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Titiwai

Dimessamente scintillando come un epifanico volo di titiwai, risuona in ogni verso di Angelucci - virgiliana tenui avena - il flauto dell’eternità, che in questa poesia s’incarna e incanta di fanciullino stupore: lo stupore ammaliato da “un filo d’erba” dove, semplicemente, soffia della poesia l’edenico vento, da una “goccia di pioggia” che invoca “cieli tersi / senza l’ombra / neppure di una nuvola”, dallo “spazio del silenzio / dove tutto parla / tutto si ascolta”, da un “esile ramo di melo / con le gemme appena dischiuse / profumato / farcito di miele”.

E’ la che si può sostare spaesati, smaniosi “di cogliere il frutto” di quel melo altrimenti proibito, perché così “non si vive a vanvera “e il pane quotidiano dei sensi, impastato e cotto nel forno della poesia, ha ed è l’odore e il sapore buono e giusto da condividere con chi ha la nostra stessa fame indescrivibile, esagerata “seguendo il ritmo / dei soli e delle lune” che ci chiudono e aprono le porte permettendoci di diventare ciò che siamo: “lampi / nella notte infinita / di miliardi e miliardi di stelle” come le schiere dei titiwai (che titolano la silloge) luminanti le australi grotte. Allora la vita, che non ha mai “smesso di cantare” può restare “in attesa della spinta” dei ricordi sopiti, quelli “che mai davvero / hai dimenticato”, per “annegare  / dimenticando di saper nuotare” “proiettati sull’acqua” limpida dell’eternità: che non ci sovrasta più perché si è accesa esumando la primigenia verità, abbuiata dentro di noi.

E’ davvero un libro da leggere questo Titiwai, centellinandolo come un breviario: un libro da hore che maieuticamente infesta di luce l’anima, ansiosa, preda del dubbio che “si chiede se c’è ancora / un mondo da salvare”. In fondo, “basta davvero poco”, se quel poco è il plenario niente della poesia. E se ancora davvero c’è un verbo dove la poesia s’incarna e parusicamente ci incontra e incanta, quel verbo dice e ditta la sua salvifica eternità resuscitandola in ogni verso che di questa poesia ha, palpitante, in-trepido il volto e il sentimento.

Recensione
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