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Duccia Camiciotti è da anni ben nota, amata e stimata sia dal grande pubblico che da numerosi e prestigiosi critici come una delle voci più dotate del panorama culturale, e poetico, contemporaneo: voce possente di ardita, rocciata mitezza, che ha immesso nella nostra tradizione formale post-moderna illustri tradizioni ‘altre’ (dall’orfismo profetico/sciamanico all’orientalismo esoterico/vedutistico) coniugate nella sincretica caratura di un vaticinante neo-ermetismo etno/epico che l’ha sempre distinta – come scrisse Luzi, suo illustre estimatore – ‘dal concerto di voci che animano il nostro ambiente e il nostro tempo’.

In Duccia Camiciotti infatti convivono, ed armoniosamente convergono, quei due aspetti (il letterario e il civile) che quasi mai ci è dato riscontrare in uno stesso magistero: quel magistero di poesia che, all’unisono con la senziente eticità della persona, anche stavolta riconferma, innovate in quest’ ultima opera intitolata “La vittima bambina”, le sue peculiari salienze di fluida bellezza e formale saldezza che, ‘in tempra tesa’ sorvegliano tournures versali introspettivamente espressionistiche, mai banalmente descrittive né neometriche. Discendendo con lei – e come lei “non per necessità ma per amore” – negli esplosivi gironi della delirante attualità di un mondo sventrato e dilaniato “in precipite corsa” verso l’abisso del suo “dappertutto niente” truccato con il ferino belletto di un’invasiva, suasiva indifferenza ‘che nel pensier rinnova la paura’, occorre lasciarci guidare solo dalla pietas di quell’amore che, impavido, ancora resiste – come Duccia scrive – nell’ “obliquo, amaro, lampeggiante/morbido lucore”, “senza pudori né confini”, del “Regno di Poesia”; sensitiva Poesia che qui, in quest’opera, è un’ affranta, assediata “Musa intermittente”, una sgomenta “vittima bambina” violentata e abbandonata nell’inarrestabile, ordinaria perversione schizofrenica dei nostri giorni crocifissi d’orrore, in cui i bambini sono all’unisono vittime e soldati da stritolare “nel mare sanguigno” d’un mondo “bruttato per sempre” – scrive ancora Duccia – “nel “baratro d’occhi ingenui” di Beslan, nelle “membra disseminate” di Madrid, nei “morti senza gloria” di Nassiriya , nelle “bocche di cannone” del Tibet e nell’ “acqua polverosa”dello tsunami asiatico, nel “sordido limo” di New Orleans e nello ”scellerato presente” macedone, nel genocidio dei Curdi e nel “ventre” metropolitano di Londra, “rovesciato” dalle bombe, così come nelle foibe istriane e nei tribunali di Stalin (ancora poco ricordati, aggiungo).

Il vedutismo responsoriale incontrato in altre opere della ns. poetessa, qui non si raccoglie più fra le edeniche “braccia di Gea” – nell’ouverture di Sangrilà (una delle sue ultime opere) arcadica mater matuta, accogliente di consolanti consonanze –; qui Gea non è “cinta d’alloro” e d’ armonia, è “sgomentante”, gotico e crudele spettro pronto subito a piantarci il “pugnale nel cuore” allargando poi gli squarci prodotti nella costernata constatazione del panorama globale, insanguinato dai guasti provocati dai feroci fasti di una incoercibile, irresponsabile natura, di cui l’uomo è integrante parte costitutiva nella sua genetica volontà di competizione e prepotenza, cainamente alimentata dai guerrieri interessi di “astratte religioni di sangue”: desolante panorama, avvoltolato nelle “putrescenti vesti” della mondializzata consuetudine alla perpetrazione dell’orrore in cui – come scriveva Rilke citato all’incipit del libro – trionfa ghignando quel Caino che uccide per compensare il suo errante e permanente lutto: lutto dal quale Duccia si erge per scandire e scagliare – come postremo Farinata – la sua vibrante e veemente, sdegnata e accorata denuncia poetica.

