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Movendo dall’innocenza primigenia dell’uomo nell’esotico, esoterico incantesimo dell’inverosimile arcadia del mondo, Duccia Camiciotti orchestra, nella diretta del sinfonico sentire di questo suo Sangrilà, la genetica ambivalenza dell’uomo, “ efebo in perizoma “ che suona “ la cetra alle montagne “, alle prese con il suo speculare rovescio di strenua, straniante ferocia, ribollente nei gironi della sua cainità. La costanza di una indomità passione civile, che soffre attonita di impotente angoscia constatando e sorvegliando, si effonde trasparente nel sigillo anagogico della ‘ littera ‘ in tutta la vaticinante filigrana della superficie testuale, nel cesello modale e tonale di una vedutistica classicità post-ermetica, per richiamare le sopite coscienze al già foscoliano confronto fra il ‘reo tempo’ e le ragioni metastoriche dell’armonia dell’essere nel tempo della poesia: che, verso su verso, di Sangrilà compone l’epica, etica, etnica e multietnica aura.

Una delle ardite, innovative salienze di Sangrilà, al termine dell’agostiniana “ distensione d’anima “ della sua prima parte, intitolata “ Pastorale classica “, è emotivamente orchestrata dalla Camiciotti per ottenere l’effetto stuporoso di un fendente che colpisce all’improvviso, allargando la lacerazione fra quella profusa., gioiosa pienezza composta dall’equilibrio dell’amore e l’impromptu che in un colpo di respiro ci scaglia nella sua buia deprivazione: nell’errore e orrore ove Caino uccide – come diceva Rilke – per compensare il suo lutto errante, nella superbia che gli impedisce il nostos all’edenico giardino di quella innocenza primigenia. Ecco allora che le altre tre parti ( Apocalittica, Il molino del diavolo, Olografia ) di questo piccolo carmen attuano l’afono urlo del mondo ( che ha perso la sua vocazione devozionale all’immaginario per la dilagante, suadente e surrettizia sovraesposizione dell’immagine) nella ostensiva tensione dello stupore e della meraviglia: quella che consente di entrare in risonanza con l’alterità, ‘ conoscendo per inclinazione ‘, come già auspicava Maritain.

Teso come un arco che lancia la sua catartica scommessa di scrittura per amore del mondo, pervaso di grazia solenne, pensante e pulsante verso un numinoso Non - Dove, monito e baluardo contro l’imperante nequizia della storia, Sangrilà chiama le nostre singole coscienze a sdegnarsi e svegliarsi alla sua verità di giustizia e di pace nell’amore: come l’Angelus Novus di Paul Klee, che guardando ai fasti e nefasti del passato, va incontro al futuro pre-parandolo nel sempiterno presente inverato nell’esserci dell’agire poetico.

Recensione
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