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Il fondamentalismo mediatico:
un invito al riscatto nella strategia della sorpresa

Questo non è un articolo giornalistico: sarebbe grave ingiuria ai meriti del professionismo. Questo é un capo d’accusa, una denuncia, una rivolta – ed un invito alla denuncia e alla rivolta – strette insieme nella comune strategia difensiva contro i commensali che ogni giorno ci imbandiscono la tavola servendoci nel piatto la nostra capacità critica tritata come il macinato d’un hamburger: insipido, ma subdolamente profumato al tartufo. L’occasione a questo mio ‘impromptu’ di reattiva mente e penna, che reclama l’attenzione di ben più ampie riflessioni nell’intenzione di suscitare un interattivo dissenso, mi é stata di recente fornita dalla costernata perplessità telefonica di un’amica. Vengo al punto. La nipotina di 8 anni – in questi giorni è da lei perché la madre, psicologa, é all’estero per un convegno – si rifiutava energicamente d’andare ‘a nanna’ per non perdere ‘il seguito’ di quella ‘Schizoide Saga dell’Umano Annientamento’ che va per la maggiore sotto il nome (e l’occhio dispoticamente invasivo, spietatamente intrusivo, ma confidenzialmente rassicurante) di ‘Grande Fratello’: ‘Deus… in machina’ a mezza strada fra il buon Perry Mason di vetusta, catodica memoria e il romano Cesare di turno, alle prese col pollice che assolve o condanna i gladiatori secondo il suo capriccioso gradimento. Infatti, la nipotina della mia amica voleva soltanto sapere chi, fra i volontari reclusi in attesa di giudizio dentro la casa mediatica, avrebbe meritato quel pollice …inverso, quindi l’esclusione dall’artificiosa convivenza.

Non aggiungo immeditati aggettivi per commentare l’ episodio sul filo dell’immediato sconcerto commotivo, in attesa di compensazione nel successivo orizzonte della pacata riflessione: alla quale invito ognuno di voi lettori, certa che vi unirete a me ed a tutti quei …non so ‘quanti’ che osano disdegnare, nauseati, l’esca di quell’olezzante tartufo sopra la vieta ciccia macinata, a cominciare proprio da coloro che a suo tempo avevano in-festato balconi e finestre addobbandoli di variopinti vessilli di pace. Ostesi al vento della disinvolta spettacolarizzazione d’un rito senza (inizi)azione, nella disinibita coerenza della contraddizione di questa ‘visualizzata’ società dell’apparenza, temo che quei vessilli abbiano talvolta solo rappresentato la celebrata gratificazione di tante singole, ignare e oscure ‘solitarietà’ brancolanti alla ricerca d’una estemporanea ‘visibilità’, esaudita/esaurita così al prezzo d’ uno scampolo al mercatino sotto casa: nello specifico, uno scampolo…d’arcobaleno, sintonico simbolo di fugace apparenza senza sostantiva persistenza. Si fa presto infatti a consentire con la pace nelle manifestazioni di parole coalizzate contro ‘la guerra’ nella ‘distanza di sicurezza’ delle nostre piazze: più presto ancora a indignarci se ‘lo spettacolo della guerra’ va ‘in onda’ in TV magari – helàs! – proprio mentre siamo…’in santa pace’ a tavola. Ma la concreta profanazione di quella pace, tirata qua e là come una ‘praetexta’ troppo corta di cui tutti si vogliono ammantare, è nella sua strumentale avocazione a ‘miglior pretesto’ per guadagnare facili consensi nell’esclusivo interesse di qualsivoglia politica, oscenamente orfana dell’etica.

