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Un riflessivo contrappunto d’interrogative attese m’azzardo a definire, senza pretendere d’esaurire, la laica coerenza filosofica e la civile concretezza poematica di questa ‘operetta morale’ di Armando Rudi, da leggere come un lucreziano breviario dettato e marcato dalla comune, umana necessità di praticare il costante esercizio d’una “longanime pazienza” per sopportare, appunto fra “interrogativi e riflessioni”, la cogenza di quella “presenza/che durerà per tutta l’esistenza”: la presenza dell’ “attesa della morte” che tutte “le attese” conclude, come l’omonimo carme non a caso posto al ‘the end’ del libro. E’ per il sirenide stigma/stimolo di ogni attesa, infatti, che “la vita degli esseri senzienti”, affamata e spaurita come quella del paradigmatico “cagnolino randagio”, soffre senza difese ed espia senza colpe, sbattendo senza arrendersi “contro il vetro del Mistero” in cui il “sempiterno Ordinatore” – o un suo “referente a latere” – risponde col silenzio all’enigma della genetica impotenza dell’uomo, incapace di piegare alle sue ‘desiderata’ un “destino sordo e cieco”, che indecifrabilmente vieppiù si accanisce – “moloc assetato di olocausti” – proprio contro gli inermi e gli innocenti.

E da “una serie lunghissima” di innumeri attese, senza omissioni né eccezioni modulate ‘ad personam’ ed a misura dei “singoli caratteri”, è kerigmaticamente di(s) seminata la distintiva conditio/cognitio “della razza umana”, sempre tesa “come corda in tensione di balestra” “in un fascio di nervi spirituali e fisici” per centrare la conquista del bersaglio di volta in volta individuato. Cominciano, quelle attese sequenziali, “da prima che si nasca”, già nella “trepidazione delle madri” per il nascituro, testardo già nel feto “a incoare l’avventura della vita”, e si palesano subito dopo “in lagne per le voglie elementari” nella prima palestra dell’infanzia. Si passa così alle “attese della fanciullezza”, “aureolate ancora/di fiducia distesa/nel loro esaudimento”; quindi alle turbolenti attese giovanili, in salmonide salita prestanti e protese verso traguardi d’ “imprese inaudite”; poi alle “attese dell’età matura”, temprate di sacrifici e di speranze nell’ottimismo della volontà/capacità di conseguire “obiettivi di maggiore impegno” nell’ordine gerarchico funzionale alle relazioni della vita sociale. “Fin qui le attese nobili, o anche solamente abituali”, del convivere “spicciolo”, incardinato nell’ ordinaria quotidianità delle file “agli sportelli/di banche, poste, uffici”: attese innocue, come quelle “per affari o diporti”, alle “stazioni o alle fermate/dei mezzi pubblici”, o come quelle, ansiose e talora angosciose, dei genitori, uniti “in ronde familiari ” a vegliare per “il ritorno dei figli in ore buie”. Ma c’è, e purtroppo, nel ‘memento’ di Rudi, anche tutta la rabida, cupa, furiosa “gragnola” delle attese nefaste, che dilagano e devastano con la “mitragliante ripetitività” della “grandine”, nel più diffuso “vizio capitale”: l’avidità del possesso, che non s’accontenta solo del proprio personale “tornaconto” mirando ad appropriarsi delle “altrui ricchezze” “guadagnate con sudore”, ma miete spesso vittime nelle persone più indifese, costrette con la violenza a subire le brame incontrollate di una “carnalità smodata” ed efferata. “Più complesso” è per Rudi discettare, con la sua raffinata poesia del disincanto nel pur ampio “escorso” dell’operetta, sulla variegata moltitudine di “attese collegiali o collettive” di “ceti/comunità, popolazioni, stati”, sovente governate da un “capo-rege-duce” con la complicità degli “adepti più cinici e fanatici”, dove alligna e traligna la cainità della guerra, tragica nutrice di “guasti e morti a iosa” “per mutare un potere forse indegno” nell’istaurazione di “uno peggiore”: attese che Rudi apparenta e rappresenta nella “egemonica evidenza” delle “piramidi”, materico simbolo del “peso dell’apice/sulla massa del mucchio,/il calcagno di pochi – a volte uno – /sulle teste di tanti – a volte molti”. Dissimile appare, se pur ‘imprintata’ dalla stessa genetica crudeltà, la cosmica necessità di altre attese, come quelle della pioggia per la flora e della preda per la fauna, perché funzionali alla “perpetuazione” della specie”, praticata da tutti gli ani-mali – fra cui l’umana “sovraspecie” – attraverso il cogente “pungolo” del sesso, seduttivo richiamo intrecciato di tormento e delizia, saziabile soltanto nella cor-responsiva terra del sogno.

