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Qui è scalo di spiriti della memoria

(Racconto in versi)

Questo teatrale ‘film en poème’ che avvince e ci costringe prigioni incatenati alla progressiva suspence di perturbanti attese e inusitate sorprese, scopre e intreccia in tre visionari“scorci” d’anima meta-fisica(l)mente frequentati in tutto un “giro di combinazioni”, l’atto unico di coalescenti premonizioni e folgorazioni, avvertenze e avvenienze di memoria e storia, ‘girato’ nell’attualità di possessivi sentimenti e intendimenti, irruzioni e interruzioni, visitazioni e ri-cognizioni ritornanti in (p)ossessivi ‘flash back’ di stranianti apparenze e ricorrenze e compresenti emergenze e appartenenze: orfica giostra di premonizioni e immedesimazioni emergenti dagli storici ‘trascorsi’ del tempo, proiettato con la moviola della memoria nell’attualità d’una sofferta ri-evocazione metastorica che rivive e iscrive, in sacrificali pedaggi, la tragica storia de “La Memoria” dell’Olocausto, sciamante in cerca di ricordo e requie negli spiritici stuoli degli innocenti discarnati nei forni di sterminio nazisti. Ed è alla loro dolente irrequietudine, a lei av-venuta in folate di enigmatiche visitazioni, poi riconosciuta e subito accolta e perfusa nel fibrillante fervore del suo cuore, che la B. edifica in quest’opera un perenne Tempio alla Memoria, dove il ritmo aspro e rastremato d’una dodecafonica colonna sonora nervidamente scandisce l’alta tensione versale, che ribadisce e urge allo sdegno e al memento, alla condanna e al monito che diventa preghiera.

Tempo esumato e transumato in “tante pagine” che inventano il romanzo di quel tempo, scandito nella/dalla storia esistenziale dell’A.: una ciclica altalena di festanti attese, transeunti consolazioni e brucianti delusioni, migrazioni e spaesamenti, ritorni e ritrovamenti, che aleggiano nell’aura sospensiva del pittoresco levitare d’ogni verso, pur se fosco d’angoscianti disagi e smarrimenti, di questo inusitato “livre à essayer”, carico “di risposte / senza formulazioni di domande”, carico “di domande” sempre sospese all’attesa di risposte…/ chiave d’un mondo / con la combinazione da scoprire” nel transito “segreto, / misterico” di realtà irrealmente correlate. “Realtà” che l’eccellenza sensitiva del suo fervido, effervescente intelletto ri-creativo riconduce dal tempo del “sacro e profano amore”, da quello “dell’agire”, “del soffrire” e dell’ “obliare”, al “tempo di ricordare” nel ritornare, dopo “tanti anni” di cogenti evasioni situazionali, al suo amato “Quarto di Luna” nel primo cerchio dell’Oltrarno, dentro la casa della giovinezza, accanto alle “botteghe tabernacolo del Ponte Vecchio”: la Casa degli “Spiriti della Memoria”, dove ella aveva trascorso anni “curiosamente felici”con i diletti genitori fino alla imprevedibile condanna e danno inflitto dalla dissennata apertura della zona al traffico sempre più inquinante e frastornante, che la costrinse ad un sofferto, ma irrinunciabile distacco. Paziente “Itaca” quella medianica magione ne attende il titubante ritorno di “Penelope” “disfatta e stanca”, “reduce prigioniera / da lunghissima assenza”, per liberarla a nova vita restituita come quello spicchio di centro fiorentino, finalmente chiuso al veleno dell’inquinante violenza nel ghetto salvifico della “Zeta Ti Elle”: “tre lettere” benedette ove sciogliere, “tra cose rimaste / e ritrovate” il voto nell’andarsene dedicato alle invisibili Entità dei queruli Spiriti che senza volto scendevano giù dal camino, nelle notti di vento ululando in nebbia di parole, infine rischiarate.

Parole contuse in confusi mugolii che imperversavano mescolandosi all’asfissiante “onda d’odore” che, nauseante come un “profumo strano e forte”, impediva avvinghiando “in spirali di boa constrictor” il respiro e il pensiero dell’A., lucidamente “stordita”, soffocata, affondata nel nero carcere d’una convulsa, confusa angoscia, nell’oggettiva impotenza a trovare e il mistero dell’origine e a rimuovere le cause ambientali di tale e tanto inquietante e inquinante effetto psicofisico. Come salvarsi infatti dalla gassificante morsa, e perché proprio quella casa, la sua casa, era infestata dal mesto coro degli spiriti visitanti?

