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Sarebbe improprio e indebito, appoggiandosi solo di striscio al verone dei versi di questo luministico mantra ebbro di guizzante, febbricitante poesia che, “nei “mille e mille dolori della vita”, “a nude mani” e con i “sensi allo spasimo” si rimette alla misterica volontà di un cosmico Iddio, consegnarla a quella schiera di autori post-moderni che alla “valvola di sfogo” di un sorgivo impressionismo estatico/estetico pret à écrire affidano l’esasperata consapevolezza dell’umana imperfezione genetica, consolandola in un panpsichico misticismo di eckartiana resulta, dove umanità, divinità e cosmicità sono un perfetto e sempiterno ‘ein eing ein’, un ‘unico uno’.

La Busi in Elementalia non cerca né rifugi né consolazioni perché non ha bisogno di uscire dall’ ingombro del suo sofferto ‘sé’ per sentirsi scoccare e irradiare all’unisono, come incarnata/incantata scintilla di prorompente energia, nell’arco voltaico incendiato dal passaggio d’ogni istante nel paesaggio ricettivo ed esclusivo della sua mente: magnetico paesaggio in cui si ‘raccende’ e deflagra la mesmerica fiamma della trasmigrante creaturalità della materia, duttilmente impressa nella cosmica eternità del suo consustanziale spirito. Anarchica sacerdotessa senza credi né miti, gradi e riti, militanze e obbedienze, “abitante a disagio/su questa terra”, devota a quell’ ‘implessivo’ animismo che contamina, se-duce e ri-conduce ‘omnia mundi’ alla radiante e ricettiva energia del suo con-sensitivo centro senza vertici, ella trema e soffre, danza e ride, vede e mira, ascolta e intende, annuisce e gode, sedotta e ri-congiunta con quel pro-vocante e provato centro e cuore, che si con-muove e trasfonde nell’immedi(t)ata incandescenza di questa sua provocante, ammaliante poesia: “emisfera di meraviglia pura”, “tsunami improvviso/ma anche goccia” “sospesa tra cielo e terra”, “come mill’altre cose”, a “far da lente” alla kerigmatica coalescenza in cui il corpo del giovannèo Verbo divino di-viene quel che E’ in ogni microcosmo d’aria, terra, acqua e fuoco, fra imperscrutabili “coincidenze, vibrazioni, sensazioni” con audacia, fiducia, passione, carità “proteso all’oltre” cui aspira e che lo ispira, e che gli “spetta” e l’ “aspetta” “solo/se e quando è l’ora”. E’ infatti quel misterico Oltre che impasta e sostiene il nostro deluso e confuso apprendistato terreno in inscindibile comunione con la “catena delle cose”, conducendolo “anello dopo anello” con paziente e perfetta Volontà a “sbozzare” il suo “grezzo materiale” genetico, contorto e inerte in uno (gnostico) “grumo uniforme” di pensanti, pesanti insicurezze, nell’iniziatico abbandono agli “empatici sussulti” dei sensi, intraprendenti, gaudenti e innocenti perché ormai annudati e mondati dalla “inutile spoglia” nociva di un imperfetto, peccaminoso volere.

Così, nella eretica ‘genesis’ di Elementalia, la volitiva superbia del peccato originale è addomesticata e convertita alla fremente mitezza d’una fiduciosa “farfalla posata sul palmo della mano”, pronta a spiccare il volo verso la sua “futura dimora” che l’aspetta sfavillando come una fantasmagorica “aurora boreale” nell’ ‘ek-stasis’ dell’ “infinito palcoscenico” preparato dalle “sagge dita pensose” del divino ‘Signore Sapiente’ delle achemenidi scritture.

