Servizi
Contatti

Eventi


I dettagli sono Importanti. Dodici racconti italiani

“Sopra di lui una farfalla si librava”: la poesia gentile nei racconti di Enrico Grandesso

Per introdurre un suo breve saggio su Thérèse et les Spiritains, pubblicato in “Histoire et Missions chrétiennes” del settembre 2010, Paul Coulon cita l’ultimo romanzo della Comédie humaine di Honoré de Balzac, il cui titolo “misterioso” suona L’Envers de l’histoire contemporaine.

Dopo avere rappresentato la vasta scena parigina dei vizi, delle ambizioni, dell’estremo decadere dell’umanità attraverso tipi umani ricorrenti, Balzac, sottolinea Coulon, mostra che un altro flusso attraversa invisibilmente Parigi, il fluire del bene.

Peraltro una delle caratteristiche della scrittura balzachiana che colpisce i suoi lettori è il ritorno dei personaggi da un romanzo a un altro: “La Commedia umana –scrive Bernard Pingaud nella Introduzione a L’envers - è lei stessa il prodotto di un complotto ordito sovranamente dall'autore da quando ha avuto l'idea di creare l'associazione immaginaria di personaggi che permette il loro ritorno da un libro all’altro. A partire da questo, si potrebbe imbastire tutta una teoria della finzione e mostrare che il romanzo balzachiano non somigli molto all’amalgama di piatto realismo e di romanzesco sbrigliato che spesso si intende con questo nome. Ma questa sarebbe un'altra storia, non meno segreta, qualcosa come l'inverso di un'opera”[1].

O, potremmo aggiungere, l’inverso di una storia, e, in crescendo, l’inverso della storia.

Lasciamo Balzac al suo destino di critici, interpreti e lettori per avvicinarci a un libro che quasi istintivamente ce lo richiamava. I “racconti italiani” di Enrico Grandesso - “italiani”, come “parigine” in un certo senso erano le storie di Balzac: occorre sottolinearlo perché come suona il titolo del libro di Grandesso i dettagli sono importanti - introduce il lettore in una galleria umana fatta di figure che si stagliano, profili che si intrecciano, colorata dei molti “parlari” che caratterizzano e descrivono la struttura pensante dei personaggi: dai dialetti, alle espressioni gergali prese dalla vita di ogni giorno, un coacervo di contaminazioni, echeggiamenti culturali e sonori di lingue diverse, distorti, “mescidati”, volutamente senza pretesa di purezze filologiche o diacritiche per conservarne tutta intera la vivace “inafferrabilità”.

Si parla nei racconti di Grandesso: si parla di tutto, del tempo, della politica, con scetticismo, con ironia, della vita di paese, delle piccole o grandi ipocrisie, delle speranze e dei ricordi, degli amori desiderati, degli amori finiti, del grande capo, delle miserie e delle vanità umane. Discorsi buttati lì, senza impegno talora, ma sempre calzanti e sapidi, qualche volta infarciti di volgarità vera (di uomini e di donne e quasi sempre impregnati di una immediatezza che non tollera raffinamenti. Discorsi ascoltati, discorsi e parolacce esibiti.

Parlano i personaggi dei racconti di Grandesso, e sono loro stessi, in pratica a fare il racconto, dialogando, rappresentando situazioni e caratterizzando non solo se stessi ma anche le altre figure della storia, facendole rivivere molto più di quanto non faccia la “voce narrante” dell’autore che si insinua di tanto in tanto ma senza prevalere; essi entrano sulla scena quasi senza farsi chiamare, talvolta anche escono dal racconto senza che se ne sappia più il destino; il racconto semplicemente rimane aperto, come la vita, entrano personaggi diversi da quelli su cui il racconto sembrava incentrarsi.

Sguardi ammiccanti, di donne e di uomini, locali da sballo, vite che non si incontrano o che ”stanno solitarie ad attendere che qualcuno si accorga del loro essere”, paesaggi e silenzi, e la suorina del gruppo disabili che, con gesto gentile rivolto al cielo, dice al giornalista improvvisamente diventato “una personalità” per l’animo di quei semplici: “E’ dove il silenzio è più profondo che si manifesta Dio”.

Feste di compleanno fra amici, brandelli di vita che passano, tra strepiti e silenzi.

Una galleria umana, si diceva, facendo il verso alla “commedia umana” di Balzac per poi cominciare a distaccarsi da quella suggestione, che come vedremo, risulterà chiave di lettura proprio per allontanarsene. Difficile, anzi impossibile, dare anche un piccolo saggio di ciò che il lettore potrà incontrare e vivere: un cameriere/locandiere si fa beffe del professore universitario fighetto, che crede di imbarazzarlo parlandogli in inglese: “Lassa perder Toni, era la voce del dio lavoro, xe zente che non conosse ne mi ne ti”. La coda alla toilette dopo un sontuoso pasto: c’è anche chi “ne usciva fiero come da un passaggio di vita”.

