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Stanotte pazzi capricci da inseguire. Caleidoscopio

In occasione della recente uscita dell’ultima opera di Anna Balsamo, in esergo citata, sono lieta di esprimere il mio intenso apprezzamento delle sue straordinarie doti artistiche, già annunciate nel suggestionante magnetismo della persona, irresistibile calamita che, nutrita di verticali latitudini culturali, attrae ricaricando con ellittica centralità demostenico-seduttiva le (a volte) fiacche serate letterarie fiorentine, abbagliandoci e ammaliandoci con l’ormai raro stupore della subitanea ammirazione, confermata e amplificata poi nella diretta immersione, con sensi e mente pronti e sgombri, nella sua variegante produzione in prosa e poesia.

Ed ecco che anche stavolta la Balsamo riesce a sorprenderci ancora e di più già dal titolo-vetrina di quest’ ultima plurale oper-azione artistica, magistrale concerto orchestrato per voce singola, coro, fiato e di-segno grafico, fruibile anche attraverso il ricorsivo ‘ascolto di lettura’ digitalizzato su cd. E’ questo scenico ensemble di musica, poesia e grafica, anche multimedialmente organizzato dall’effervescenza creativa della poetessa, che consegue la caleidoscopica magia delle sue notturne, capricciose bizzarrie versali, responsabili e responsoriali dell/nell’inventio di questo geniale spettacolo di poesia: teatrante poesia, che si avvale e avvalora il suo potenziale incantatorio nella osmotica specularità di un inusitato contrappunto suggerito e ‘con-corde-mente’ con-sentito dalla rapsodica suggestione dei Préludes di Debussy, ‘inter-penetrati’ en esprit de finesse dal magistrale flauto trasverso di Laura Manescalchi, che ne prova e ri-trova la “musica sognata” delle “ignote note” di cui a Montale e Minstrel. Sono quelle “ignote note”, infatti, la prova del segreto spirituale di questo iniziatico concerto, mutuo connubio di finissime eccellenze artistiche che l’onirico simbolismo del maestro Rinardelli incide con la sigla del suo grafico tattoo, graficamente traducendo con visionario sincretismo la straniante sinergia della rappresentazione nell’armonioso avvicendamento delle 24 sortite in scena, dove l’empatica collusione di con-senzienti ingegni conviene a realizzare la felicissima ideazione della poetessa, in stato di grazia nell’incanto ludico metrico delle sue volute versali: un ukiyo (il mondo fluttuante di cui a Edo) di vele/voli/veli in vago fluir di tersicoree movenze e dissolvenze, ritornante e risonanze.

Ghiribizzi, come con arguto understatement li ha definiti l’autrice nel dedicarmi il libro; ma accorti ghiribizzi, stravaganti fantasticherie per ingegnosi capricci; geniali ghiribizzi dunque, produttivi di eretiche sintonie nella novità ri-strutturale dell’haiku: pur nella libera fedeltà metrica, un haiku eretico, difforme, ma conforme ai “pazzi capricci” dei fuochi d’artificio ideativi balsamiani, che innesta nell’orientale esotismo indeterministico della formula la criptica fissità dell’ambiguità palindromica, dove la scansione versale è sorpresa dalla moviola poetica che ne rende, sospende e riprende le filmiche sequenze, per aenigma et fregmenta confluenti in visionaria levità di maliose icone.

Immaginarie imagines verborum, donate dal musico sortilegio debussysta alla creativa sensitività della poetessa primattrice e coprotagonista, che messmericamente unisce altissime valorialità artistiche per realizzare questa gestaltica mise en scène, dove ogni quadro è con-seguente nuncius del successivo nell’estasi estetica di un iniziatico amplesso poetico/musico/grafico dando voce e foce a quel karmico capriccio notturno nel numinoso giapponesismo simbolistico (già caro a Debussy) innestato nel mono-no-aware dell’haikuismo zen (come scrive Manescalchi in prefazione). Questa in-novazione/contaminazione poetica approda così alla perfezione ideale/tonale/formale di un atto unico che è un vero e proprio chef d’ouvre di con-sensi artistici convocati dalla carismatica musa per conseguire con lei, e le sue tra-sognate “velate ballerine in dissolvenze”, quelle “ignote note” sognate in coalescenza d’anima con i Préludes, dove la perfetta simbiosi della inter-azione compositiva si realizza per impressionistiche vibrazioni e sfumature liberamente accordate e definite secondo le suggestioni emozionali.