Alla traccia “venata di secoli/e non di nervature”, di-segnata e “filigranata con estrema cura” in ogni transeunte vicenda vitale, questa poesia -“bionda ragazza ridente” dall’ “orecchio ancestrale” e “occhi di diamante” allenati e alleati a vedere e sentire, consentire e amare - attinge e s’allaccia in un voluttuoso amplesso di parole: parole ora tenere, carezzevoli “quasi brezza leggera”che sfiora e rinfresca, zampillanti come “getto gioioso” fra “il verde del pratile”, ora corrugate e sedimentate “strato su strato” in “emblematici simboli” “nelle crepe dell’arsura” per non “uscire in superficie”; parole urenti, straripanti in “balenii d’istinti” senza catene ammaliati dall’ “aureo filone da seguire”, parole sismiche che “senza mezze misure” deflagrano infine incandescenti “dall’interno umorale sentire” della p. come “puro magma” in “colata di vulcano”, defluendo nella magnetica armonia di questa poesia, transvolontaria-mente refrattaria a predefiniti -e riconoscibili- canoni, correnti (e patenti) letterarie. Soffiate d’aria, roride d’acqua, impastate di terra, roventi di fuoco le parole della Busi cospirano, si levano e si legano sciamando e scintillando in un tellurico sciame di effusiva potenza e bellezza: la bellezza e potenza dei 4 elementi euclidei (cui sono dedicate le prime 4 sezioni del libro) che consostanziano tutta l’ alchemica ‘arca’ che, senza preferenze né esclusioni, indissolubilmente accoglie e avvince nella “stessa cosa fluente” tutta la variegata “elementalia” composta da animali e vegetali, minerali e cieli, “elementali” e uomini: e proprio alla responsabile consapevolezza, tutta e solo degli uomini, dall’ “alba dei tempi” affidata perché la cor-rispondesse curandola con percettiva attenzione e amorevole capacitazione.

Ma chi sono questi “elementali” cui l’A. dedica un’intera (l’ultima) sezione del libro? Sono quelle “silenti/veglianti”, “essenze dilette della madre terra” (elfi, gnomi, deve, naiadi, satiri e baccanti e tutta le consimili ‘altrità’ spesso eluse e denegate dalla superbia degli umani, distratti inquinatori e distruttori) che, “senza mai palesarsi per non distrarsi e distrarre”, alacremente ci assistono per attrarci con le “ondeggianti malie” della loro medianica calamita, all’amplesso con la nostra primiziale creaturalità con-sensitivamente intrecciata per ‘omnia saecula’ e oltre i ‘saeculorum’, nel medesimo vortice cosmico ordito e ordinato dalla onnipresente energia divina.

E come ‘suoni del Graal’ – titolo di un’opera di Arturo Onofri, poeta 900esco da poco rivalutato da Mussapi e Conte antroposoficamente a lei prossimo – la poesia della Busi fiuta e rintraccia, con la sua rabdomantica addizione ri-cognitiva, il “punto d’incontro” con quella gnostica “brace perenne…al minimo alito/pronta a divampare” in cui “tesa come corda di violino” “impregnata d’estasi”, risuona la Voce della “coscienza d’amore universale” “salva sotto la cenere” dei nostri “giorni affocati” da una sempre più frenetica, frenastenica, tecnocratica cainità. “Appestata d’amore” corrispondendo al sirenide invito di tutte le con-“viventi sostanze” della vita a “sorseggiar la vita” plasmandola goduta, sofferta, condivisa e consumata in polvere e fumo di passione e d’amore, come l’araba fenice la p. rinasce “d’amore immacolata” nella “fiamma viva/che scalda e non brucia” quell’ “assoluto distillato” in cui ogni fossile sé “in perenne trasformazione” dimora e risuona pulsando assorbito nel “silenzio assoluto” del “morbido oscuro soffice Tutto” preparato “con cura solenne” e paziente da quella sincretica, divina “energia/ch’è magnetismo/sapienza magia”. Di quell’ archeologico “Tutto” rinvenuto e riportato alla luce come un “tesoro sepolto” sotto il fango della nostra ipocrita superficialità disanimata, i sensi sono le dimore ove s’incarna l’edenica immortalità dello Spirito che, ubiquo pellegrino, è “a casa ovunque, ovunque” si raccolgono i frutti ‘biologicamente’ integrali della fiducia, dell’empatia, dell’amicalità e della solidarietà: spasimanti virtù da praticare per con-passionale amore di quell’Amore in cui, come “antichissimo fossile”, ognuno di noi è inclusa “parvenza e insieme impronta”, irresistibil-mente protesa e tesa a cogliere la “rossa, goduriosa mela”, per sempre offerta alla fame di ognuno dal primiziale albero della vita. Sephirot traboccante di “mele-cuore” che ondeggia affidandosi al ‘soffio immortal, benefico’ del vento dello spirito, “senza dimenticare nessuno” quell’albero si erge solido e solidale per nutrire la concupiscenza carnale indispensabile a “perpetuare/il ciclo vitale per noi tutti”, con la perpetua tentazione dei suoi teneri, succosi, golosi frutti: frutti che soddisfano, senza mai saziare, quella nostra genetica, ingorda brama di vivere consentendoci ‘cosi’ “ancora/di vivere” e tramandare la nostra ‘debole eternità’ nel “reciproco anelito” palingenetico a cor-risponderci nell’ardente, ardita, taumaturgica mansuetudine dell’amore.

