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Mi piacciono gli uomini che cadono, se non altro perché attraversano, diceva Nietzsche. Così, attraversandone le indomite “seduzioni dell’anima”, ci piace seguire Lia Bronzi in questo suo poetico volo di fenice, che in una originale caratura semantico/lessicale sempre materiata di solenne affettività, si leva in ali per accogliere e testimoniare, nel monito/denuncia delle sue frequenti cadute, il terrestre esperimento dell’esistere: “miele amaro di resine gocciolanti” da assumere, decantare e tramandare in “innocenza d’anni e perenne tenerezza di ricordi”, com’ella scrive. Il tenace segno di una sacrale maternalità visceralmente persiste a solcare e seminare il fertile campo dei suoi versi, in solido con le colte ragioni di una ragione accudita e maturata da scienza e conoscenza, in intimo equilibrio fra un ardire e ardore che, pur “con mani vuote e speranze disattese”, perfonde, ostende, ascende e trascende “la polvere, la nebbia e il vuoto” delle dolorose “secche della vita” per ripristinarne l’armonia originaria, infranta insieme al patto con il suo Grande Architetto. In questa poetica e poietica traversata la bussola di Lia Bronzi è costantemente lontana da quelli che Kafka chiamava i 2 peccati capitali dell’uomo, cioè l’impazienza e l’inerzia: attraendo le necessarie doti per manifestare la volizione del pensiero in un sentire della mente accarnato di genuina, generosa terrestrità, Lia Bronzi ne attua le intuizioni avvalendosi anche dell’alleanza con le dimostrazioni della scienza: quella scienza che lei gnosticamente frequenta con attenta e attiva, filosofica vocazione. Questa attitudine dell’autrice ai valori del pensiero razionale, lungi dall’impoverire la tensiva qualità del suo discorso poetante, concorre a fecondarlo di meditati, coerenti, significanti sensi, nella felice simbiosi fra le possibilità speculative e quelle emotive/immaginative, felici espressioni d’uno stesso intelletto.

Una fossile, organica, robusta concretezza accompagna infatti il fluido dispiegarsi dell’interiore universo magmatico dell’autrice, ordinandolo in un leit motiv materiato di cosmica armonia (da Lucrezio a Monod, cui è dedicata anche una poesia): nostalgicamente metafisico, quest’universo interiore è infatti tutto teso e pervaso dalla laica necessità della trascendenza, come auspicato approdo dell’accarnato mistero dell’esistere. Senza abbandoni né illusioni, condoni e concessioni alla stanchezza, il volo di questa poesia, insieme ad una sapiente innocenza di lingua conosce, e si fa ri-conoscere, dal suo eminente “peccato di orma”: orma impressa e ribadita come caparbia radice di ogni passo che attraversa la pulsante fisicalità testuale, per generare e forgiare, “a colpi di scalpello” solidi virgulti d’anima all’avvenire della storia del mondo. E come la fenice, mitico emblema morale, ha bisogno dell’indispensabile attrito della materia di terra per levarsi in volo e rinascere nella ricongiunzione con lo spirito, sconfiggendo ogni volta le ceneri della sua caduta, così l’uomo trova nel fardello/rovello della sua stessa organica fisicalità il precario, ma demiurgico tramite, per ricondursi alla spiritualità primigenia, disincarnandosi nel progressivo abbandono di tutti i suoi vili orpelli/metalli nei gradi e guadi della necessaria, faticosa traversata/liberazione, per approdare infine al “nebuloso vortice del nulla”, là dove l’anima s’involve spandendosi in “quanti di luce” nel ritorno al suo “Principio per sempre”.

Refrattaria ad ogni facile vincolo o artificio retorico, che costringono l’autentica pienezza del sentire dentro l’inerzia dell’abitudine e l’impazienza della seduzione per suscitare immediati, ma transitori effetti, in questo volo poetico di Lia Bronzi è la costante, fabbrile resistenza dell’amore che, “dall’amplesso di fuoco” con quell’Eterno Principio, l’Eterno Femminino arcanamente suscita, crescendo e tramandando i frutti della sua generosa genitorialità, perché “verde rigermini la vita” a legare responsorialmente la terra con il cielo.

