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Gli “impliciti sublimi” nella acrobatica surrealtà illimitante
Saggio sull'opera poetica di Medardo Macori

in occasione della
“Giornata di studi macoriani”
Roma, 10 maggio 2006
Sala Horti - Residence Mayfair

A J. Cocteau che diceva: “i gesti dell’equilibrista sono assurdi per chi non sa che egli cammina sul vuoto e sulla morte”, T. Bernhard rispondeva: “ma l’acrobata ripete il suo spettacolo ogni sera e un’acrobazia impossibile sarebbe la sua morte”. Se è vero che si scrive a forza di tacere, ciò si può riferire anche degli spettacoli della mente. E’ dal suo teatro àfono e segreto che esubera ed esonda, infatti, l’istintuale necessità di vestire di voce quella forza segreta: voce – e forza – tanto più irrinunciabile ed impositiva quanto più a lungo trattenutasi ad intrattenere soltanto se stessa, in un compulsivo, solitario spettacolo senza spettatori. Ciò sembra trovare conferma proprio nella prima silloge di Medardo Macori, “Varie dell’età tarda” (“Emozioni”), dove già nel titolo e sottotitolo si manifesta ‘le mot clè’ per investire di senso il segno del suo prolungato magistero poetico, verticalmente esteso ed osteso a far data da quella sua età “tarda”, sempre alle prese del confronto con “emozioni”… senza età.

Ebbene, pare a me di riconoscere proprio in quell’aggettivo femminile – “tarda” – la complice, timica, sensitiva chiave per aprire le faconde stanze del fecondo impegno ed ingegno macoriano, i cui suntuosi arredi speculativi, simbioticamente scavati, interconnessi, coltrati e sviluppati nel sismico sciamare in vibranti, abbacinanti, confliggenti metafore e simboliche, sincretiche allegorie, intercettano e saturano, ma non risolvono, la genetica condanna all’umano privilegio della consapevolezza nel donchisciottesco, singolo corpo a corpo contro l’assegnazione della comune sorte ineluttabilmente terminale: corpo a corpo che, nella troviera chanson macoriana, mai si rende alla resa di quell’improcrastinabile termine, insieme al connaturato ardire dei suoi naturali ardori, in discesa nei gorghi d’ impressive, progressive, incalzanti opacità, in vista della capitolazione nella dissolvenza che omnia et omnes ri-solve, annette ed assolve nel “tutto illimitato/e moltiplicatore d’illusioni”, espanso ed estenuato nella fluida “radiante/effettualità coinvolgente” di uno straniante, sconvolgente, indefinibile infinito. Il catulliano ‘è lontano il tempo dei giorni felici’ sta dunque alla erlebnis macoriana come il dantesco ‘nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/nella miseria’ al cilicio della memoria, cui non resta che l’inventariale, iconica revisione d’un biologico, irripetibile, acmeico vitalismo, tutto teso e proteso all’ appagamento delle sue pretese, generosamente accarnate e profuse nella totalizzante adesione ad un responsoriale universo esperienziale: poi invece scandito, scandagliato e scortato dall’inesorabile vertigine d’una lunga teoria di sconti in quella inarrestabile discesa, sempre più ingorgata nelle angosciose, tumultuose rapide dell’attesa, verso la cogente, definitiva cascata dell’ultimo saldo.

Fin dalla umbratile solarità delle prime prove, e via via nella metodica costanza di tutte le ‘prove d’emozioni’ successive, il lettore intento ed attento a scoprire chi abita davvero dentro la bizantina opulenza della ‘facciata’ dei suoi versi, perviene facilmente ad intuire che Macori è maiuscolo poeta, solida(l)mente sapiente a reggere e governare di nutrita, raffinata, rastremata sapienza, l’amaro disincanto dei suoi giorni dipanati e turbati “dal disagio penoso” di quella sua vitalistica fisicalità, consumata e illanguita, ma giammai sopita, dentro”l’urne indissepolte” dei suoi sogni, inflessibili e inquieti come un “infuocato scirocco” “farnetico d’amore”, ove “la Realtà, matrigna,ch’è nemica” incombe avvicinandosi “all’ultima tempesta”.

Compreso e teso ad imprimere e ribadire il suo concreto passo di uomo d’azione (abituato quindi a ‘dicere’ per ‘facere’ senza sbavature d’incertezza), Macori è dunque poetà ‘forte’ in senso nietzschiano, generosamente proteso ad ‘attraversare’ un ex-sistere sempre più drammatico, nell’avvitarsi dei vitali gironi, nella consapevolezza dei “perimetri di sabbia” in cui esso è condannato ad affondare per quel suo impositivo, indestituibile retaggio di genetica finitudine.