Forse è già tardi (troppo?) a dare battaglia a questa virale infezione armata di ‘Niente’ (e che ‘Qualunque Cosa’ basta dunque a riempire), se già invade e conquista senno e senso, come un abile prestigiatore capace di manipolare la volontà con la suggestione dell’ipnosi. Non sarà facile debellare questo trasformistico virus, è un’ hydra che adegua le sue teste acconciandole in vario tempo, modo e luogo secondo le richieste del mercato dello spettacolo e dei suoi spettatori, uniti ‘per interposto schermo’ nel supino protagonismo onanistico di ‘senz’arte-fatti’ gesti senza gesta commessi nelle più o meno caserecce ‘Fattorie’, nelle meno o più esotiche ‘Isole dei Famosi’ e in altri similari, seriali palinsesti: dove pre-selezionati…’Amici’, l’uno contro l’altro addestrati nelle mediatiche trincee, escono a turno allo scoperto per contendersi...il gene dell’ ‘X-Factor’ che garantisce futuri successi di fama e di denaro in una attualità dove – come scrive de Unamuno – “il vero delitto è essere poveri”. In variabile grado di… de-merito, questi palinsesti sono comunque contenitori senza contenuti dove ciascun adepto mima e ripete ‘guardato a vista’ lo stesso luccicante, ammiccante canovaccio, ostentato senza nè soggetto nè commedia. Prensile come un camaleonte a caccia della preda quel virus striscia mellifluo e suasivo, emergendo confezionato ‘a misura e...visura’ della distratta attenzione generale per sorprenderci e ghermirci indifesi, camuffato com’è da melensa insulsaggine, da innocua demenzialità. Quale tesi a discarico potremmo infatti sostenere per quella giovane madre (psicologa, quindi anche professionalmente ‘attrezzata’), che non si cura che la figlia bambina segua accanitamente gli avvicendamenti senza vicende d’un manipolo di agguerriti competitori delle ‘cuccagne’ bandite e ribadite all’asta sulla massmediatica piazza di una TV che già é benigno, improprio eufemismo definire ‘spazzatura’? La spazzatura é lo scarto del consumato: lì é tutto un ‘continuum’ di consumazioni senza scarti perché manca la materia prima. Eppure, anzi proprio per questo, l’immaterica imposizione esercita, in lenta, indolore, subdola scalata, una pervasiva invasione avvertita – al massimo – come un trascurabile fastidio dal quale non c’é alcun bisogno di difendersi. Quanti e quali di quei ‘tanti’ percepiscono infatti questa invasione come un fondamentalistico ‘boomerang’ che attenta alla responsabilità della persona, astutamente defraudata della volitiva capacità (la putnamiana ‘capacitazione’) di considerare e valutare per esprimersi attraverso le proprie scelte? Disse Giò Ponti, davanti alle rovine di Milano umiliata dal fuoco della 2a guerra mondiale: “E’ vivo colui che non può esprimersi?” La non-risposta, che rafforza la drammatica tensione dell’interrogativo, l’ha pronunciata Don Giussani negli anni altrettanto travagliati della contestazione sessantottina. Richiamando ognuno alla personale responsabilità d’uscire allo scoperto con le proprie idee correndo così il rischio d’apparire ‘diversi’ – ‘ergo’ non accettati ed emarginati – chiosò Don Giussani: “Molti non sono adulti ed hanno ancora bisogno del girello”. Ecco, lo scandalo che incrementa lo scandalo è qui e ora proprio questa irresponsabile razza di adulti che costringe a restare come – e con – i bambini nel coatto riparo del girello, impedendo così agli uni e agli altri, nella superficialità che ‘in primis’ é mancanza d’attenzione e di intenzioni, di uscire ‘ognun da sé’ allo scoperto mettendosi in gioco – e non in gara – per conoscere e ri-conoscersi nell’azzardo di crescere insieme esponendosi/esprimendosi ‘ognun per l’altro’ da reciproci, pacifici uomini: mancanza d’attenzione e d’intenzioni che sconfina nella omissione d’amore che, come recita Matteo (18,7-10), è il germe del disprezzo e del rifiuto. Quale scandalo è dunque più vigliacco di questo, che costringe i bambini di ieri e gli adulti di domani alla circolare immobilità stipata, appunto, dentro l’occlusiva protezione d’un girello che, muovendosi solo nell’immoto circolo del suo perimetro, ripete la cogente assenza d’ogni orizzonte ‘altro’ alla libertà/volontà del desiderio di conoscere per crescere e considerare per scegliere? Sovraffollata, sovraeccitata, sovraesposta assenza: ‘tout court’, sovravolgare. Volgare infatti é l’enfasi, il ‘gossip’, le frattaglie che schiere compiaciute e compiacenti di ‘Grandi Sorelle’ propinano debordanti e ballonzolanti alla meschina fagìa di spettatori acefali davanti all’affabulata ed affabulante moviola; sovravolgare è l’anestetico scandalo di questa droga che gradualmente ci abitua a mandare ‘a nanna’ l’arbitrio del giudizio nell’inerzia critica assimilabile a ciò che i neurofisiologi chiamano ‘fase oniroide della coscienza’: la fase che ci attrae e conduce senza sogni/bisogni nella satura assenza del sonno profondo.

