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Romanzo per la mano sinistra

La storia e la visione

«A coloro che parleranno lingue non ancora conosciute».

È la dedica in epigrafe a Romanzo per la mano sinistra di Giancarlo Micheli. Il lettore che ha seguito Micheli fra prosa, poesia e saggistica si è ormai abituato alle sue straordinarie visioni che abbracciano il mondo e percorrono diversi continenti; ai vasti scenari in cui si rappresentano storie coerentemente focalizzate su alcuni personaggi che emergono dallo sfondo di un’umanità molteplice e in movimento: quasi un contrappunto fra la presenza e l’anonimato.

Storie in cui il tempo della Storia si dilata in un futuro che è rigenerazione perenne.

Recita il prologo di Il fine del mondo (Giuliano Landolfi Editore, 2016):

Mentre il momento a lungo presagito si compiva nel regno del visibile dinanzi alla spiaggia di Aiyetoro, pochi chilometri a nord del delta del Niger, i pensieri di Mark e Sophie si componevano in univoca armonia

di percezioni e formulavano all’unisono una medesima domanda: Chi sono io?” “Io sono colui che sarà”[1].

E un vichiano ritorno alle origini della specie ravviva desiderio di puro amore, «l’alba dell’umanità».

Nella raccolta di versi La quarta glaciazione (Campanotto, 2012) Micheli elaborava l’idea che l’umanità non abbia ancora attraversato tutti i suoi stadi di trasformazione; la metafora di una nuova èra glaciale annunciava quindi la mutazione da cui potrà sorgere la vera umanità.

Tutta l’opera di Micheli si accende di queste visioni: convinzione, modo di costruire il paesaggio che ci sta di fronte, lungo un cammino che, pur passando attraverso la storia, le sofferenze, le degenerazioni della specie, prosegue fino al luogo che le sarà idoneo, fino alla umanità nuova.

In Romanzo per la mano sinistra il grande sfondo è l’Europa contemporanea. La lingua è complessa, talvolta ‘cercata’ come si cerca una verità, sempre capace di farsi strumento e sostanza di conoscenza, dal momento che, senza nominarle, non possiamo conoscere le cose, le persone, le intime sfumature dell’essere. Voci e registri diversi adeguano il timbro linguistico ai personaggi che vivono le mutazioni antropologiche in atto durante le fasi di passaggio della storia. Né mancano inflessioni dialettali o lessici tecnici e specialistici, quando necessari. Questo impegna il lettore all’immersione nei contesti che abitano lo scenario. I romanzi di Micheli quasi intimidiscono dapprincipio per la ricchezza di cultura contenuta nelle loro pagine, ma si è poi attratti nella complessità dei mondi rappresentati e se ne diviene compartecipi.

Romanzo per la mano sinistra è un’opera dalla mole evidente che l’autore ha spiegato aver richiesto almeno sei anni di impegno per la documentazione e la stesura. Ogni capitolo è introdotto con un titolo scelto da una raccolta di proverbi che Giuseppe Giusti dette alle stampe a metà dell’Ottocento, agli albori quindi delle ricerche storiche sulle origini vive della lingua. Ne risulta una struttura che può essere letta anche come una serie di commenti, per contrasto o per analogia, a ciascun detto popolare. Fin dal titolo viene denotata una posizione fondamentale di significato politico: se le prassi politiche di destra conducono, come l’opera dimostra con studiosa serietà, alla catastrofe, il romanzo prende decisamente la via complementare, senza per questo aderire necessariamente alle scelte con cui le sinistre hanno risposto o sono tuttora inclini a controbattere.

La vicenda abbraccia gli eventi storici novecenteschi dal periodo tra le due guerre alle lotte studentesche degli anni Sessanta e Settanta, in virtù dell’artificio delle lettere che il protagonista, il medico psichiatra Stefan Bauer, scrive al figlio Bruno, esponendovi le tribolazioni che coinvolgono lui e la madre, Adele Ascarelli, nella realtà del nazismo, del fascismo e del comunismo: entrambi ebrei erano destinati alla fine nei campi di sterminio.

