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Dodici racconti libertini non dozzinali

La coazione a ripetere non avviene soltanto nei cleptomani o in coloro che spendono in maniera sconsiderata, oppure nei giocatori, per lo più sfortunati, ma specialmente nelle azioni sessuali, non molto variate, in realtà, che hanno spinto l’immaginazione degli scrittori, e non solo, a descrivere sempre nuovi accoppiamenti.

Diversa è la disposizione degli scrittori nell’attraversare questo mondo di personaggi libertini (aggettivo che compare nel titolo della presente raccolta di Antòn, che segue molte altre dal sapore surreale, come “Nove pazzi facili” (2016) ovvero nei quattro racconti che costituiscono la Sezione Narrativa del n° 246 della Rivista Fermenti del 2017.

Il libertino letterario per antonomasia è quello sadiano del lessico settecentesco. Diverso dal secentesco Don Giovanni molieriano, più disinvolto e ”lieve”, se vogliamo, nel suo umanistico “moralismo”, più descrittivo e immoralista nella pittura felice di Hogarth.

Restiamo su Sade, la cui ripetitività geometrica ci ossessiona per la freddezza combinatoria, per il suo razionalismo strutturale, per la disposizione per nulla compiaciuta attraverso la quale Sade ci descrive infiniti accoppiamenti con un ordine progressivo agghiacciante.

Dove è un eccesso di ragione, come in Sade, l’erotismo si appanna, e compare addirittura la noia. In Antòn Pasterius è invece presente la spontaneità dei rapporti, che, pur nella sapienza della scrittura, ci presenta immersi in una realtà ben precisa (la Parigi contemporanea e centrale) rapporti erotici di ogni tipo che avvengono tra persone consenzienti, con donne che sono libere di accettare o di rifiutare ogni contatto.

In ambienti quasi disinfettati, con vestiti, sicuramente alla moda più elegante ma rapidamente eliminati dalla scena, i corpi descritti da Antòn, tutti belli, tutti lustri, si immaginano profumati di odori corporei, ma anche di essenze comprate in negozi della Rive Gauche, ove la metafora sessuale è protagonista nel senso degli opposti desideri, il caldo e il freddo, il rosso e il nero, l’élan vital e la paralisi della petite mort che si alterna con una vitalità inusuale.

L'’ironia, che compare nello sfondo delle alcove, alleggerisce ogni episodio per la facilità e la disinvoltura con cui l’Autore avvicina i suoi personaggi mediante una scrittura colta, mai volgare, con una disposizione verso la donna che ne fa la protagonista dell’azione, affidandole un compito da sempre ricercato dalle donne e quasi mai concesso dagli uomini.

L’iniziativa femminile dunque, forse perché Antòn è femminista? Non arriverei a tanto. Certamente, là dove l’immaginazione è al potere, come si diceva una volta, la donna si muove bene, è nel suo campo.

I rapporti amorosi sono descritti da Antòn con sublime indifferenza pur se con un’attenzione quasi affettuosa, che rivela quanto l’Autore si interessi più alla scrittura che al fatto in sé.

La sua partecipazione è distaccata, come se lo sguardo dell’Autore fosse mediato da una macchina da presa in evoluzione, sospesa intorno a quei corpi.

Quindi il suo vedere è restituito dal mezzo meccanico il che rende ogni evento descritto come studiato al millimetro. La scrittura “alta” ci fa partecipi di coinvolgenti situazioni.

Il che sottolineato, si dovrebbe mettere fine all’annosa diatriba tra scrittura pornografica e scrittura erotica, assegnando alla seconda un posto di grande rilievo nel lavoro di Antòn.

Aprile 2018

Recensione
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