La dimensione del ricordo vive anche nella percezione. Spesso la vita a cui si guarda con nostalgia, da cui viene ancora un rossore per un primo incontro innamorato e sessuato (“Dai, zovane, cossa te xe capità?!”) è cambiata: “Sai Dixie (è il nome del cane, compagno di riflessione a cui il personaggio si rivolge) quella vita oggi si è resettata”. Il passaggio dal dialetto del cuore all’italiano inglesizzato del gergo computazionale dà il senso realistico di un ben altro passaggio di vita. La dimensione del ricordo popola le solitudini “nel ritmo delle onde e delle speranze insonni”: ricordo di un amore e di un tradimento.

Sono come agglutinati nel linguaggio e nelle storie tratti di ambiente, situazioni, emozioni e volti. “Come va?” Chiede Manuel, di una cui simpatia si era illusa la giovane insegnante in cerca d’amore. Ne era stata volgarmente delusa: “Bene” risponde lei. Due sillabe, “ma il pianto durò giorni nel suo appartamento da cui non voleva sortirsene più (si noti la ricercatezza di questo sortirsene contro la superficialità volgare di Manuel) mentre guardava i poster con i disegni di Raffaello e di Renoir e i cd di Chopin”. Il lettore avverte la musica i colori che avvolgono quel pianto. “Verso fine luglio era piombata la calura, come un cavaliere nero”; “Ferragosto: l’asfalto sembrava di pece; nessuna brezza dai giardini che la sera respiravano di chiacchiere e sorrisi, pettegolezzi e bambini irrequieti, spicchi del comun vivere”. E’ “il non tempo solitario dell’estate in città”. Ci sono vite solitarie, il grande spazio segnato dal ritmo della natura; e, sempre colonna sonora, “il comun vivere”.

Si incontrano poi due baristi che odiano i negri, ma vengono derubati del portafoglio lasciato sul bancone da un “intellettuale” tedesco (anzi austriaco, ma “va ben, Austria o Germania, sempre estero è”): c’è un “estero” che dovrebbe essere buono e uno straniero che è cattivo.

A Ferragosto un politico tiene il suo discorso con grande pompa, accompagnato da una soubrette: il suo messaggio è: “GLI OTTIMISTI VIVONO SEMPRE BENE”. E intanto uno di quei poveretti che hanno lavorato duro per preparargli la scena sta per perdere il posto, punito non si sa bene di che. Mentre “per una strana scompigliatura del destino, il cielo si stava rannuvolando... ma la politica non poteva cedere il passo a ineffabili istanze romantiche”.

C’è il Divo che a malavoglia accetta di presentare una stagione teatrale in una nota città: “Lui stava a Roma perché occorreva essere presenti a una presentazione? Lo diceva il contratto e dai con ‘sto contratto, non si poteva riscrivere?” Il Divo non si preoccupa di un ritardo incalcolabile nel presentarsi al suo pubblico mentre si giocherella con la compagna in un caffè. Stacchi di discorsi volano nell’aria, fra la gente che lo aspetta, fra coloro che hanno la responsabilità dell’organizzazione.

Quando infine arriva il suo discorso parla di etica, lavoro, impegno, giovani, spropositi “shakespeariani”: il Divo confonde testi e origine (si legga la nota dell’autore, sembra che non sia stato lui, l’autore a metterglieli sulle labbra ma che come semplice spettatore li abbia annotati): uno sproloquio di banalità, di personale autoincensamento (non manca la citazione del reading a New York il giorno prima). In Veneto, egli dice “si ha cultura ma non certo come a Roma”; “Ricordati –gli diceva la Mamma, più volte citata, (i Divi amano commuovere il pubblico con riferimenti familiari, specialmente alla Mamma) nella campagna ci sono le capre, a Cinecittà in via Veneto in Via Nazionale c’è la grande arte”. “E’ vero”, egli ammette, lasciandosi suggestionare da quella assonanza fra il Veneto e via Veneto “arrivando qui ieri nel tragitto dall’aeroporto all’hotel io e Ute, la mia signora, abbiamo visto fabbricati industrie strade insomma elementi di civiltà”. Ammissione che forse risolleva (o forse no?) l’animo del pubblico il quale per nulla indignato dell’attesa e delle volgarità infine applaude, senza che manchi neppure qualche lacrimuccia di commozione.