“Orfica vagabonda delle stelle” come la sua fenice, Lia Bronzi nutre dunque la sua attitudine al volo dalla cogente, genetica inquietudine a “replicare la vita” per elevarsi dalla singolarità del suo intimo solco tendendosi verso l’Oltre della vita stessa, là dove essa con-fluisce nel cosmico vortice dell’eternità: caos ordito e ordinato da Ensoph, il Grande Architetto, nel Tempo/Tempio in perenne divenire, dove la ragione di tutte le umane ragioni “frana” in agostiniano “distendersi dell’anima”. Scaturita dai suoi più intimi, segreti, vegetanti fondali, una orgogliosa aura germinativa, spesso accesa di elegiaca liricità, informa con la sua maternale vitalità i versi di Lia Bronzi, che simbolicamente si legano alla fertilità rituale di Malkut, la Dea Terra, mitica Madre depositaria del senso d’ogni fenomenologico segno. La vasta cultura dell’autrice, maturata nell’assidua frequentazione dell’esoterismo ermetico di matrice ellenistico-alessandrina (quello che da Filone e Plotino perviene a Marsilio Ficino e Giordano Bruno), in questo libro – come ho già detto – s’ incontra e si fonde con i postulati di quella attualità filosofico-scientifica che oggi lavora per migliorare la qualità della vita, ma sempre però nella sensibile, e talora sensitiva, adesione alle istanze archetipali come imprescindibili chiavi di lettura del divenire nel ‘panta rei’ ove, appunto, Malkut, “linfa di virgulti coltivati”, si re-incarna in ogni persona che sogna, desidera e soffre, ma lotta e insiste a sperare, replicando e donando i suoi frutti/figli all’albero sephirotico della vita.

Al di là di ogni esperienza o ri-vendicazione femministica, nel poetico operare di Lia Bronzi, fra testimonianza e memoria, è infatti la persona donna – e, sottolineo, donna madre – la specifica, concava polarità depositaria di un’affettiva, profonda saggezza, che al femminile dialoga ‘alla pari’ con l’alterità maschile, per coltivare fiduciosi, operosi e generosi i frutti sbocciati nell’incontro, contribuendo così a ri-legare il mondo con il libero vincolo dell’amore, lontano dalle “costrizioni di sangue” – come le chiama l’autrice – al mondo imposte dal veleno proditorio e dissennato d’ogni guerra. E qui, in proposito, lo sdegno della Bronzi si scaglia contro la sciagurata, schizofrenica “cultura di morte” che “in ragioni cupe di lacrime” lorda e trasforma, indistintamente, uomini e donne in bomba e in kamikaze: “comete | in lampi di fuoco” , com’ella scrive, con aderente, visiva onomatopeia. Ecco allora che sui fondali di quella elegiaca liricità affettivo-relazionale, che scandisce e segna le tappe emozionali e morali del suo itinerario esistenziale in un poetico albero genealogico di struggente commozione ( dalla madre, Elsa, “la bellissima che presto se ne andò | senza lasciarci soli”, al padre “lontananza apparente” nell’offerta di parole già taciute e sempre rimpiante, ai figli “sponde cresciute come grano a spighe” ed ai nipoti “linfa tramandata in albe di luce” mentre “buia cala la notte”) ecco allora – dicevo – che su questa orgogliosa certezza d’immortalità in omologa continuità di carne, sangue e pensiero, che in futura la vita di ricorrenti primavere, Lia Bronzi si appoggia come ad un solido ponte. Da quel ponte ella infatti leva, vibrante e temeraria in ali, la sua concreta denuncia contro la cruda mattanza perpetrata dalla cainità di potenti uomini-lupi contro altri uomini innocenti ed inermi, ad infestare di sovrapposte croci il campo di grano del mondo, in un insensato, orrendo calvario: Nassirya, Madrid 11 marzo 2003, Donna kamikaze, Profughi d’Albania, Sorella afgana, sono dolenti, appassionati, e, di più, passionali esempi del “peccato di orma” di questa poesia: un’ orma eticamente tesa e protesa, che attraversa nel suo parenetico spessore, la violenta materia della violentata umanità dell’uomo, vegliando e denunciando per ricondurla e riscattarla nel suo cammino di purificazione/ricongiunzione con la perfetta sostanza dello spirito.

La gettatezza/orfanezza heideggeriana nell’esperienza esistenziale diventa così iniziatica occasione di risarcimento nella poetica che di questo libro poetico di Lia Bronzi è simbiotico monito e viatico per risvegliare le coscienze dall’inerzia del comodo adattamento alla consuetudine d’ una sciagurata attualità, parimente riscattandole dall’impazienza della prepotenza, imprimendo a quel “peccato” un’ “orma” nuova nel passo dell’arte: quel passo che, nonostante ed ancora, sorvegliando, accogliendo, denunciando e testimoniando, tenta di ripristinare la reciprocità dell’uomo organica al tempo della sua storia, sempre in atto nell’ infinito e indefinito avvento del “mistero della continuità”: che “guizza”, “s’inerpica”, “scende, sale, urla”, “turbina” e “s’acquieta”, “brucia e poi rinasce” “nel perpetuo fluire delle cose” là, “nel nulla, nel niente | dove abita Dio.”

febbraio 2006

Recensione
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