Non ho trovato parole di consolazione per la mia costernata amica: lei chiedeva risposte che, per/nell’onestà intellettuale, escludevano consolazioni richiamandoci invece al dovere dell’ascolto di quel che resta del nostro ottenebrato bisogno di ‘scendere in campo’ per attuare all’unisono già dalla/nella domestica agorà una solidale, corale rivolta tramite la complice simultaneità d’uno stesso consueto gesto: lo… ‘zapping’, che accendendo il buio dello schermo, ci consenta d’invertire la dissennata navigazione ‘a vista’ nell’ ‘avvistamento’ d’ un albicante esorcismo di luce capace di annullare la maligna, fagica magìa che saziando incanta e incatena la nostra libera volontà di giudizio e di scelta: sublime espressione della carnale umanità della vita, che ri-tornando ‘in sé’ impara ad ‘essere per sé’ per cor-rispondere con l’ ‘altro da sé’ nell’incontro delle “indifese maturità/nei passi riconciliati del futuro/al primo angolo di strade/nell’equilibrio delle nostre fratture”, come scrisse E. Jona.

Ho risposto alla mia amica con la pietà del silenzio. Ci saranno altre occasioni, magari proprio la lettura di questa nota, per ribadirle le sue responsabilità di madre insufficiente e sconfitta – insieme alle idee di quel Novecento appena defunto, cui lei, insieme a me ed a tanti altri, appartiene – se la figlia intelligente e qualificata – come si suol dire – ‘a vari livelli’, con l’impudica, imprudente ‘nonchalance’ d’una superficialità che già – lo ripeto – é peccato di disattenzione, quindi difetto d’amore, permette alla figlia di 8 anni di marinare il pensiero – come una volta si marinava la scuola – per frequentare un umanoide bestiario, sedotto, ammaestrato, accaldato e ammassato al compiaciuto ‘confino’ in un compiacente, ribollente zoo di vetro. Come vitelli al giogo esposti in fiera, marchiati e strapazzati, confessati e con-dannati da/ad un voyerismo da trattato di psicopatologia, questi attori doppiamente fasulli perché non sanno recitare né essere f-attori di se stessi, sono sol-tanto ‘quaquaraqua’ (Sciascia docet) dis-impegnati a tra(s)vestirsi adeguando e mutando il ‘look’ imposto da quel dispotico occhio Fratello che, spiato dal nostro, li spia per la felicità del c.d. ‘share’: contabile ‘resultanza’ dell’ ‘audienza’ ad ogni ‘tornata’ ottenuta da ‘la grande bouffe’ per mantenere in progressivo attivo i bilanci del mediatico ‘show business’. Di quanti – e quali – messaggi, inizialmente più o meno subliminali, di quali – e quante – successive immagini di ben meno occulta persuasione ha dunque avuto bisogno quello stesso ‘Occhio Inquisitore’ per sedurre/ridurre il senso e il senno del telespettatore a quelli d’uno stolido complice che, per interposto schermo, convive con quella espropriata, sovraesposta umanità che fa finta di abitare, giocare, litigare, cucinare, dormire (per non parlare d’altre intime attività pubblicamente compiute) a lode e gloria dell’interesse di sempre più potenti e abbienti ‘Grandi Fratelli’? Mi vien da dire che questo é davvero lo squallido epilogo delle idealità gemmate di promesse lasciateci in eredità da quel ‘fu’ Novecento troppo in fretta tumulato senza preparargli degne successioni. In fondo, l’unica idea sopravvissuta é stato il liberismo