Nelle raccolte poetiche degli esordi, da quella Varie dell’età tarda che comprende testi cronologicamente datati dal 1990 al 1997, a Piccole cose mie, Azzurre rifrazioni e Parvenze d’ombra, che accolgono testi degli anni 1998, 1999 e 2000, la imponente produzione macoriana ci riceve sulla soglia, in punta di piedi, sorgiva e quasi schiva, sommessa, mossa e commossa ancora in fresca liricità di canzoniere, eppure già tachipsichica di iperestesico sentire, sospesa-mente in ali per levarsi ed estenuarsi, frenetica e rapace, a carpire e godere le risposte offerte agli stimoli della sua generosa carnalità, pronta a percepire e seguire le tracce offerte da ogni fermento emozionale. Tutta la letteratura del nostro Autore (anche la successiva a quella citata, che dal 2001 al 2005 comprende Chimere e sogni, Perimetri di sabbia, Eloqui solitari, Senso d’altrove, Ritrovati mattini, Transito d’illusioni, e Straniamenti, pubblicato proprio in questi giorni) è infatti segnata e minata, fino alla deflagrazione, dal wittgenstainiano ‘peccato essenziale’ dell’uomo, la tentazione cognitiva, indotta da ogni golosa occasione a sollecitarsi, affinarsi, sfinirsi, nella cogente, intransitiva specularità di un interrogativo vanamente reiterato nei proficui cantieri di quella che, azzardando e mutuando in parallelo con la biografica, creativa solidità edificatrice dell’Autore medesimo, definisco tout court eccezionale ingegneria poetica. Fondata com’è sulla ineluttabile progressione della delusività responsoriale nel crepuscolo che smorza la luce nel campo degli stimoli, sempre più essa si ammanta di ostinata e angosciata malinconia, foscamente balenando nell’approdo alla compulsiva questua di una ragione che non sa darsi ragione del suo fallimento, mano a mano che la ‘materia prima’ dei suoi illimiti desideri oscura ed eclissa, inappagato in “parvenze d’ombra”, il limitato orizzonte di ogni loro pretesa. Eppure, con la stupefacente fascinazione dell’insanabile dicotomia, ognuna di quelle protese pretese deluse confluisce a con-porre una pietra nella luministica fabbrica della voraginante erlebnis macoriana, in acrobatico equilibrio fra il vuoto del possesso conoscitivo e la sottrazione coscienziale alle reti di una stessa ragione, nella intangibile, associativa follia sensitiva del sogno, che dis-socia la realtà “fuori d’ogni dimensione d’ansia e di struttura”, liberandola dall’acre ed egra scoratezza della “livida quiete allo scalo dell’inconosciuto” ultimo orizzonte, sempre più prossimale con l’attardarsi dell’età già tarda (quella che Betocchi chiamava ‘età disutile’, intenta allo scavo oltre l’’io futile’) nelle gioie insensate ed umiliate nella senile compitazione d’una vieppiù ristretta misura: e che in Macori, deprivato della teofanica, consolatoria risoluzione, in cui la fede è salvifico baluardo all’arida violenza del dolore, disperde il suo limite in dis-misurate, scultoree irrisoluzioni di parossistica angoscia, come una “bufera che sgronda, travolgente / di travagli e…folgora d’effetti e tramature” in stupefatte e stupefacenti “ustioni d’ombre”.

