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Come monodica melodia dalla naturale, nostalgica grazia di desueta, insidiata e ripudiata semplicità, libera prigioniera nella vibrante ebbrezza che dimora nell’amore palpitando e traboccando dal cosmico respiro del creato, canta e incanta defluendo “distante da ogni rumore” l’alchemico nettare versato e con-versato in questo trasparente, fervente abbandono in poesia – ed alla poesia – di Giancarlo Bianchi: abbandono scaturito, dettato e consacrato dalla purezza di una tracimante desistenza da ogni ostinato ed ostativo, intellettualistico impegno dove la liquida bellezza dell’esistere, immersa e assunta nella cristallina coppa delle parole, attraendo ci trascina, avvolgendo ci coinvolge e luminando ci illumina di quell’”immenso chiarore | sigillo d’eternità” che, prèsago preludio “insondabile senza nome né forma”, “senza tregua” informa e trasforma tutte le cose conformandole alla “levigata forma | giovane attesa” di un “nuovo mattino | simile a un fiore | pronto a sbocciare” la totalità diversa delle cose nella pacificata, convergente singolarità con tutte le “cose certe”. “Fenomeno di grazia”, questa poesia del Bianchi, poesia di uno “spirito libero | mentre i mercanti del tempio | lucrano indulgenze”, accoglie ed effonde l’ordinato stupore di un’antica, sapienziale innocenza, infiammata dalla nostalgia degli edenici, dionisiaci Giardini di Delizie: “magica dimensione”di un’ “occasione unica” , travasata in versi accesi dall’inestinguibile fiamma dell’amore che dice sì alla vita, versi che profumano della buona, sorgiva fragranza dei sensi pronti, sgombri della mente, che scivolano abbracciati all’infanzia dell’”anima nuda” (tanto, tutto “il resto non serve”), parlando con lo straordinario, vero “assurdo linguaggio dei bimbi”, nella ancora intatta sua interconnessione con la kerigmatica sostanza di quel che Lévinas chiama il Sapere Assoluto. In-sapiente, in-definita ed in-definitiva, senziente essenza, essa dispone, con-pone e mantiene fluido e dinamico il da-venire del nostro piccolo, ferito e feroce mondo nell’in-divenire dell’universo, come sua parte reciprocamente, francescanamente, ri-creativamente partecipe, profusa e inclusa nel cantico creaturale di quella primigenia, celestiale essenza che non ha bisogno di indagare e soffrire per conoscere perché – appunto – SA: essente, infinita, adamantina perfezione diversamente distesa e detesa in ogni “specchio d’acqua lustrale” dove soffia la festa dei colori dell’ininterrotto mantra in cui il tempo è tempio di preghiera nell’ascolto, in metamorfica, mistica simbiosi di monodica armonia ruscellante d’energia nella perenne primavera ”di “un solo destino” d’”oro, fuoco, luce”.

In questa incarnata “percezione del candore abbagliante” e chiaroveggente della divina musicalità, trasmigrante e risonante nella consolazione della bellezza seminata nella “sovrana verità” nutricata e replicata, immanente e replicante in ognuna delle “piccole cose”, insieme alla “grandi” intessute e accordate senza limiti dall’affascinante, germinante freschezza/ricchezza ri-creativa dell’amore, il frasario poetico del Bianchi accoglie ed propone il suo sostantivo, suasivo e persuasivo, arcaico ed arcano nitore sostanziato di palpitante, edificante, laetificante liricità che, senza l’artificiosa rete di acrobatiche astuzie né esibizionistici sperimentalismi verbali, ‘semplice-mente conversando parla’ (lectio difficilior da tradurre in feconda attitudine ed abitudine, in questa post-modernità distorta da sterili contorsionismi intellettualistici) dell’anima all’anima stessa, testimoniandola attuata nella carnale coalescenza della realtà, tutta e solo umana, della parola poetica con la sua intima e incontaminata, superna e sovrana, metafisica idealità. In un mondo sempre più dis-fatto dall’homo oeconomicus, adversus, infestus et inimicus, nell’aggressiva, potente prepotenza dell’ingegno asservito all’impegno della sopraffazione che grida e impone perché non vuole, né sa più fermarsi ad ascoltare per pro-porre il salvifico stupore del silenzio, in cui si manifesta l’offertorio dell’ unica, univoca, sacrale naturalità di quel che Bruno chiamò ’infinito universo et mondi’, Bianchi ci offre come dono generoso d’emozione e meditazione, l’ iniziatico messaggio della sua poesia, affidandola alla preziosa, desueta, qualità di un ‘parlare parlato’ con la disinvolta fecondità d’una consistente, ma cristallina leggerezza, quietamente sonora e arditamente silente nel frusciante, con-senziente con-fluire di un cosmo/tempio dove il tempo – a-vocato dai fasti e guasti della umana ragione protesa alla contesa di tutte le sue pretese, contendenti ragioni – nella ri-circolante circolarità aperta dal Tao (flessuoso mentore dalla icona in copertina) è platonica, sconfinata, incantata, melodica monodia che de-canta ed a-solve la mobile immagine di una sola, consustanziale e confluente, incontaminabile eternità: l’eternità dell’anima che muove e con-muove, se-duce e con-duce, ed immanendo replica ed attua, polimorfica, polifonica, coromorfica, l’edenica, reciproca identità del mondo.

ottobre 2006

Recensione
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