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Memorie per Adolfo Oxilia

Da L'Ultima a La Camerata dei Poeti

Queste “Memorie per Adolfo Oxilia” (curate con “meticolosa sapienza” da Franco Manescalchi, come scrive Lia Bronzi nella sua acuta prefazione), costituiscono e re(i)stituiscono il progressivo divenire di intenti e sentimenti nell’affinità elettiva fra Oxilia, il “maestro del cielo”, “stella ferma tutta luce d’oro” e il diletto discepolo Bianchi che con struggente gratitudine lo rievoca nel poetico offertorio di questa intemporale commemorazione “scolpita a chiare lettere di purissimo amore”: l’Amore da Oxilia professato e profuso “con la sua parola e con l’esempio della sua vita”, che ben “salda nei contenuti e nella forma”, testimonialmente sboccia e sgorga ora in voce e luce dal cuore del Bianchi, iniziato dall’ “indimenticabile maestro” alla “vera poesia” che dell’Amore è purissima parabola dettata dal “sacro fuoco dello Spirito”.

E’ infatti quel fuoco che ispira l’ardente parola di vita della poesia, “divino istinto” a testimoniare con fede, speranza e carità “il bello/e splendore del vero” ignorato e calpestato “sotto le ceneri” dalla protervia superbia dell’umanità, che sempre più sapientemente diffidente e indifferente ferisce e impedisce il consenso con il cuore semplice della originale natura del mondo: il mondo che creaturalmente rende onore, gloria e dimora “senza tramonto” ai “dolci confini dell’anima”, in duplice univocità in questo stra-ordinario saggio storico biografico che nitidamente ripercorre il “viaggio a ritroso nel tempo e il ricordo di giorni felici” nel mutuo ‘apprivoisement’ fra Adolfo, l’esigente e paziente maestro che “sapeva ascoltare e spronava a proseguire”, e il fervente discepolo Giancarlo (cucciolo “smarrito e attento” come il gazzellino dell’emblematico racconto oxiliano in ‘Firme Nostre’) che ora compie libera-mente il suo maturo viaggio esistenziale conseguendo il ‘legato d’anima’ della valoriale eredità etica e morale ricevuta dal suo “vero e prezioso padre spirituale”.

In questo viaggio infatti “tutto scorre alla misura del cuore/ora come allora” saldamente ancorato ai fondamentali valori della “verità, etica e libertà”, “presi a cuore” da gli ultimi evangelici probi viri che – come Oxilia e il suo giovane discente, ed ora maturo, mentore poeta Bianchi – lasciano fattiva traccia nell’esemplare volontariato giornaliero che corrisponde alle ideali, liberali esigenze di verità, moralità e carità vibrante in ogni fibra vitale della bellezza dell’esserci. Un “viaggio terrestre e celeste” (e continuo citando Luzi dalla prefazione a “Frammenti”, l’opera prima di poesia del Bianchi presentata dallo stesso Oxilia) “che non sta cercando, come è destino delle epoche di crisi, ma afferma profeticamente le certezze positive così come dall’esperienza e dalla grazia sono rivelate…tra le quali primeggiano l’esaltante sicurezza dell’amorosa casualità di questo rebus che è il nostro mondo, e l’altrettanto esaltante sicurezza della potenza rigeneratrice della carità”. Carità è infatti quell’ “anelito d’amore” “verso il prossimo” dal Bianchi esemplato in “Frammenti” nella poesia “L’aiuto” (“qualcuno ti chiede aiuto e non glielo neghi. Felice sei e non sai che l’aiuto l’hai dato a te stesso …con la forza d’aiutare ancora”): e carità è quel provvidenziale faro che orienta e sorveglia (come la simbolica civetta effigiata sui primi numeri del “ L’ultima”, la rivista di poesia e cultura e artistica umanità fondata da Oxilia con Papini nel 1946) la giusta rotta esistenziale “verso i porti sicuri delle sacre sponde” smarrite negli errori e orrori della cieca navigazione.