Lucidamente abbagliato e frastornato, anche il lettore più refrattario alla predaci suggestioni e fascinazioni dirompenti dai folgorati quadri/squarci emozionali, brillati nei cardini di un praesens praesentis “bizzarramente” “già incamminato / nel passato”, viene condotto per sospensivi sussulti, invasive irruzioni e sensitive invenzioni al “meandro splendido virtuale” ove si trova e disvela l’arcana origine di quel “tragico coro” di spiriti piangenti, che improvvisa“blaterò” in luce di parole per farsi riconoscere nella piena di pena della sua inenarrata croce, senza foce: “Siamo morti, noi. Non siamo!” Poi tacevano ancora, “le voci e il vento”; ma, “ecco”, d’un tratto ancora irrompevano “per giù il camino” “le notti di vento” mugghiando come ‘fa mar per tempesta’ la loro disperante condizione d’ ‘anime affannate’, nel ‘disio’ d’ ‘aver pace’ e riscatto “di memoria” e storia della ‘Caina’ che non solo “per asfissia”‘a vita li spense’ negli inferi gironi dell’odio e dell’oblio, ma ne perpetrò l’oltraggio e la condanna alla perpetua erranza, in una danza di fuga senza tregua nè scampo, perché derelitti e reietti, segregati, perseguitati, banditi dalla comunità di tutti gli altri uomini: una nemesi perpetrata e tramandata nei corsi e ricorsi della storia.

Una nemesi di cui la B. subisce l’immedesimazione, in analogia di sentimenti e situazionali apparentamenti, dove anche lei ,“sola d’angoscia”, “senza partito preso” di “future fiducie”, si sente inerme, inerte prigioniera, esclusa/inclusa nella farnetica storia degli “Anni Settanta”:“TG di sangue”, “Sangue di gelo”, “di Piombo” “non solo l’aria” venefica dei gas di scarico di “tanto transito / di mille urgenze”, “come in un fiordo” chiusa fra i tetti delle “antiche strade” che stringono la sua casa e il suo respiro. Anni ‘formidolosi’ di ideali e ideologie, di adunate e barricate, di proclami e proteste, di rivolte e conquiste, tradotte in atti e fatti che “sciolsero catene è certo”, ma scatenarono l’antica “belva, feroce e folle” di un recidivo anatema assassino, dove anche lei, come già gli spiriti clamanti, si sente preda impotente in una mortale “tela di ragna, stretta di piovra / paralizzante veleno di cobra”, senza respiro, senza sollievo, senza riparo, senza salvezza: una di “serie zeta” che “ha da perire”, “sempre sul baratro dell’avvenire”.

Ed in quegli anni implorante stormiva, e imperversando esortava il vento “giù dal camino” “Hai visto! Hai visto” “Ora hai provato!Ora hai sentito!” anche tu “il non respirare, ed anche la piaga / del perseguitare…” E d’un tratto l’A. vede, sente, riconosce illuminarsi nello squarcio sensitivo provocato dagli ossessionanti ricorsi delle corali folate, l’angosciata voce degli Spiriti della Casa: gli spiriti degli ebrei che abitavano lì, sul ‘loro’ dove ora lei abita, razziato, distrutto ad alzo zero dal perverso razzismo nazista, gli spiriti che ritornano dall’esiliata migrazione, convolando quali “arcaiche rondini” al domestico asilo nel nido originario, poi ricostruito e da altri, fra cui lei, posseduto. A quei “poveri amici sconosciuti”, “condannati / da odioso passato, / per sempre a quello ingiusto legati, / da morte ghermiti”, cor-risposti in piena di pena e di pietà, e subito accolti, registrati e scritti” nell’abbraccio del cuore, ella promette “cantar di loro”, testimoniando il voto appeso alla trecentesca “Torre/dei Belfredelli” “che da una finestra / a tramontana vede”.

E dopo “tanti anni” altrove coinvolti e distolti, ritornata alla Casa Elettiva l’A., scioglie quel voto in questo teatrante romanzo d’anime, transumando ‘per verba’ la sua piena di pena e di pietà in ogni verso suggestionato e suggerito dalla implacata irrequietudine delle spiritiche schiere, questuanti nel vento misericorde attenzione per testimoniale accoglienza di voce e croce: la voce reduce in croce dall’agonica prigionia negli infernali gironi orditi dalla “belva feroce e folle” della Shoah che nei suoi macabri camini ne discarnò infumando pelle e carne, nervi e sangue, storie e memorie ammucchiate in ossari di ceneri irrise e vilipese, condannate a vagare vorticando nel vento in cerca del salvifico “scalo” per riscatto e prece di ricordo e requie.

