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Luigi Tribaudino ha scelto di raccontare Sette giorni in Sicilia quasi completamente in rigorosi, perfetti, spesso eleganti, endecasillabi, resi ancora più godibili da un ritmo oltremodo denso, seppur costruito con un linguaggio semplice e godibile. Annotazioni storiche, climatiche, florafaunistiche, circostanziali, o semplicemente personali e impressionistiche, trasformano un viaggio turistico in un percorso intellettuale speculativo.

L'occasione dell'itinerario isolano diventa opportunità per l'esposizione di uno stile poetico compatto, che caratterizza davvero tutti i componimenti. Sembra di ritrovarsi col poeta oltre to Stretto. "Passa it tempo sull'unico binario, | il treno corre, corrono i discorsi" e si arriva a Segesta dove il "Tempio, quasi sole del passato, | si leva lentamente passo a passo (...) poi, improvviso, si erge nel cielo | come stella che ci indica la strada"; "Noto di notte – felicissima l'allitterazione – d'un giorno qualunque | e sospesa nel vento dei secoli"; confida il poeta "All'Ortigia: "in uno zibaldone di memorie | d'antiche civiltà e fatti nostri | e mille esclamazioni di stupore (...) riprendiamo la nostra camminata | con Silvia che continua a raccontare".

I1 viaggio finisce col ritorno "In continente", con lo sguardo rivolto però indietro, a quella Sicilia che resterà si nel cuore, ma "oltre lo Stretto", ammaliante miraggio | la rossa sfera abbacina l'occhio | poi con studiata lentezza s'affonda | e a poco a poco scompare nel mare | come d'incanto. Rimane il rimpianto" (dove la rima interna pare mimare un moto ondoso delicato).

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