Sembra infrangersi così, nelle ultime opere dell’Autore, il simbiotico unisono uomo-poeta, che deraglia nella tortuosa, ungulata discesa dal vendemmiante sabato della vita ancora addobbato e infuocato di “frenetiche ali”, spiegate a distesa nell’aspirazione all’ “alto più alto dei cieli”: ma sarà allora il poeta ad avocare a sé il declino dell’uomo che annaspa senz’appigli nel suo inquieto tramonto di sensi orfani di segni, in corsa inarrestabile verso il buio di tutte le sue caleidoscopiche, iridescenti meraviglie. Ebbro Narciso febbricitante e fremente nell’alienazione dei “siti” di quella sua protratta giovinezza (ove ha messo fuori dal cancello anche l’avvertimento “attenti ai cani” nell’orgoglio di esserne l’assoluto padrone e signore), ma estenuato nella coazione a ripetere estasi sempre più artefatte e contraffatte (quindi sfibrate e sfibranti, inappagate e inappaganti) l’uomo Macori arranca, vuol capire, capire… capire ‘perché’ …e non capisce, impaludandosi ormai senza più fiato nelle mobili sabbie della sua mente inabile: ma ecco che il generoso, abbagliante agguato teso dal sentire ne avvista ed ascolta il sismico, vacillante vagolare, e gli offre il suo vittorioso rifugio nei “reciproci infiniti” evocati dallo sconfinato, struggente, avventuroso nitore della poesia, coraggiosa proposta d’avvento, evento ed esperimento, che rinnova e ri-nomina nella sazietà del silenzio l’eco di ogni domanda nella mutua e mutevole novità della sua indefinita ed infinita con-possibilità senza risposte. Nella ‘pània del presente’– avrebbe detto ancora Betocchi – solo uno spiraglio è consentito dunque all’uomo allucinato di stuporoso, serotino smarrimento, per ritrovare i suoi sfolgoranti, perduti mattini: la “dissimulazione a mezza voce / di realtà esaurite” nel “mistero inaccessibile ed astratto” che esibisce infine tutte le sue “pretese, retoriche figure”.

Ed ecco che questi versi, suggestionati e franti di disestesica amarezza, verticalmente circuita, avvolta e coinvolta nel fiele dell’eccedenza del suo irreparabile dramma, trovano lucido e correlato pittorico compendio sulla copertina di Eloqui solitari (che riproduce un olio dello stesso Macori) nella scarnificata geometria dei tronchi d’albero assorti, tesi e arresi alla permanente fissità acromatica del cielo, come una teoria di santi bizantini, vocati e votati al martirio nella invernale opacità delle secche in cui, blackianamente, sembra inaridirsi il delta della vita. In quest’opera, che per multiversi registra in connotative ‘differenze’ di espressioni ed astrazioni quella ‘cifra’ di “assoluto vuoto rapinoso” in quell’evolutivo, lirico psichismo che segnerà poi, indelebilmente e ‘riconoscibilmente’, tutta la successiva produzione macoriana (fino al recentissimo “Straniamenti”), la superficie testuale, svariante in quinari e settenari qua e là crepitanti in endecasillabi di straziata, dodecafonica armonia, si rafforza di allucinate, sensitive effusioni in visionaria, orfica, sincretica, manieristica surrealtà, che incalza, stra-vedendo e stra-parlando, in formulazioni ed invenzioni lessicali rigorose e solenni come il simbolico incedere di un cerimoniale iniziatico.

Vittima inerme di se stesso, fustigato dalla sua intrinseca, faustiana pretesa di onnipotenza, all’uomo Macori, confuso e frastornato dalla ‘fallibilità in fieri’ di quella pretesa, resterebbe soltanto l’alienazione in una devastata, devastante solitudine: “putridume d’uomo fatto bestia”, nel sigillo della sua stessa definizione; ma -come per altri magnificenti astri notturni della poesia- è il linguaggio della medesima poesia che ricompone la scissura heideggeriana fra l’artista e l’uomo, àfono e disperante in bilico sul ciglio della sterile fissità del ‘cogito ergo sum’ cartesiano nell’unisono del mattutino divenire damasiano dell’ ‘I fill, therefore I am’.

Affievolita così la lampada di Diogene (già riprodotta sulla copertina di Perimetri di sabbia, da un olio dello stesso Macori) che illuminava l’illimite limite della sua dionisiaca terrestrità a misura dell’”esclusivo ambito suo smisurato e certo”, il poeta Macori converte la tragedia dell’opacato sapere e possedere – che restringe e nasconde all’uomo declinante i suoi latifondi di caccia – in un eretico ‘Cantico dei Cantici’ dove il sentire della mente, in “ritrovati mattini / limpidamente / protesi / in appaganti intensità di sogni, / di consapevolezze e turbamenti”, sposa il linguaggio che pensa le cose con il rito dell’ epistemica sorpresa prestata alle parole dalla poesia, l’unica iniziazione che può riscattare l’uomo – come asseriva Plutarco – dalla sua ultima iniziazione: la morte.