Insomma, seguitando la discettazione rudiana, è il “perenne allenamento” ad ogni attesa che non ci fa impigrire sostando, sazi e appagati, in ogni diverso traguardo conseguito, ma, anzi, ci spinge e costringe a superarlo “sempre più in là”, con tutti i mezzi disponibili al nostro individuale,imprescindibile ed irripetibile “armamentario psico-fisico”, fino ad arrivare, correndo e rincorrendo la nostra vorace frenesia, a quella “prima anzianità” dove progressivamente ci si ritrova sempre meno reattivi all’ambizione/volizione di correre per corrispondere all’offertorio dei variegati stimoli vitali, avviati così alla definitiva regressione nell’ “ultimo segmento/dell’arco della vita”, là dove si infittisce e infierisce lo “sciame compatto” delle “ultime volte” che, sempre “più ravvicinate,/e infine numerose”, “accelerando ritmo”, s’accompagnano all’età della vecchiezza: quelle “ultime volte” “tenute a noi nascoste” forse “per comprensione” della nostra umana fragilità da un destino, infine, “compassionevole”.

Fra riflessioni e interrogativi senza risposta, accorati ricordi e ingrigiti rimpianti, ripenseremo fra “conforto o strazio” quali e “quante sono state/le ultime volte delle consuetudini”, degli incontri con le persone frequentate, dei luoghi amati, e insomma di tutto il musivo repertorio degli “atti abituali” che “diedero un’impronta al nostro esistere” in “disagevole/peregrinare sul pianeta Terra”. Ci prepareremo così, in una più o meno lunga, ma definitiva attesa, all’ “atto conclusivo” dell’ “ultimo respiro” in cui saremo pronti ad “accomiatarci dalla vita”, obbedienti al comando della legge della morte: sovrana “causa del malore esistenziale” che ci seduce e conduce – testardi “mosconi” – a resistere e insistere a volare oltre il “vetro” “di là dal quale supponiamo” si dispieghi il “quia” della nostra ronzante, impotente in-sofferenza, costretta ad espiare senza difesa e senza colpa “il rovello” cognitivo, reiterato e modulato in ogni sceptico itinerario esistenziale, il cui “senso” è per sottrazione replicato ab aeterno ad eternum nel frale segno/spazio/tempo della meteora carnale.

Una ulteriore prova ri-provata di valoriale interesse non solo poetico, questa escorsiva ‘operetta’ di ‘plurime moralia’: una lucida testimonianza pro-positiva avverso il prepotente ‘nientismo’ contemporaneo, dall’A. dettata e affidata d/a sensi tesi e pronti e mente sgombra da ogni pre-giudizio alla poesia più ‘difficile’ da intra-prendere e dis(s)seminare nella ‘facile’, felice complessità eufonica dei versi. Per concludere, una poesia di solida, raffinata tradizione, che non si isterilisce nel vezzo/vizio del vittimistico narcisismo sempre ‘di modo e moda’, ma si avvale/avvalora di una verticale capacità investigativa filo-scientifica: a testimonianza che poeti e pensatori, sapendo di non sapere né potere, inermi e consanguinei rampicano con i chiodati appigli di reciproci “interrogativi e riflessioni”, senza illusioni né consolazioni, la montagna dell’umana conoscenza, in simbiotica cordata soffrendo e arrancando alla conquista della vetta. Che non c’è.

Recensione
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