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Natura morta

Dal Big bang la parola di Ruffilli

Dal brodo primordiale all'uomo biologico:
solo la poesia sa «pronunciare» l'universo

Una pratica della scrittura che impressiona. Per la fedeltà, oltreché per l'alta qualità, che porta Paolo Ruffilli a proporci nuove pubblicazioni ad un ritmo sconosciuto agli altri. Ci pareva di avere appena affrontato la narrativa di Un'altra vita, Fazi 2010, che avevamo già nelle mani la poesia di Affari di cuore, Einaudi 2011. Poi ecco il romanzo storico L'isola e il sogno, Fazi 2011 e a rincorrerlo, ora, Natura morta, ancora poesia.

Il volume ha un incedere marxiano: dal generale al particolare, per poi fare ritorno al generale. È un risultato, se vogliamo, scontato, anche se non per questo meno affascinante: ciò che vale, se non addirittura ciò che «è», nell'Uomo e nella Storia, è la parola, che «è la vivida sorgente | da cui la conoscenza delle poche verità | del grande vero| che sono quelle eterne | dalla vena creativa | trae alimento | affidandosi alla vena | allusivo-evocativa | del simbolo | e dell'allegoria». E l'intelligenza umana? «La logica pura | concettuale | serve a poco o a niente | per spiegare».

Un libro in tre parti, l'ultimo di Ruffilli. La prima, anche dal titolo («Aforismi e frammenti da una Cosmogonia ritrovata») ci fa andare col pensiero a «Piccola cosmogonia portatile» di Raymond Queneau: il tentativo di fare della poesia la chiave interpretativa di tutto l'esistente.

Un andare del poeta dentro il Big Bang, frugarlo per cercarne il bandolo, «il senso». In quel «brodo germinale». Il poeta cerca, in questo modo, di sistemare le prime lettere di un alfabeto primordiale, ma sempiterno perché porta nel Dna la verità del tutto: che offrano almeno dei piccoli punti fermi in in questi anni di pensiero tiepido.

Dal generale al particolare. Così, nella seconda parte della raccolta ecco l'uomo, il suo quotidiano e il suo corpo, il suo bere e alimentarsi, i suoi rutti ed i gas da espellere. È la corsa della vita che non ha un senso in sé, che non offre risposte alle eterne domande se non nel suo eternizzarsi attraverso la nascita: «Solo tra le braccia | della vita che rinasce | si spegne la sete | di risposta al buffo del mistero».

È la parola che dice la realtà ma ciò si può solo avvicinare alla verità. Perché la verità semplicemente non esiste: «Estremo limite in | grandezza è il vuoto | il conto calcolato | al pelo degli zeri | il numero aumentato | dalla nientità | il filo che si fila | e attinge la cornice | senza mai esaurire | l'immutato scaturire: | il vuoto è la radice | del cielo e della terra» La vita stessa, alla fine, affonda nel vuoto: «A quell'estremo passo, | prima del salto a capofitto, della caduta | su reti a vapore».

Ciò che resta, quindi, in un viaggio che va dal Bing Bang ai gargarisni quotidiani davanti allo specchio è la parola. Il resto è vertigine di domande perché come diceva Kant «di non essere è impastata ogni cosa». O, per dirla in poesia «il corpo non si vuole | o pieno o vuoto, | perché la vita. | consiste appunto | nel margine sottile | che si dispone tra | il niente e la materia».

Solo la parola pub unire il tutto in un tragitto di conoscenza (l'interesse del poeta che «una formazione soprattutto di linguista», è «per gnosi»), i corpi cosmici ed i corpi vivi, nati da quel brodo germinale. Dall'infinito «emerge su dal fondo | esonda la parola | a rompere il silenzio | e pronunciare il mondo».

Alla parola Ruffilli dedica i versi più belli: «Ha filamenti lunghi | radicate e barbe nere | che pescano | nell'utero del tempo | tra le melme | di quel limo viscerale | che ha dato | soffio e corpo musicale | alle cose sconosciute | richiamandole così | come fuori sa se stesse».

Non una parola salvifica e nemmeno «una dimensione elegiaca, che per me non esiste proprio». Semmai brandelli di bellezza e verità: «Ecco il punto, la grazia sottile».

Annotazione: Paolo Ruffilli, probabilmente il più grande poeta italiano vivente, alla fine di Natura morta propone 17 pagine di «Appunti per una ipotesi di poetica» (per tornare al generale). E lì si sottrae al senso di ogni affiliazione. «La questione delle tradizioni – scrive – ho l'impressione che sia un problema soprattutto della critica e di quella italiana in particolare. Dunque, che importanza può avere che prevalgano le tradizioni lunghe o quelle corte, il montalismo o il serenismo? La poesia contemporanea non è né più forte né più debole di quella che la precede nel tempo. Anche perché la poesia non è mai poesia in senso "collettivo"». Ma questa è la sua lettura della sua poetica.

Noi rimaniamo dell'idea che Ruffilli, nonostante la sua splendida battaglia combattuta tutta fuori dai salotti letterari e dai finti premi (cosa che ne fa un animale raro in questa Italia in cui anche la poesia e la scrittura sono cose di clientele e conoscenza) sia l'ultima grande voce di una tradizione italiana che durante il '900 ha corso  parallela ad altre senza farle proprie.

Intendiamo la rivoluzione in poesia dei russi (Majakovshji, Esenin ma anche la Cvetaeva), o quella degli americani (Pound, Williams, Ginsberg).

La parola di Ruffilli continua sulla scia di Saba e Ungaretti se non proprio di Montale e Quasimodo.

23 ottobre 2012

Recensione
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