“Ricordo e Requie” implorano infatti, “le voci / dal camino”, di nuovo irrompendo inattese, “ventose” “in una folata improvvisa” nell’albicare d’una notte d’estivo Halloween, puntuali e sodali all’appuntamento con la “ricorrenza, dodici anni” dalla morte del compagno dell’A; “notte di veglia attonita”, di mestizia e di grazia dedicata in “ricordo e requie a lui”: dolente dedica, che anch’essi reclamano, “piangenti”. E pur colta di sorpresa nel rituale offertorio della mesta commemorazione, ella immediatamente cor-risponde assicurando loro di non aver dimenticato che lì, in lei “è scalo di spiriti / della memoria”, nei suoi sensi “negli anni” affinati e allertati, scampati alla soffocante “cortina di fuoco” dei tanti “amuleti di macerie e dolori” in cui li riceve e perfonde nel cuore, come e fra le “cose rimaste / e ritrovate” intatte nel suo lungo olocausto di “salamandra fra le fiamme”.

E come da promessa, la B. ne de-canta l’errante condizione d’ “innocenti”, reduci dall’ “inferno” dello sterminio nazista, nelle funebri onoranze rese in affabulati gironi di pagine sdegnate, trafitte, piagate, soffocate dall’acre invanescenza carnale fumante dai camini sempre accesi da una storia assassina: pagine compenetrata di compièta e di compianto, che sciolgono il voto di debito ricordo e requie in questo sacrificale regesto di consacrazione, iscritto a perenne monito e auspicio, quale testimoniata premessa di risorgiva metanoia. Una sofferta ‘renovatio cordis’, di cui l’A. è levatrice e attrice, e dove anch’ella risorge, librandosi libera dalla pira sacrificale su cui s’era immolata nel suo “Taj Mahal” corpomentale, per non sopravvivere alla passione che la “voleva/devota” a lui “morta sull’ara”.

Ma persistono le voci, oracolanti incalzando, sollecitando “Attenta, attenta” “Attenta a che?” mentre s’annunciano le prime avvisaglie dell’“incendio furioso che già invade e devasta l’appartamento / della signora accanto”, “tutto bruciato”, risparmiando il suo. Un insperato “miracolino” compiuto nel mutuo intreccio di casualità causate in arcano concorso di presagi e avvenienze, analogie e simbologie, compresenze e ritornanze razionalmente inspiegabili (salvo la sua pragmatica, lucida prontezza decisionale nell’allertare i soccorsi), come la ricorrenza della notte di lutto che la “teneva desta” coincidente con quella dell’incendio, e l’ “aiuto di Dio” e dei misericordi, “invisibili amici” spiriti: gli spiriti “sospirosi”,“dalla Ruah sospinti”, per lei accorsi e in lei “accolti in ali” per apprezzare “il cielo” libera-mente con-volando come i suoi giovanili dolori, reclusi “gabbie” di “preziose” voliere “intarsiate di lacrime” aperte ad una ad una dal terrazzino dell’appartamento.

