli di Rino che voglia invadere la loro casa e intromettersi nelle loro vite.

Accetta che i mobili della camera da letto rimangano gli stessi; sopporta le interferenze della cognata Isetta (con Isetta, rapace della tranquillità, le lettere tacquero tra i rami spogli); sostiene in ogni momento suo marito, dimostrandogli sempre tanto amore.

È ospitale e gentile: quando suona la sirena della fabbrica, apre le porte della casa per far entrare le operaie che desiderano riscaldare il cibo: «Il viavai era continuo, l’allegria anche».

«La stufa in ghisa si copriva di gamelle, le finestre s’imbiancavano di vapore. Le donne entravano in dieci, venti, trenta, quaranta …»

La nascita insperata di una bambina dà una svolta alla vita dei coniugi che si ritrovano genitori in un’età – soprattutto Rino – da nonni.

Le vicende si susseguono, come in tutte le famiglie, e la mite Bruna resiste anche a difficoltà e amarezze, fin quando teme di non farcela più, o di essere diventata inutile, e tenta il suicidio.

È la sua bambina a salvarle la vita e a darle la forza di ricominciare.

La bambina diventa una donna, il marito si ammala, i figli ormai adulti operano le loro scelte… tutto procede, inesorabilmente.

Anche Bruna ci lascia, mentre il mondo cambia e la fabbrica, che tante soddisfazioni aveva dato a Rino, deve essere venduta.

Il romanzo si chiude con naturalezza mentre Mariaeva, la figlia di Rino e Bruna, porta a casa la valigia dei ricordi e ripensa alla sua vita, guardando serenamente il futuro che le si apre davanti agli occhi.

La lettura di questo romanzo fa scoprire anche un’espressione linguistica affascinante, originale.

La Cielo, ad esempio, così descrive il passare del tempo:

Gli anni passarono.
Gli anni seguitarono a sciogliere le nevi, a far cadere i goccioloni sulle primavere, a falciare le erbe dell’estate.
Un autunno il freddo si mise il cappotto ed era già guerra.
Recensione
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