Sempre più ossimoricamente scavata e convessa di rarefatta opulenza creativa, compatta e avvitata sulle proprie “indocili impazienze esistenziali” come una berniniana colonna protesa ad una sfuggente, incerta trascendenza, la poesia di Macori regge così il lignum crucis delle sue barocche trabeazioni in luministico crescendo dodecafonico, vorticante verso il ‘tace’ della partitura fra “sedimentazioni di passioni e allucinate attese”. In una modulare, divariante ed inducente partitura di “vagheggii” lessicali e tonali, modulati sempre “senza tremori” in assillanti e brividanti metamorfosi, Macori dis-semina coltrando la sapienziale fonìa dei suoi versi, ordita e ordinata nell’ inventivo, sconvolto equilibrio di tutti i suoi reconditi “impliciti sublimi”, fra visioni e in-vocazioni, introspezioni e in-contaminazioni, sfuggenze e connotanze: ricorrenti cadenze di valenze “senza accondiscendenze”, che libera-mente vanno, affidandosi ai “fantasmi d’altri giorni” nei larghi, onirici venti che sfogliano i giorni serotini dell’esistere in “dettati d’assoluti imperativi”.

Offrendoci l’avvicendamento dei suoi multànimi paesaggi come dal finestrino di un treno in corsa, fra rapimenti e trasalimenti ri-visitati nel buio di gallerie accese dal rimpianto d’una inappagata memoria -sempre attorta all’anelito alla fuga nel paesaggio successivo- il linguaggio del nostro poeta sfila sapientemente scaltrito e nutrito nelle “valenze” modali e tonali delle sue variate di-vagazioni, svarianti nelle farnetiche pulsazioni dell’impegno tematico, assorto nel visionario immanentismo del“nulla straniante”, solitario ed estenuato nell’àfono fragore “della grande quiete”: là dove la poesia non è più “transito d’illusioni” negli “utopici spartiti” del “superfluo paradosso” di un “indecifrato”, effimero perdurare di giorni, ma raptus di sintonica, egregorica, catartica armonia.

Nelle ultime pubblicazioni, in particolare Ritrovati mattini, Transito d’illusioni e Straniamenti, che confermano il suo oniroide, acrobatico iper-realismo più simbolistico che metafisico, arato nei sapienti, straripanti solchi d’un originalissimo eclettismo linguistico-sensitivo in “reliquianti”, “enfatiche cadenze” “d’affinità incoscienti vorticanti, / dentro la suggestione delle parole” in “impeto / d’estraneità assoluta” all’“alienante / contiguità beffarda della vita” insidiata dall’“ironia irridente” di “verità intraviste / in confusi lontani d’apparenze”, dove il mondo è ”intercettato/fra estese d’ombre e pause inespressive…” Macori è sempre più vicino, a parer mio, a quella ‘surrealtà’ di Breton che privilegia lo stupore dirompente del sogno in virata verso l’allucinazione, in cui il rapporto con le cose ed il mondo è dettato (e più che altro in-mediato) dalle (freudiane) illimitanti pulsioni dell’inconscio.

Fermo qui l’azzardo di questo mio dire, con alcuni versi del nostro Autore – quasi emblematica excerptio del suo logos – nella consapevolezza di avere appena sfiorato l’ombra della sua complessa statura poetica ed umana che, fra le dilacerate fratture germinanti da tutti i suoi lucreziani enigmi, rifulge e ri-sorge ad ogni verso nella maieutica indagine dei suoi plurali, “impliciti sublimi” “incespicanti”nell’insidiosa“ansia del dire” “in esemplarità traspositive / d’avventurose / consonanze”, in una antiumanistica de-nunciazione che, attraversando e ri-visitando quei “sublimi” – ad uno ad uno “impliciti” nella sincretica novità dell’annunciazione poetica – non ha più bisogno di capire né di tenere a bada la paura, perché ne coglie ed accoglie fluido, fluente e trasparente, iconico ed amniotico l’imprevisto, in-compiuto accadere, che fra “destino e compimento” accade e significa, in percorsi di “sensi lapidati” ed “egemonie di pause”, “ansie mai sopite d’infinite struggenze” in “discorsi frammentati, “impressive significazioni, silenzi declamati, marcati, intonativi”, suggerendo “nell’immanenza di enunciati/coinvolti in espedienti di scansioni”, la suggestionata, “suggestiva ipotesi” del “forse”dell’anima: quell’anima che, “nell’inverso / di stimoli anteriori” ed “ambiguità allusive” di caliginosi “inconsci e subsidenze” nell’ “aperto accoglimento / d’alterità sfuggenti, sovrapposte” “d’ambigue equivalenze riflessive”, in antagonistica “sinestesi di consonanti aggrumi” intra-dice, con-memora e riscatta “per ravvivata insensatezza” il pressante “serraglio” del presente, innervandone la “sfuggenza esistenziale” di “fertilità remote”…in ”scempio d’ore solcate dal silenzio”…”senza che l’universo se ne turbi”.

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