Nella frenesia dell’abituale gara per aggiudicarsi la vittoria di un vano “correre dal passato e dal futuro” non si rincorre infatti –ammonisce la poetessa – la “vertigine del bello” (come l’armonioso serto dei ciclisti che nella omonima poesia trasvolano l’asperità delle montagne per attingerne il cielo) ma il vuoto “superlucente” e indolente di un indolore abisso dove il pensiero brucia omologato nelle ceneri di un comune, inerte “non pensiero”. ”Su questa plaga d’armi squadrate” – come scrive Duccia – il maligno sapere di un “pirotecnico/ipnotico”, tecnocratico potere ha bruciato ogni tensione, intenzione e intuizione teleologica, imprigionando così l’umanità nel “trabocchetto” “di ferro e fuoco” in “marcia funebre” verso il “macello” di un “futuro” senza presente, voraginante nella procace offerta d’una varietà produttiva sempre disponibile ad immediato, immeditato e aggiornato consumo. Blandito, imbonito, narcotizzato, in questa paludosa pianura paludata d’artifici “senza orizzonte”, l’uomo viene così progressivamente degradato e depredato dei primari attributi della propria umanità: la responsabilità e la responsorialità, senza le quali perde ogni attitudine e bisogno d’inventare, di invenire e di comunicare. Conseguentemente, si afferma e conferma come una positiva conquista quel dogmatico relativismo socio-politico-culturale, proposto con invasive e suasive proposizioni buonistiche, in cui sono coinvolti, in primis, proprio “gli scienziati” che “proclamano | l’immaginario non esistere” in un mondo edulcorato e plastificato, dove la morte non è più estremo, “placidissimo mare”, ma ultimo “cerchio” programmato e sterilizzato d’una vita rincorsa e di corsa, una vita immatura e immunizzata da ogni “sogno da percorrere” per maturare e mutare invece l’accadere degli eventi in reciprocità di condizione su cui rifondare la condivisione del mondo.

Questa dimensione politica, testimoniata dal tormento etico sul possibile valore della necessità civile d’una parola poetica lontana da ogni solipsistico “pozzo di Alice” (compiaciuto specchio di futile narcisismo), pur ancora incardinata dalla ns. Duccia – come ho già accennato all’inizio – nei consueti, consustanziali strumenti di forma e ritmo di cui ella è magistrale solista nel concerto delle voci contemporanee – in “La vittima bambina” – è manticamente operata nella ‘diretta’ d’una viscerale volontà eticamente maieutica, a pelle viva a contatto e confronto con l’attualità della storia del mondo e di tutte le sue attuali storie: una ‘diretta’ spasmodicamente sofferta e lacerata, ma lucidamente tersa e tesa sul “calderone d’effluvi mefitici” dove ribolle l’ ossessionante mimesi d’una “terra imbellettata”, obesa e oberata da tutti i suoi replicati orrori.

Piangono la “perduta magia” i rilkiani tralci fioriti di parole – citati in esergo dall’A. – dolorosamente trasfusi nella mite fierezza e realistica fermezza di questa disperata e disperante litania, esule reduce di quella “vertigine del bello” che più non tralugina in versi istoriati come il tappeto magico di Sherazade, in cui ritrovare – e ritrovarsi – in misterica adesione con un indefinibile, incommensurabile Iddio, unico ed univoco di misericordia. Nessuna retorica, nessuna arroganza di messaggio in questa maiuscola poesia, mai esornativa nelle sue testimoniali, sequenziali epifanie narrative/speculative fiottate di multanimi sensi: nessuna artificiosa presunzione, dunque, ma solo una segmentata, incisa e incisiva, rocciata poematicità itinerante, portata e sopportata come lignum crucis nella scalata di tutte le tragiche stazioni che, fra le catastrofi e le vergogne , hanno segnato gli anni recenti della nostra storia nell”orrore di prammatica” , davanti al quale “l’iperuranio Regno di Poesia” – se pure ora ridotto a cinereo fiotto d’agonia” – è il solo acciaiato filo che, fra il sangue dei suoi reiterati sfregi e spregi, può inter-penetrare, e ri-cucire “la pelle sensitiva” del mondo.

Nello sbigottimento etico della parola estetica, epicamente scagliata dalla poesia contro quel Niente che “avanza mareggiando” ed in cui il “vedutismo” della Camiciotti è occluso nella “bruma notturna” che confonde “l’urlo del dolore” nella opacità evasiva dell’ indifferenza, ecco che un magico incantesimo di luce irrompe d’un tratto guizzando nello sguardo del bambino della poesia “Salvataggio” che, proprio a metà del cammino del libro, tutto lo rischiara e ricompensa, nell’inconsapevole esorcismo del suo limpido, risonante “Ciao” così salvando forse la violenta e violentata materia del mondo, “vittima bambina” rigenerata nell’ aurorale riscatto di quel saluto: un edenico saluto, “senza pudori né confini”, che si cangia e accompagna a quello, inespresso, di tanti altri bambini per vari motivi e modi ugualmente vittime, la cui creaturale innocenza “non conosce il male | se pure l’ha stampato | nelle profonde viscere”: ed il cui “ingenuo pianto tragico” è dolce e tremendo come la favola della poesia, questa verticale poesia di Duccia Camiciotti, che “reduce uguale” di tutti i suoi “altissimi picchi coronati” d’inusuale nitore, brilla indignata e acciaiata di inossidabile carità nel crepuscolo che segue alle spaurite, albicanti tracce di un “mondo bambino”, un mondo che ancora vuol stupire, intatto e ‘nostro’ nella quotidiana voglia di stupirsi, levando lo sguardo verso il cielo, cosmico giardino ‘nonostante ed eppure’ ancora e sempre in tangibilmente fiorito da una intensa promessa di stelle.

febbraio 2007

Recensione
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