selvaggio della Thatcher, di Reagan, e poi in crescente, socio/economico/cultural de-grado e planetaria disgrazia, quello di Bush jr., condotto fino alla resa dei…costi della politica ad un pingue mercato finanziario di immagine senza sostanza, di cui ogni giorno dobbiamo ora subire e pagare colpe e conti: del resto, di tutto il resto, é rimasta la buccia e basta. Quella buccia, confusa con altra zavorra, nutre oggi la violenta logica del ‘branco’ che non ha più bisogno di produrre idee, si limita ad indossarle (spesso spogliate…) per vendercele meglio, ostentandole senza dimostrarle all’insegna della vorace velocità del ‘non pensate, consumate e basta’. Passa allora proprio per il luogo più idoneo alla mostra, il tubo catodico, nelle variegate ‘reality fiction’ d’una replicata ‘conditio sine cognitio’ l’abdicazione della ‘politicità’ – come Maritain definiva l’etica della politica – alla regressiva ‘sociabilità’ mandevilliana rappresentata dall’attuale onnipresenzialismo mercatistico: un onnipresenzialismo di ‘maschera e plastica’ che promette e permette ad ognuno di comparire ‘comunque e dovunque’ nella proiettiva condizione protetta dal ‘condom’ virtuale: taroccando così la faticosa costanza dell’ingegno in cui ciascuno ‘a suo modo’ ma in…“todo modo” si impegna ad ‘essere per sé’ volendo e scegliendo di ‘esser-ci’ per r-esistere e combattere insieme contro il reificante integralismo di questa comoda religione del ‘Nulla’. Ancora una volta ‘il peggio’ del ‘mito americano’ s’impone e dispone. L’aveva capito presto Mario Soldati, quando nel ’35, nel suo primo viaggio a “Neviorche” scrisse: “Non siamo noi che andiamo in America. E’ piuttosto l’America che viene da noi. Viene in Europa, si sparge nel mondo.." Profetiche parole...Dobbiamo voltare pagina subito, riprenderci le nostre valoriali identità ‘al di qua’ dei pregiudizievoli steccati preposti in parallela convergenza dal fondamentalistico pragmatismo del potere e del profitto ad esclusivo uso e consumo delle diverse ‘lobbies’ socio/politico/religiose che ‘impartiscono’ e gestiscono il planetario ‘occidentalismo’ post-marxiano/gramsciano. La posta in gioco é troppo alta, il nemico comune troppo abile ed agguerrito: un carnevale di ‘Niente’, che sfila s-costumato in passerella ‘sopra’ le mentite spoglie del ‘Tutto’. Come si fa a combattere contro il ‘Niente’? Si combatte contro ‘Qualcosa’ o ‘Qualcuno’, nemico di forma e sostanza sempre. Eppure dobbiamo subito voltare pagina, non é innocente ludo questo gioco suadente e suasivo alla con-partecipazione virtuale, se oltre l’arcipelago giovanile (il più suggestionabile alla manipolazione) anche tanti di noi più …’datati’ mandano il cervello all’ammasso (quella madre né è clamoroso esempio) per la fatica che ogni NO costa, proprio in termini psicofisiologici di dispendio energetico, alle attività cerebrali deputate a metterlo in atto. Un sano individualismo che urla responsabilmente il suo NO, deve organizzarsi in un progetto comune di lavoro sulle coscienze, nella laica fede che, nel nostro mondo dispatriato e omologato al peggiore dei mondi possibili, ‘un altro modo é possibile’: un altro modo/mondo dove sia il pensare ludo agostiniano che nutre la mente e la rallegra, allenandola alla