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Affidato alla puerizia “della memoria”, quel “sogno grande | ch’era poesia”, lieve come “neve di marzo” disciolta senza gelo, suona e divaga “senza limiti di spazio e tempo” correndo “come il vento” in queste “mitologie interiori” di Galeotti, confidate “a cuore aperto” nell’ “armonica sequenza” dei “versi schietti” della sua ultima, fabulante, umana commedia dall’omonimo titolo, in cerca di “pace | allo spirito inquieto” per ritrovare ‘la diritta via’ smarrita nella ‘selva oscura’ delle caine ‘malebolge’ dell’esistere: la via della “poesia necessaria” alla “saggezza dell’amore”, la speciale saggezza che “vuol parlarti” e “non ha verità assolute” da preporre, ma sol-tanto proporre con la pertinace mitezza della sua “parola forte” che “senza fatica” pacatamente scioglie “ogni laccio”, la “via della concordia” e della “riconciliazione” con l’ “armonia originaria dell’universo”, “motore cosmico” di tutte le diverse “strade | paesi | gente” di passaggio in questo nostro mondo, che di quell’universo “incommensurabile” è solo una “minima parte”.

E’ quella “parola forte” “d’amore nascosto intrisa” che, con “la mente e il cuore | nella parola del passato” (da “Alighieri e Petrarca | l’Ariosto | ai Sepolcri di Ugo | via fino a Leopardi | e ai Maestri del Novecento…”) con il suo suggestivo ‘stimmund’ richiama Galeotti all’ascolto di quel che egli percepisce e definisce, appunto, “mitologie interiori”. Affidate e annidate nella memoria psicoaffettiva del suo viaggio vitale, che le libera e salva dall’oblio nella sospensiva evasione del sogno (dinamico “scrigno” dove per engrammi, “aenigma et fragmenta’ si ripete, amnioticamente dis-locata e trasfigurata, ogni personale storia e memoria) quelle interiori mitologie ritornano e risorgono in fragili, fugaci “parvenze”: indefinite, incompiute “parvenze” che la poesia risarcisce nell’ a-solutorio riscatto della sua implessiva percezione “senza limiti di spazio e tempo”, che dei sogni ha ed è consustanziale materia e specchio. Chinando “dall’alto la fronte” come ‘uno dei tanti | fulminati dalla fuga di Dio’ della già caproniana, ‘serenante’ accettazione senza rassegnazione, Galeotti accoglie e disperde infatti la quotidiana, aggressiva ontologia del clamore e del dolore, dell’angoscia e della della perdita, dell’assenza e della nostalgia, nelle accorate epifanie del suo oniroide realismo, dove un “passato remoto certo più felice”, innamorato d’innocenza nel mattinale ‘sabato del villaggio’ della vita, ritorna nelle crepuscolari evocazioni della coscienza, in ansiosa, “vana attesa” della sua domenica tradita e vilipesa nell’ “inganno” dell’età matura, orfana e naufraga nella satura attualità del nostro malìoso occidente, vittoriosamente “unto di superbia” e d’insaziabile delirio di onnipotenza.

Assorto e muto, restando “fisso a mirare” -come “dal molo” “di sera il mare” dell’amata Sicilia- “l’invisibile”, leopardiano ‘infinito’ “che spazia lontano fin dove | scompare immerso nel nulla”, a quel sabato “che preme dentro” piovendo “contro i vetri” di domeniche e domeniche “in grigio” di tutta l’ “altra storia” della sua ‘vita adulta’, Galeotti ritorna per attingervi ancora la festante meraviglia di quella remota attesa, deposta ‘in attesa’ dentro le fossili platee dei sogni, che maieuticamente intrattengono il “gioco puerile della memoria”, sospeso “con altro passo”: “il passo errante | di chi” “al calar della notte” desidera ma pur “teme l’arrivo” fra “gli amici” di un tempo, i giovani amici di quell’ “altro tempo” ‘della vita mortale’, intriso e gioioso di vaghe, indeterminate speranze, inconsapevolmente condivise fra i “banchi di scuola”. Ma quegli amici ora sono soltanto “spettri” dagli “occhi spenti” che si allontanano sfumando muti (“nudi dentro di parole”) in “piccoli | punti confusi nel chiarore | dell’alba nascente”, sottratti alla definitiva definizione delle “memorie forti” nella metaforica trasfigurazione/traslazione dentro l’urna salvifica della poesia, che ha/è la soffice, duttile, incorruttibile, incoercibile carne dei sogni.

E da quella carne “che preme dentro” quel che Blanchot chiamava ‘spazio d’anima’, confinato nel fluttuante vuoto d’una perentoria assenza in cui il poeta sembra smarrire “il senso della vita”, la figura del “caro padre” ritorna, come il vigile arconte di Benjamin in equilibrio fra il compresente passato/futuro, dalla/sulla erta “via di Camparca” additandogli sempre con mite, silente fermezza, il “sentiero amico” da percorrere ‘à rebours’ “dalla luce al tramonto” del “rapido ciclo” esistenziale, per risalire ‘a riveder le stelle’ di un “ritorno alla speranza” consapevolmente condiviso: la speranza che, “ad occhi fissi” ‘in sonno’ nella sudata “notte di pianto” della vita -in cui spesso si perde l’intimo senno e l’umile coraggio per continuare a consentire con la vita- “resta d’incanto” per sor-vegliare ed accogliere, con temeraria tenerezza, il da venire della sua incompiuta domenica di festa nella francescana riconciliazione fra natura, storia e memoria, deterse e detese nella mutua innocenza della stessa festante, pacificante “attesa”.’ Benedetta nel passaggio/viaggio in “ogni giorno” di ogni vita, è quella av-vicendevole attesa di speranza che “chiude la finestra all’ “inganno” dell’orrore della morte, “sorella” e non più “signora dal tragico profilo” per ognuno in agguato “sul cuscino”, per risvegliarsi spalancata e liberata (d)alla verità dell’amore, seme, segno e “oltre canto” del “sogno della grande poesia” che, sotto il suo “cielo dal volto benigno” ripara e ricrea “oltre il vero” la memoria d’ogni storia, sorpresa e sospesa alla rimpianta puerizia e purezza di quel primitivo, fuggitivo “tempo | dei giochi e degli affetti”, onnipresente e pronto a convivere in una “nuova stagione serena” in cui, “fra orizzonti e approdi”, accogliendo e ‘alleluiando’, “il futuro si attende col sole”.

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