Ma il male e la volgarità hanno il loro contrario. C’è l’amicizia. C’è l’affratellarsi con il Nero in un pensiero di speranza e di bontà, e la bontà che prevale sul cinismo di chi non ha neppure rispetto per la morte, un suicidio, capitato nel mezzo di un pianificato godimento e interesse che necessariamente (“che rabbia”) devono essere annullati: “E pensare che stasera avremmo dovuto vederci a cena con le nostre signore e avevo già prenotato al… si figuri l’imbarazzo a dover disdire nel migliore ristorante della città per questo motivo - e fremeva di un misto tra disgusto e sconforto - “ma come si fa?” (sottinteso: a suicidarsi prima di un tale evento!).

L’autore stesso diventa qualche volta personaggio e narra un suo cammino. Nei portici di Padova “tensioni e quartieri differenti vivono a distanza di un angolo; gioie e rancori incomparabili rischiano di incontrarsi senza sapersi parlare”. Quando infine si incontrano “le cascatelle di ponte Sant’Agostino, umili e ricche di un borbottio il cui lamento si eleva disvelato e leggero in luminoso silenzio”, “è la bellezza che non si dichiara né splende, emana bensì nel palpito sospeso, fiamma nel lucore che ti guarda e accompagna”.

Così l’autore/personaggio si concede qualche momento di pausa per ritornare alla grande galleria che gli si rappresenta sempre più nella mente oltre che sulla scena di uno spazio sostanzialmente “piccolo”, dove i personaggi si trovano a loro agio, nel loro dettaglio.

Ancora feste da sballo mischiate a “qualcosa di romantico”, incontri passeggeri che comunque lasciano segni strani, vuoto, notti, l'amore che sembra iniziare e finisce senza perché, abbandono, vendette insulse. Questa volto sono loro, le ragazze, che la “danno buca” al maschio, allontanatosi per la toilette – la toilette ha spesso un ruolo quasi da protagonista nei colpi di scena di alcuni racconti.

Poi lo spazio si allarga. Un poveretto, Pio, tradito nelle sue legittime aspirazioni di ascesa sociale, derubato, apre il racconto, poi se ne va. E’ entrato nell’intreccio solo per dirci che qualcosa di “grande” incombe. Il grande furto delle vite, il Male, il guadagno (l’argent di Balzac). Il racconto si intitola “Fare”. Sono tre coprotagonisti: Pio, derubato e desideroso di vendetta, ridotto al silenzio; il Potente divenuto ricchissimo, considerato “il profeta della crescita del Terzo Millennio” fino al momento del crac che dovrebbe portarlo in tribunale; la “Grande Mente” il “Genio unanimemente riconosciuto, che sapeva risolvere i casi difficili” organizzando fughe, coprendo identità, contraffacendo verità. Il Profeta è ora in sua completa balia. A questa Grande Mente, Grandesso affida un complesso momento di riflessione filosofica. La grandezza della filosofia e il suo potenziale di errore stanno insieme nelle figure dell’intelligenza e del demoniaco.

Non si può non citare. La Grande Mente parla al Profeta della Crescita: “Un pensatore ebreo, Elias Canetti, che perfino il vostro amabile vescovo ha citato in chiesa domenica scorsa nella sua omelia, durante la seconda guerra mondiale scrisse che gli uomini avevano perso contatto con la misura delle cose. Eccovi qui, sempre legati alla misura e alla sua trasgressione: come se vi fosse un essere a cui riferirne, magari lasciandogli bere del vino nei momenti giusti come Ulisse con Polifemo, per arrivare a raggirarlo sul verdetto finale. Ma non esiste alcun essere; e neppure l’avere può raffigurarsi come la meta: perché è una consecuzione, una condizione statica, inerte come un verme. L’unica meta pregevole perché concreta, dinamica, vitale è il fare: e l’unico metodo, la sola via privilegiata è la perfezione del fatto. Solo il fare perfetto posa i tasselli dell’ebbrezza dell’atto, della padronanza del ritmo, di aver reso schiavo il tempo - e con esso lo spazio, che al tempo obbedisce perché ne è la proiezione. Solo la padronanza dell’azione perfetta impone chi è superiore alla subspecie degli umani. […] Vae victis! dicevano gli antichi Romani e con loro Brenno che conquistò Roma”. (pp.119-120).