Sarebbe interessante approfondire la strabiliante compattezza sincretica di questo mitologenico sabba versale anche attraverso i suoi specifici riferimenti culturali, che libertariamente coinvolgono in una pirotecnica ‘danza del fuoco’ il misticismo zen e lo gnosticismo trismegistico, l’orfismo cabbalistico, l’antroposofia steineriana e l’attualità cosmoteandrica di Panikkar, contaminandoli con le suggestioni teurgiche promananti dalle “più intime fibre” dall’antico zoroastrismo vedico/sciamanico dell’Avesta. Ma la complessa operazione non aggiungerebbe un bel nulla all’audace provocazione cognitiva di questa ‘elementale’ poesia che, senza chiedere, percepisce e intende comprendendo, senza voler capire, con la visceralità aptica e sinaptica dei sensi: i 5 sensi + 1, il c.d. 6°, il paleosenso che gli attuali filosofi cognitivi (da Heider a Woodruff, da Gopnik a Goldman) chiamano ‘meandreading’, fenomeno di perfusiva comprensione simultanea che consente alla provvisorietà carnale di ‘ogni sé’ la connessione simpatetica con ogni ‘altrità in sé’ assimilata nel confluente vortice energetico della con-senziente ‘realità’, già rosminiana, del cosmo.

Concludo la mia immersione di lettura in questa felice opera di poesia richiamandomi al suo taumatico ‘distinguo’ di ‘naturalis magia’: la naturalis magia paracelsiana, albione della scienza moderna, che continua a tessere la sua alchemica tela senza nodi nè limiti, in cui gli innumerevoli ‘arcana’ o ‘semina’ corrispondono a gli ‘elementali’ di Bea in-seminati, insieme a tutta la cosmica “elementalia”, dai suoi 4 basilari elementi (l’acqua –‘Iliastrum’ – “la sacra madre Acqua” ovunque “in potenza vita e distruzione”; l’aria, “lieta impressione d’invisibile” e monello “sorriso di vento”, ma talora “possente respiro/ondulato” e terrifico; la terra che provvida ci nutre eppure tremando ci rovina e annienta, e che ci “accoglie da sempre/per il riposo finale”: e, ultimo primiziale, il fuoco, “gioia, vita, nutrimento” e ardimento che ‘atterra e suscita, affanna e consola’, incendiando e annullando “la sostanza” nella sua inconformabile, incorruttibile plasticità.

Ed è il fuoco infatti l’‘elemento’ da cui l’indocile, incorreggibile, ardente e guizzante poetessa si sente più attratta e rappresentata in simbolica/sintonica congiunzione di creaturale armonia: quella pervasiva e contrastiva, sfuggente e folgorante armonia che, circolando con anarchica voluttà e palingenetica volontà, libera dall’intrinseca superbia l’umana, egoistica/agonistica volontà che pretende di proporre e disporre il dove come quando e perché vivere, nel con-senso che brama e ama proporsi e disporsi, rimettendosi ognun per l’altro e nell’altro, alla misericorde provvidenza che senza dominanza duttilmente consustanzia nei suoi ‘diversiloquia’ tutta l’elementalia” di quell’ ‘infinito universo et mondi’ di cui alla bruniana, già eretica proposizione, dopo 4 secoli scientificamente conclamata, qui tradotta in ammaliante trasparenza di poesia: temeraria, trasgressiva, radiosa e gaudiosa poesia, che osa riproporci l’edenico piacere del desiderio e la meraviglia del piacere, seguitando le pulsive, pro-positive energie che si liberano dall’ingombrante opposizione del maligno sempre in armi in ognuno di noi, per volare con l’ardito ardore della reciproca passione, verso il comune Assoluto dell’Essere in cui ogni limitato, definito, aggressivo esistere diventa ciò che è, illimite, indefinibile, innocente, gaudente amore, perennemente trasmigrante e confluente “senza fine né punto d’arrivo”.
Recensione
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