Ponendosi nell’avanguardia contemporanea che intende praticare e diffondere nuove modi, forme e formule poetiche in quella che definirei la nouvelle vague del terzo millennio, coniugando l’oralità della scrittura, contaminata e arricchita dall’apporto musico-multimediale (dove la differenza valoriale è affidata alla qualità e capacità creativa e interattiva fra le singole performances) l’opera dimostra inoltre l’aderenza e la lungimiranza artistica della Balsamo, capace di interpretare a modo e da par suo le svolte epocali relative ai codici linguistici e al rapporto tra scritto e orale, così come esso viene oggi esperito a livello antropologico globale. Il panorama poetico internazionale sembra confermare infatti che la poesia, pur essendo ancora e anche nata per essere fruita in silenzio, sta diventando poesia oralizzata, e realizzata compiutamente nella sua esecuzione, sia dal vivo che in registrazione, scommettendone l’addizione con la musica e altre espressioni artistiche, dove spoken word e spoken music sono in polifonico dialogo.

Fra i migliori sperimentatori internazionali della formula, cito gli americani Gibson e Beaty, il russo Delphinov , il francese Eupedien, l’austriaco Uetz, il brasiliano Domeneck, gli inglesi Francois e Beard, il sudafricano Kaganof, gli spagnoli Ajo, Escoffet, lo svedese Bowers …et absit iniuria praetermissionis.

Nonostante la diffidenza dei lettori e dei critici di poesia che nei nostri più ristretti, italici orizzonti sono vincolati dal retaggio della tradizione quale stella fissa di orientamento, questo fenomeno sta creando anche da noi un filone in cui interagiscono, anche contraddittoriamente autori come Balestrini, Spatola, Cinque, Rosselli, Costa fino, appunto ai poeti ‘sonori’ come Minarelli e Fontana, che si aggiungono ai tanti altri che da tempo praticano lo spoken word eseguendo sul palcoscenico le loro composizioni (e penso a Ottonieri, Frasca, Gualtieri, Lo Russo, Valduga, per citare solo i primi ricorsi in memoria).

Coadiuvata dai maestri Rinaldelli e Manescalchi la Balsamo ri-fonda e fonde così il classico valore (e tradizionale abitudine) della lettura di poesia nella singolarità del silenzio ampliandone ulteriormente l’apertura all’oralità sceneggiata dalla di-mostr-azione musicale, illustrata e trasferita in quest’opera anche in specularità grafica. Coniugando dunque “i canoni liberi dei nuovi linguaggi alla base della moderna espressione” nel “continuum e l’essenziale” dell’arte (come scrivono rispettivamente Manescalchi e Baldassarre) l’opera si presenta così quale sperimentazione “forse unica, e certamente rara, nell’editoria di poesia contemporanea”.

E, concludendo aggiungo, quale pietra miliare che conduce il divenire della poesia al passo della storia nel tempo, dove la magnifica e progressiva sorpresa che la Balsamo ora qui ci regala, impallidisce altre e magari più celebrate espressioni artistiche contemporanee: anche stavolta (e di più) l’autrice in duttile progress rigermina infatti il suo ricorsivo stato nascente governandone e connotandone con inusitato sigillo creativo quella variegante, ammaliante effervescenza e consistenza che rende imprevedibile e vieppiù godibile la magistrale novità nell’assoluta sorpresa di ogni sua opera.

12 maggio 2014

Recensione
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