Anche chi non abbia nel suo bagaglio un po’ di letture filosofiche si smarrirà, se non vorrà accettarla come dato di fatto antropologico e quindi tale da non potersi indignare reagendo, col pensiero, con la forza del lavoro e della ricerca, di fronte alle affermazioni più dure nel discorso. La ciclicità e la crudeltà della storia: il vincitore di un tempo è il vinto di poi e soggiace alla stessa legge crudele che “l’unico diritto è il Potere”. Qui viene messo in luce tutto il complesso rapporto fra potere e diritto, che in verità una cultura giuridica opposta alla cultura politica potrebbe capovolgere affermando che ogni diritto è un potere; lo sfondo problematico è la società della Performance, del Fare, elevato a cammino di perfezione, il quale però, non meno che la società della “misura” (e quale sarebbe poi la vera differenza?) piega l’intelligenza alle necessità del raggiro, come nell’inganno con cui Ulisse piegò Polifemo.

Altrimenti… si intitola Altrimenti l’ultimo racconto del libro. Un Envers delle sue storie? E’ l’ultimo riferimento a Balzac proprio per abbandonare defintivamente la suggestione iniziale. Lo facciamo perché la visione di Grandesso sia rilevata nel suo diverso e originale valore.

Questo racconto, che conclude il volume, è dedicato “a Laura, a Ido a Fed a tutti i resilienti dell’Italia”. Anche qui non possiamo non citare: “Ci fu un tempo in cui le parole si staccarono dalla superficie delle strade. Iniziarono con battiti sempre più frequenti a muoversi più in alto, forse per spiare meglio qualche nuvola, per poter scorrere tra le vene del cielo, o per farsi meglio indorare dal sole. E ci furono attimi in cui gli occhi si avvicinarono alle parole, le pupille si posarono sulle consonanti, le iridi si accoccolarono sulle vocali, le ciglia sfiorarono in un sorriso gli accenti – in un senzatempo sospeso, mai visto, mai conosciuto, mai calcolato, ma silenzioso e vero in ogni essere, vivo di luce, pronto a manifestarsi in chi sia pronto a ospitarlo e donarlo. Oltre la perdita. E il dolore” (p.126).

La storia racconta di una perdita, della lotta per riscuotersi attraverso il lavoro, di un progetto, di un’amicizia, di letture pubbliche in una biblioteca. Un incontro, un amore che si consolida e un altro che forse per qualche attimo sfiora l’anima con parole intense, vere, poi se ne va, svanisce come una nuvola. Lui “guardò e scrutò per bene tutt’intorno: nulla. Poco sopra di lui una farfalla si librava” (p.144).

“Ebbene, dopo essersi staccate a volte le parole ritornano sulle strade, negli angoli dei portici, sulle sedie e nei chioschi delle piazze, sfiorano le onde nel loro vagare, la maestosità dei monti l’odore della terra, su la schiuma delle nuvole su la pioggia spessa e smorta, o tra strie di sole, in una brezza in un suono attraversano chi sia pronto ad accoglierle. Inseguendo ricercandone il senso, i sogni, l’eco profonda, il suo sciogliersi arreso rischiarato da una stella spezzata; senza mai cedere, seguitando oltre il senso ad esplorare: nella ferita lacerante, oltre la perdita e il dolore, oltre l’azzardo senza perdono dell’ignoto, nel respiro qui di ogni istante indefinito senzatempo”. (p.145)

Questo libro, in cui la poesia sorprende ad ogni passo, è scritto con grande arte (qui in questo testo ultimo così poetico non manca un ricercato uso delle virgole, così presenti in alcuni passi e completamente assenti là dove quasi l’affanno dell’anima si deve sentire), ciò che ci si rappresenta è quasi una rinnovata antropogenesi, necessaria nella civiltà delle strade e delle finanze. Un’antropogenesi che non è resa possibile dal discorso morale, ormai generico ed ampiamente disdetto, sulla società e sui suoi tipi - come avrebbe fatto Balzac - ma attraverso la parola.
L’uomo nuovo non è quello del Verbo che si impone, ma quello della parola che incontra, che si leva dalle strade e dai luoghi dei paesi e delle città, perché in questa storia ci troviamo. Un mondo la cui “performance”, la cui creazione, non si affida al raggiro ma a una verità tutta interiore da trovare nella vita, incontrando bellezza e silenzio.

Il libro di Enrico Grandesso può essere letto per il semplice piacere del racconto o per muoversi a riflessioni che diventano sempre più coinvolgenti. Così l’ho letto io, anche guidata da interessi e problemi che sono quelli del mio cercare e che mi toccano profondamente. Di questo do merito all’autore dal quale si attende rinnovato dialogo.

Note
[1]Honoré de Balzac. L'Envers de l'histoire contemporaine. Édition de Samuel Sylvestre de Sacy. Préface de Bernard Pingaud, Paris, Gallimard 1970
Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza