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La globalizzazione della pace: la prepotenza d’una menzogna

“Bisogna spengere la prepotenza più che un incendio”. Conosceva bene, Eraclito, l’hybris che già era insita nel mito dell’ “età dell’oro” della greca civiltà. Più di 2000 anni sono trascorsi,eppure.. .quante volte ancora si leva, sempre più flebile, stentorea, accorata, la voce del Pontefice, voce che sembra trarre – ed attrarre – la propria forza dalla sua stessa, intrinseca,contingente, fisica fragilità, spandendola nella universalità deflagrante d’un monito, perché tutti gli uomini, fratelli in Abele, vanifichino in impotenza il persistere di quell’antica prepotenza! Si piegano, ma non cedono, le spalle stremate di questo Cristo vivente, ormai quasi in comunione con la terra, che risorge ogni volta dalla sua croce per indurre la comunità dei viventi al ripudio di Caino,in un progetto che “pretende”, dalle ceneri d’ogni rinnovato fallimento, la riedificazione delle fondamenta proditoriamente abbattute da quella prepotenza, un progetto solido, concreto, oltre la facile, sterile immediatezza della commozione: un progetto d’equilibrio ed equità, di con-divisione nella divisione, di co-operazione,di solidarietà nell’armonia, di qualità, non quantità, che spenga infine questo abbagliante, abbagliato oscurantismo che ci rende miopi ed astenici, conniventi con una ragione pavida e stolida, che scarta tutto quanto sfugge al suo limite per non mettersi in discussione e restare mercante nel comune tempio dell’esistere. Eppure,se in questo millennio ancora fantolino, questa bianca figura é così affannosamente, strenuamente impegnata – e sola – nella sua evidente, progressiva decadenza fisica, a reiterare e reiterare il suo appello, non può non sorgere in ognuno di noi, uomini di buona volontà, ed ancora di più uomini liberi da ogni pregiudizio, una riflessione spontaneamente conseguente, oltre che doverosa,sui presupposti culturali/scientifici ormai alleati e proni agli imperio­si diktat economici (e mai l’inverso...) su cui s’appoggia e prospera il mondo: pardon, non il mondo, quella sua limitata porzione che s’é impossessata anche del sostantivo, ristretta all’estremo lembo nord/occidentale del globo.

E’ trasformista la prepotenza: un Caino che di volta in volta cambia, per adattarsi e mantenersi al meglio, i propri connotati, ma sotto il trucco nasconde gli stessi occhi ingordi, le stesse mascelle voraci e lo stesso delirio di onnnipotenza che indussero, nel 146 a.C. la distruzione d’una Cartagine già genuflessa,così come, molto più recentemente, l’annientamento d’un popolo nella shoa e nelle bombe atomiche di Nagasaki e Hiroshima (Fat man e Little boy,furono chiamate,con sbarazzina oscenità), per non parlare dello sterminio dei kulaki di staliniana memoria, nuove versioni dell’espansionismo medievale delle crociate e degli ottomani, la controriforma e il mercantilismo, il colonialismo e lo sterminio dei nativi in America, fino alla rivoluzione industriale e le nuove scienze del profitto trionfanti nel capitalismo, il peggiore dei mondi possibili, perché, nell’infingimento del benessere, addormenta da potente narcotico la cognizione del disagio che induce alla rivolta. Un Caino abile e suadente, dunque, persuaso soltanto al e dal suo fine, se in questi nostri giorni, nell’indifferenza che il segnale ripetuto produce nonostante l’innalzamento costante della sua soglia, un adolescente ha già assistito a circa 13000 delitti in TV (tralasciando le play station, i videogiochi, internet e quant’altro di repertorio), se il 20% più ricco del globo ha un reddito pro capite 60 volte maggiore a quello del 20% più povero, se la forbice si sta progressivamente allargando in favore di chi é già favorito, se ci sono 35 guerre in atto (e mentre scrivo altre sono, forse, in fervida preparazione), se 180 milioni di bambini denutriti mietono mutilazioni e altre occasioni di morte con mani curiose e ingenue, in campi seminati di mine maligne, pronte a voli di sangue in azzurre ali di farfalle... E’ per far fronte agli appetiti scatenati dalle crescenti e golose offerte della piazza che Caino ha affilato le sue armi,implementandole ai fini di lucrosi vantaggi: anestetizzando con la quotidiana forza del telecomando e d’una informazione che comunica menzogne patinate, induce mode e modi sempre più omologati e omologabili (v.Grande Fratello, et alii… il trionfo dell’imbecillità) con appaganti spettacolarizzazioni indulgenti al profilo basso e squallido (perché senza contenuto) d’un protagonismo sbracato e villano, che “suicida” la diversità, quella indispensabile diversità che non é differenza, é vicenda di reciproci uomini, spianando così il primo gradino al suicidio collettivo della globalizzazione. E’ già stato osservato che il processo di unificazione planetaria per il tramite di scienza e tecnica produce molteplici resistenze, conducendo le singole identità etniche e religiose a quella che Morin anche di recente, a Firenze,alla Fondazione La Pira, ha definito “balcanizzazione”. L’era globalista, iniziata nei primi anni ‘90, é stata in tal senso segnata infatti da numerosi conflitti, in cui nazioni come la ex Jugoslavia e l’ex URSS si sono decomposte in nome di quelle identità. Se nel momento stesso in cui il sistema egemone si organizza per unificare, caos, dolore, miseria e morte deflagrano, l’errore dell’orrore é nella menzogna della premessa, che deve essere “rivisitata ed accomodata” alle mutate, attuali esigenze. Filosofi, teologi, scienziati, economisti, politici, intellettuali, gente di lettere e di letture, hanno il dovere – morale e non solo – di procedere alla revisione della storia globale della terra, stipulando al di là di fede e fedi, ideologie e credenze, culture e costumi, un nuovo contratto di convenzione simbiotica con la natura: quella natura che, da Descartes in poi, l’uomo ha voluto possedere per non dipendere da essa, sempre più con l’ausilio delle nozze fra scienza e tec­nica che hanno partorito le odierne biotecnologie, inducendoci però a credere – ecco la menzo­gna suprema – che tutto dipende da noi, dalle nostre infinite, affinate capacità e conoscenze. “La scienza corre più in fretta della saggezza”: così ha riassunto questo funesto delirio d’onnipotenza, l’etologo Giorgio Celli. Del resto, fin dall’illuminismo la scienza ha preteso di rendere felice l’uomo attraverso la certezza, l’oggettività, l’universalità delle sue scoperte: trimurtica patente, paradossalmente proprio in questo odierno contesto altamente tecnologizzato, scaduta. Emergenti e sempre crescenti sono le contraddizioni, visto il frenetico avvicendamento dei sistemi di segnalazione, che producono risposte già superate appena intra­viste e divulgate, sulla base di dati più facilmente manipolabili e variamente interpretabili ai fini “di parte”. Ed ecco, in esemplare avvicendamento che genera inquietudine e sgomento, la sfilata di tutti i ”rimedi” in nome del diritto dell’uomo (sempre di diritti si argomenta, mai dei doveri che non fanno proseliti) a scegliere la felicità, in realtà per creare laboratori di merce umana, da abortire, vivisezionare, innestare, trapiantare, ibernare, clonare... nonché per istituire e mantenere correlati altari di gloria, successo, potere e denaro. Anche la morte, apparentata così al “diritto a non morire", diventa “oggetto-mondo” da possedere e vincere, svuotata del suo senso ancestrale d’ineluttabilità, sperduta “in limine” di quell’autocoscienza che é invece il nostro “distinguo”, la nostra “cifra”, quella che ha innalzato le Piramidi e ci discrimina dalle scimmie urlanti nei templi di Angkor. Analogamente, gran parte del mondo oltre il ristretto lembo anzidetto, é un “oggetto” di cui noi siamo “soggetti”, parassiti e predatori farisei, perché costretti alle guerre per garantire la futura (sempre più futura) pace: quante bandiere ancora insistono e resistono a sventolare alle finestre, come arcobaleni d’una vittoria – inerme – sempre da conseguire! Ma la pace “fugge dai campi dei vincitori” (S.Weil) perché non ripristina l’ordine sovvertito. Mai alcuna vittoria ha condotto alla pace: ne sono testimoni gli 8000 trattati di pace della storia. La pace non la si crea né impone,né per essa si combatte:si combatte per i diritti e per la giustizia. La pace é armonia, non remissività, assenza di potere, partecipazione e cooperazione, non omogeneizzazione; non é escatologico appannaggio di chi ha scoperto la vanitas rerum: é razionale sinergia dell’avventura dell’essere, disarmata per con-vivere senza vincere né convincere, attitudine pensosa del limite in quel “non tutto ciò che si può fare si deve fare” (di R.Levi Montalcini) tradotto da Panikkar nell’auspicio di un “disarmo culturale” attuabile nell’incontro fra e per le parti, oltre gli steccati di questa nostra cultura egemone che, per imporsi, costringe e soffoca tante altre, impotenti, fra le spire dei suoi potenti mezzi, predisponendo le dispari sorti del mondo alla deflagrazione in una comune ecatombe.

Saprà la nostra coscienza, quella stessa che l’ipotesi riduzionistica (reiterata da gran parte della comunità scientifica nel “Decennio del cervello,1990-2000” ) indica come uno dei tanti... prodotti funzionali del sistema nervoso (Zappoli, l996), ma della quale, però, per sua stessa ammissione, "non si può dare scienza” (Boncinelli , 2002), a risvegliarsi dalla sua protesa, pretesa onnipotenza per non generare altri mostri? Frastornata, drogata, asservita all’imperialismo tecnocratico, isterico e simulatore che usa e irride i suoi “oggetti” (il mondo e l’ uomo), saprà dissociarsi dalla diffusa invidia di Dio che ne accudisce, blandisce e circuisce le narcisistiche ferite di figlia smarrita? Eppure quell’Iddio ci guarda tutti, mentre annaspando confondiamo i nostri vuoti barattoli cercandone gli intimi, residui colori, ma ci lascia sempre affidare le mani, la mente e la coscienza alla libertà del nostro arbitrio, continuando a sorvegliare il carro del nostro frenetico, confuso traballare, rialzandolo dal fango delle frequenti cadute, soffrendo per i nostri delitti e le nostre pene, per il nostro vano, contraddittorio anelare all’eternità denegata, ed offrendosi ogni volta in riscatto del sacrificio di chi muore per l’ “irreprensibilità” – come la definì Cioran – di quella disinvolta incuria che regge e governa le nostre afflitte menzogne in reiterate violenze: un Iddio che, absconditus nell’essente, infinita trascendenza del suo lévinasiano “Sapere Assoluto”, in silenzio fa il tifo per noi – cui ha dato la tremenda con-possibilità di scegliere fra Abele e Caino nella responsabile condizione del libero arbitrio – pazientemente aspettando la dismissione dell’abusato, acuminato vomere della nostra egotica, diffusa prepotenza per quell’etica saggezza dallo stesso Lévinas ricondotta alla “complaisance dans le meme”, nella responsoriale attitudine al farsi ognuno “autrui”, “soggetto” dell’altro, per seminare, coltrare e sorvegliare insieme, oltre ogni fede/fedi, il comune campo del mondo crescendovi rigogliose ed abbondanti le messi, maturate e condivise nella mietitura di costanti , proficue stagioni di pace.

Un poeta russo contemporaneo, Voznesenskij, ha scritto: “Vanno alle proprie verità con diverso coraggio/il verme per una fessura, l’uomo per una parabola”. Non é nel nostro tanto celebrato DNA (simile al 98% a quello dello scimpanzé bonobo) il daimon che rende unica, irripetibile e responsabile delle sue azioni, l’umana specie, già autoincoronatasi (Linneo, 1751) e di recente doppiamente riconfermatasi, “sapiens”: é nella nuova senziente sapienza di anteporre l’interesse della comune casa/causa del mondo (ove quella specie é co-inquilina e non esclusiva, assoluta proprietaria), difendendola dalle sua intensiva ed invasiva cainità nell’adozione di quel laico, salvifico principio della cautela per estinguere l’ incendio dell’antica, genetica hybris sempre pronto a divampare e devastare, accendendo la sopita fiamma della (ignorata) volontà cosmopolita dell’ “I care” di Don Milani, non per prendersi cura di tutto e di tutti, ma per singolarmente impegnarsi nella plurale strategia della sufficienza in cui il “dare di più” (nel bilancio della concreta, virtuosa solidarietà di atti/fatti oltre il labile, virtuale “buonismo” di abusate parole) sia praticato e realizzato sempre al costo del “prendere di meno”, nella strategia del coraggio, che sa, può e vuole andare incontro alla libera Verità dell’Amore perché, finalmente, ha imparato a riconoscerla e praticarla, Maiuscola, nella perenne continuità del “da-venire” realizzato nel mutuo incontro d’ogni saliente di-versità, coniugata e sempre esaltata nella solidarietà della Fratellanza, per l’avvento/evento di un unico mondo reciproco e pacifico nella globalità dell’armonia.

Gennaio 2006

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