Nella forma epistolare viene veicolata, tra le generazioni, l’esperienza dell’oltraggio e delle persecuzioni patite.

Non si saprebbe dire se, come anche è stato scritto, vi sia in questo romanzo un afflato epico. Troppo ‘contemporaneo’ il suo snodarsi tra momenti lirici e registrazione quasi asettica, da osservatore che narra (la voce narrante che regge il romanzo sostenuta e quasi sostituita dal momento unificatore dell’attenta osservazione), per ascrivere il romanzo di Micheli a una forma letteraria chiaramente definita.

La straordinaria ampiezza di prospettive impegna a una lettura non ingenua: il racconto intreccia le vicende di figure della politica, della cultura, della psicoanalisi, del cinema, dell’arte figurativa, esponenti della vecchia nobiltà e religiosi, una foltissima compagine di personaggi storicamente reali, i quali però finiscono per comporre, loro, lo scenario fittizio, mentre i personaggi d’invenzione, i due protagonisti ed il loro figlio, oltre ad alcuni altri minori, sono quelli effettivamente reali, che cercano di sfuggire alla rovina. Storia e vite: la trama si fa trascinante, si viene emotivamente coinvolti dalla sorte dei protagonisti e dalle minacce che li sovrastano.

In una pagina toccante Stefan Bauer assiste al primo esperimento con il monossido di carbonio per la soppressione delle lebensunwerte Leben, le «vite inadatte alla vita», secondo la terminologia invalsa tra i medici del Reich, che l’autore cita con rigore filologico.

Sotto il regime nazista la ritualità delle celebrazioni veniva pedissequamente osservata nelle circostanze delle peggiori atrocità, le quali apparivano, cionondimeno, autentiche conquiste di civiltà. Tutto ciò Micheli lo narra senza ostentato sdegno, in un tono pacato ed incisivo, di miglior efficacia nell’avvicinare il lettore ad una reale comprensione di quegli abomini di quanto non sarebbe stato ogni pathos tragico.

Quello stesso lettore era entrato nella storia attraverso una pagina di grande poesia. È la prima lettera di Bruno al figlio:

Nella primavera del 1937 passai le vacanze nel salisburghese ed ebbi modo di fare un’escursione fin lassù, nei pelaghi dell’aria in cui la roccia però affiorava ancora del tutto nuda, intatta dall’opera umana, dove lo spettacolo del volo delle aquile si offre in circostanze davvero maestose e impressionanti, soprattutto nelle giornate limpide, quando una luce tersa e cristallina incide quasi un’aura risplendente attorno alle ali e alle piume dei fieri animali; sui loro contorni ritagliati nell’azzurro apre come una fulgida ferita, tanto che si sia vinti da un orrore intimo e vertiginoso se l’empio occhio della bestia brilla, per un istante, nel tremore del tuo; in un attimo incommensurabile si contempla la sofferenza che dalla sua glaciale pupilla è rigettata su ciò che è altro da sé, annientata, soppressa ben prima che un istinto indifferente e predatorio l’abbia concepita.[2]

Può apparire strano che, a fronte di una storia terribile, piena dell’insipiente ironia di vite perverse tronfie e ingannate, il senso della sintesi tragica si avverta qui, in una pagina introduttiva in cui non c’è la Storia, ma l’infrangersi dei raggi del sole, esplosi dalla fotosfera, e l’incommensurabile sofferenza di occhi umani e animali che si incontrano tremando.

Il respiro epico della natura incontaminata è premonizione, istinto predatorio e fulgida ferita: prima di ogni concepimento, visione di un fine che vorrebbe dirsi Giustizia, ma è controverso da indicibili complicati concepimenti, laddove, recita il titoletto dell’ultimo capitolo, “chi è giusto non può dubitare”.

E non si sa, nel contrappunto fra titolo e testo, se l’Autore creda che la Giustizia, come la Verità, siano lingua possibile in qualche futuro del mondo o la speranza, per trovare la via della giustizia, debba farsi dubbio.

Note
Recensione
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