gioiosa tensione del mutuo conforto nel confronto e nella discussione, per imparare ad ascoltare e cor-rispondere con quell’ ‘ogni altro da noi’ che Lévinas rinomina ‘autrui’. Voltare pagina vuol dire lavorare al progetto di questo gioco di squadra, che tenta e intende formare una società in cui il senso del ‘saper volere’ possa esprimersi nella comunione delle singole persone fisiche, diversa-mente uniche e irripetibili nella consustanziale individualità di ‘carnepensiero’: e – sottolineo – persone, non marionette che beate e belanti seguono il ‘Grande Burattinaio’ che le a-tira e se-duce alla ribalta di patinati palcoscenici ben temperati alla immeditata/mediata soddisfazione d’ogni bisogno/desiderio di ‘andare in scena’ senza nemmeno ‘scomodarsi’ a scendere dal…divano di casa. L’ansia della ricostruzione d’un cantiere morale, dalle macerie senza peso che ottundono la nostra ideazione, è il primiziale segno della nostra abiura dell’ indigesto piatto di ‘audience’ quotidiano: sarà poi il dibattito etico che potrà ri-svegliare la ragione dal suo coma profondo per restituire verità espressiva al valore/volere della civiltà nella già kantiana responsabilità dell’uomo, oggi abbagliata da troppi ‘Grandi Fratelli’ e loro parenti stretti, uniti e …allargati in questo dissennato, perpetrato assedio tecno-mediatico.

Coraggio, cambiamo i tronfi/trionfanti commensali che ci persuadono a non considerare la nostra ‘semenza’, suadentemente abituata a degustare ‘in onda’ e ‘in rete’ indigeste abbuffate di tartufata pestilenza, di cui siamo prima complici distratti, poi coatti monatti. La dirompente forza terapeutica del nostro solidale, grande NO, coltrato e cresciuto nel laboratorio fattuale dell’impegno e dell’ingegno condiviso da tanti singoli, piccoli NO all’esca del tartufo sopra la vieta ciccia macinata, si misurerà proprio dal confronto con l’ambito ‘target’ dell’ inverso ‘share’: confortante segnale della repentina recessione dell’invasiva, virulenta epidemia. Andiamo dunque subito ‘ognuno insieme’ a spengere l’abbaglio della catodica mensa. I voraci commensali hanno paura del buio, avvezzi come sono ai riflettori della ribalta. Disorientiamoli con la strategia della sorpresa: oscurato lo schermo alla tavola, perderanno in un sol colpo il primario, indispensabile supporto per continuare ad ammannirci l’ammaliante banchetto che, oscenamente saziandoci, deprime, abbrutisce e impedisce il privilegiato esercizio della nostra sapiente, responsabile, responsoriale umanità nella comune casa del mondo, abitato e praticato nella pacificante rivoluzione di un’ equa e solidale condivisione rispettosa d’ogni convenzione, tradizione e confessione. ‘Maggiorenne’ vaccinata e infine immune dalla virale, globale infe(sta)zione da uso e abuso di neotesici, tecnocratici schemi/schermi, questa nostra umanità ‘in sonno’ avrà così modo e mente per risvegliarsi a ‘nuova vita restituita’, dove proporsi e disporsi per imparare a diventare ciò che è: carne che pensa, desidera e considera, in animico con-tatto ri-cognitivo con tutta la consustanziale circolarità dell’esistente, incontrata, ri-conosciuta, testimoniata – e amata – in ogni manifestazione di sé.

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