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Morirai con un foglio in mano

La pensante profondità della serenante leggerezza di Alberta Bigagli, rabdomantica amica delle voci vive del mondo.

La serenante leggerezza della profondità, la profondità pensante dell’ ‘I fill, therefore I am’ damasiano. Profondità provata e pacata, severamente tenera e corresponsivamente compassionevole senza pietistiche compiacenze né compatimenti, complicemente attenta a percepire, recepire e condividere al propulsivo ritmo dell’intelletto del cuore: che indaga e intende, indulge e non pretende, avvince e convince, denunciando e soccorrendo senza rinunciare né soccombere. Leggerezza d’una arguta bonomia, dove la frizzante saggezza dell’ironia che stonda le acute asperità degli spigoli, sorride, ride - e mai irride – con la cristallina solarità d’un primaverile mattutino di vento senza nuvole.

Sagace leggerezza, che pur ben consapevole dell’affronto imprevedibile e ingovernabile delle nuvole, dalla profondità “matria” della terra move un vento d’amore che fu - ed è - dolce forte sentore di poesia. Av-vento che costantemente spira e sparge e non disperde il seme fecondo e progressivo dell’irripetibile, riconoscibile novum verum che fa di Alberta Bigagli un eretico eroe, lontano dai fumosi incensi del paludato, omologato coro. Autentico eroe, ergo antieroe fuori schema, schermo e codice, che senza clamori né furori autarchicamente attende e comprende, ricorda e accorda, annota e conferma, riforma e rifonda. E mai (si) celebra, pur concedendo(si) la risorsa del riscatto maturato nella decantazione contemplativa del danno e dell’inganno per in-cantare il primo vèr del carnale verbo parlato dalla sua po(i)esia, testimoniale professione del suo naturalis coniugio con tutta la complessità umana, animale e vegetale, accomunata nell’arca domestica del mondo per rifondarvi la universalis religio che laicamente ne assolve e salva la primaziale panumanità d’anima. Laica religio, devota-mente osservata dalla Bigagli, la cui weltanschang intende e corrisponde con disciplinata passione e pacificata riflessione, sorridendo e commettendo il peccato irredimibile della ottimistica fede nel seme buono, giusto e onesto, presente -nonostante ed eppure- in ogni uomo: voce viva che esplora e avverte, attrae, seduce e contagia con la paziente, pragmatica intraprendenza d’una altera umiltà, sdegnosa di qualsivoglia partigiano inchino e/o ermellino- ben con-temperata da un amorevole intelletto irriverente e mai pedante con buona, giocosa e gioiosa volontà e capacitazione: che rabdomanticamente ausculta e percepisce, trova ed estrae, e da sapiente, benevolente architetto sa e vuole restaurare i congrui “impianti psichici di contenimento e utilizzo” per rendere e sprigionare il primitivo vér di luce e voce anche -e proprio e più- a chi non sa nemmeno la sua croce.

Così, con l’ardita e ardente consapevolezza coscienziale di avere nelle mani dell’intelletto “le messi e la raccolta” -com’ella (si) de-scrive in ‘Morirai con un foglio in mano’ (il suo viaggio narrativo attraverso il continente professionale e reale di memorie, storie, fatti e affetti senza fasti né glorie il cui passato è presente attuato e attuale parlato con/da “Voce Viva”, il “giornalino”- com’ella chiama con delicato understatement quel suo delizioso periodico, affrescato di solari solidarietà e programmatiche idealità, redatto con l’ottima sodale Falteri), la Bigagli continua costantemente ad alimentare quella feconda fucina di contatti umani già accesa nel suo pluridecennale volontariato missionario dedicato alla riabilitazione personale e sociale delle diversità condizionali, a vario titolo e modo segregate e silenziate nella contenzione e detenzione istituzionalizzata dei manicomi e delle carceri. Contatti d’umanità in cammino, inscindibilmente interconnessa in una imprescindibile catena di sentimenti, intenti e accadimenti sommersi e/o rimossi eppur carsicamente interferenti. Catena rigerminata dalla voce viva, verace e tenace della ‘langue’ originale, il “linguaggio espressivo” che la Bigagli maieuticamente disseppellisce e coltiva governandone la manifestazione per comunicare e ri-produrre la unificante verità immortale dell’esistere: la verità morale dell’essere ogn(i) uno il levinasiano ‘autrui’ dell’altro nella comunità di tutti i con-parenti con-viventi, concorde-mente alleati per restaurare con fiduciosa reciprocità, festante pazienza e ardente dedizione il condominio del mondo.

Recensione
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