Da quell’empatico empito d’amore, responsabile voglia e responsoriale volontà di cooperare serenamente per la pacifica riedificazione di un buono, giusto, rispettoso, gioioso modo di stare al mondo, rinasce ora per noi posteri attoniti e smarriti, il felice incontro di due anime idealmente congiunte per “fare anima” nel comune, concreto investimento in quella pedagogica impresa d’ umanità definita da Dewey “processo incessante di perfezionare, maturare e raffinare”, per formare coscienze criticamente capaci di avverare in tutto l’arco esistenziale la coscienziale fattività metasofica che prevede e provvede nel segno, ma oltre il senno, della saggezza. Dove metasofia è tensione ascensiva dello spirito, che corrisponde alla costante chiamata di senso significata in omne re, fonte e ponte di iniziazione al “senso ultimo” ove s’annidano gli eterni fondamenti che illuminano e rinnovano la via della speranza al cammino e destino della vita. Soltanto la speranza, infatti, tradotta in carità di pensieri, parole e opere senza omissioni né compromissioni, può confermare un solidale futuro a quell’ “ultima occasione” che ci resta: un “libero giusto” “dono d’umiltà”, per rinascere ognuno da primus inter pares alla “radiosa aurora” morale, civile e culturale, programmaticamente premessa e promessa dalla metasofica religio della “laicità dei non laici”. (V. al riguardo l’intervista di Bruno Volpe a Stefano Rodotà in Liberstef). Stupefacente che dopo più di mezzo secolo, e con ben altra contestualizzazione, gli ideali profeticamente postulati da O. fin dal primo numero di “L’Ultima” siano oggi promulgati dai filosofi militanti e non osservanti come stigma e paradigma dell’impegno dell’ingegno per provocare quella rivoluzione spirituale che – come recitava la lettera a Diogneto nel II sec. – “obbedisce alle leggi stabilite, ma nei modi di vivere va al di là delle leggi” con evangelico candore, francescano ardore e ulisside ardire.

In questa catechistica trasgressione comportamentale, nell’apparente ossimoro volpiano il non laico è colui che creaturalmente professa e pratica la laica spiritualità della metareligio archetipale, immune e indenne da ogni postuma contaminazione e condizione. Una metasofica dimensione, dunque, che si sottomette con mente sgombra e sensi pronti a ricevere e transustanziare la cosmica purezza e bellezza dell’esistente nella mistica, misterica “pienezza dell’amore finale”: amore che “nulla chiede e nulla vuole se non che arda” (il motto oxiliano) nella fame e sete di giustizia, pace, libertà e letizia per tutti gli uomini di buona e giusta volontà, fratelli d’anima nel comune distinguo e privilegio dell’ontologica discendenza dall’identica origine a divinis; amore che accettando esulta anche nel dolore , saliente ingrediente del pane esistenziale, offerto in sacrificio a sora nostra morte corporale quale cristica manifestazione della speranza di risorgere in quella “gioia che fa invidiosi anche gli angeli” – come scriveva nel ‘46 Oxilia su “L’Ultima”.

Di questa gioia spirituale ha goduto fino all’ultimo barlume di vita sul letto d’agonia il Prof. Oxilia, Ufficiale di Cavalleria e dei cavalli amico, letterato, poeta, saggista, Membro del Consiglio Sup. della P.I., Medaglia d’oro della Scuola e della Cultura, Cav. di V.Veneto, con Papini fondatore de “L’Ultima”, rivista di poesia, metasofia e artistica umanità, per 14 anni Presidente della Camerata dei Poeti e…di più e tanto ancora: ma il giovane ragazzo del ’99 che aborriva le viete e vuote formule, amava ripararsi nei significanti eteronimi Omega e Cercamondo nel farsi eterno fanciullo come il prediletto Rabbi Gesù e il “santo poeta Francesco” per ripristinare nel mondo adulto e adulterato la pura bellezza del regno dei cieli.

Pedagogica confessione e preghiera, salmo e inno, solacio e auspicio, queste “Memorie per Adolfo Oxilia” – dove in quel minuscolo “per” Giancarlo Bianchi sigla e significa la sua filiale fedeltà agli ideali intenti e comportamenti del paterno maestro – sfilano fra le mani commosse della mente con l’intatta freschezza di un vecchio album di famiglia, che ne racconta abitudini e vicissitudini nel sentimentale intrecciarsi di volti, eventi e momenti attraverso sequenziali lacerti fotografici, epistolari e letterari, editi e non, salvati così dall’ingiuria e dall’ oblio della colpevole indifferenza. Scrive infatti Bianchi nell’introduzione: questo “nuovo sacello/posto al centro del mio cuore” è precluso “alle mani rapaci dei faccendieri culturali avvitati alle loro cattedre a certificare la vanità delle opere spesso vuote di contenuti e fondamenti etici e morali”.

E in questo sacello palpita e rivive per sempre la felice, feconda alleanza di due libere esistenze consacrate nel contesto quotidiano e nel consenso del pensiero al missionario azionariato che “non si ferma” all’apostolico impegno personale, ma si protende e profonde trasmigrando in altre esistenze: cellule d’anima che dalle chiuse della morte carnale rinascono e crescono, replicando in ogni vita l’istinto e l’impulso a dare attiva testimonianza di vita del “senso ultimo” della vita: quel senso dove “nulla è intelligibile se non abbia finalità” – scriveva nel ’92 Oxilia su Eleusis – “di assimilarsi alla beatitudine sconfinata dello spirito, novum verum dove siamo, come nel mistico “Inventario” della Guidacci, “lucciole nel grano”, “il mare nella conchiglia./Ogni stella nel cielo, ogni uccello sul ramo”, con la testa posata sulla sicura spalla del “nostro amore, e la notte, e l’universo e Dio…”.
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