In quel “libero volo” di torturati spiriti, rimpatriati dai campi di sterminio del satanismo nazista, confluiscono anche gli scampati in carne e ossa al suo “infernale / magnetico tentacolo” che “si artigliò di svastiche / contro l’uomo e Dio”: l’Olocausto, che se fuori ne scampi, “dentro ti cresce”, “ti riguadagna e muori” annientandoti come terra bruciata per tua stessa, tardiva esecuzione. Come lo scrittore Primo Levi, vittima in differita “nel pozzo delle scale” per “non esistere più” nell’impari resistenza quotidiana, appassionatamente evocato con l’omonimo Levi di nome Alberto, del padre della B. amico e ‘compagno di guerra’ “senza avere ucciso mai”, come il letterato scrittore Franco Lattes, cui fu interdetto il giudaico cognome,‘convertito’ nell’ariano Fortini, e come tale irriconosciuto da sua madre, già di Lattes compagna di liceo: e come tutta l’emaciata “carne inerme”, violata e decimata dalla orgasmica perversione nazista, ignara in fila “per la millantata doccia” del mattino “come ai bagni al mare, di strofa in nota orchestrata dal potente magnetismo incantatorio d’una tragica “marcia funebre” che ne accompagna la scheletrica agonia da “fame e stremo” fino all’estremo oltraggio nei “forni della morte”. Tragica, “magica marcia” che incide, affanna, inonda e affonda, in un disperato crescendo di violento sdegno, assediato e riarso di bruciata, occlusa pena, che levitando in dolente compassione, “sottovoce” s’apre e s’allarga fluendo in un elegiaco gospel di denuncia, annunzio e esortazione, che lenisce e sopisce con “voce aspra e roca / di mamma contadina”, e in-cantando “culla e porta via”, via nell’esodo verso l’iniziatico approdo alla terra promessa. La terra d’una glocale “Maremma” meno “amara”, epico stigma e paradigma dell’ universo Itaca dove ogni spirito Penelope ha paura di non tornare mai, che vibrando “profumi dal Tirreno, / di macchia selvatica nativa”, sciama e scioglie all’av-vento del memento l’orfica salmodia della sua “canzone desolata”, in volo “coi gabbiani” “sulle onde lungo costa a respirare / ancora effluvio rosa, / salmastro d’oleandro”.

Il confluente avvenire d’anime, prismaticamente sfaccettate dall’A.nell’abbacinante fascinazione della trasgressiva caratura ‘metricoprosastica ’ di abbacinante fascinazione -dove l’arte della parola risponde all’emozione e all’ancestrale necessità di raccontare la verità dei fatti con la volontà di plasmarli nell’invenzione- riflette in questa sua ultima avventura d’anima il maturo equilibrio d’una eccezionale natura poetante, sorvegliata ed esaltata nella solida architettura d’un inusitato discorso e percorso stilistico di espressionistico realismo, incalzante e cogente per figurate immagini e medianica immaginazione dove il tempo virtualmente indeterminato del flusso d’anima non distorna ma conferma e rafforza l’ adtestatio rei visae, sempre aderente e corrispondente all’accadere del praesens presentis nel tempo reale. E’ questo tempo, vissuto in pensieri, parole ed opere senza omissioni, che induce il memento e l’inventio con la sibillica voce croce dei suoi reitineranti turbamenti e incantamenti: una taumatica ‘consistency’ ben temperata e governata, arditamente trasfusa nell’arteriosa pressione dell’ irruente linfa versale che prorompe e dilaga, circonfonde e sommerge con la fosforica densità del suo abbacinante dettato: una sabbatica possessione che ci avvince e costringe senza tregua né scampo di fiato nella tachipsichica danza di lettura.

L’ellittica andatura sintattico-fonetica, indotta per fratture e congetture, consonanti dissonanze e congiuntive anomalie, ammalianti di sinestesia armonia, ribadisce l’inconfondibile imprimatur della carismatica personalità dell’A., in progressivo divenire nel qualificativo assoluto della sua proteiforme, non conforme valorialità artistica, eretica-mente in libera fuga da ogni definitorio apparentamento e inquadramento nei canonici ghetti dell’ortodossia critica. Così, ad ogni avvenuta avventura d’anima ella sa sospenderci incatenandoci alla sorpresa della prossima, già incovata nella sua effervescenza creativa: “Arcano maggiore” in attesa d’incarnarsi in ‘nova vera’ ancora in gestazione, che nella viscerale voc/azione di scrittura trova metafisico scalo per continuare a pre-dire ricordando e denunciare testimoniando con inesorabile furore e rigore la sua appassionata “informazione/esortazione”. Inossidabile ‘Sidereus Nuncius’ che risorge dal recidivo insulto della denegazione, a perenne oblio scagliato nel titanico vigore del poetico ardore di questo ‘Sacrario alla Memoria’ avverso quella “fiera latrante” che occlusa nel fondo del ns. singolare inferno, aspetta “d’infierire, impedire, costringere, / imprigionare” forte “del gioco d’un coro perverso / contro la Libertà”. Dove Libertà è “lasciare ai giovani d’essere, / agli anziani di restare”, “senza nessuno sprezzare”, né “negare a nessuno / la seconda occasione”, professando la sua fede in “quel dio o idea” che vorrà incontrare. Perché si chiuda “la corolla / tossica” di quel Male Assoluto, e più “non nasca quella belva, mai… / né quella d’altri”.

Recensione
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