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Nascita di Hugo FerryEra stato bravo a non lasciare tracce dietro di sé. Una fuga esemplare. E la propria storia, un pacchetto di memorie del quale ora sentirsi il solo lettore. Files della vita da manipolare secondo le proprie necessità nell’esclusiva di appartenere solo a se stesso. Con questa sensazione e un’ebbrezza forte com’essere imbevuto di alcool nel sangue, Tod tracciava nella mente il proprio nuovo cammino. Adesso si guardava indietro pensando al tragitto appena superato. E guardava gli oggetti depositati sul sedile a fianco dal proprio vicino di viaggio, forse per lui un qualunque percorso, pensava, e forse per sé l’ultimo di tanti ultimi treni e mai la fine di un viaggio. Quegli oggetti, una ventiquattrore, un giornale, una macchina fotografica, specchi di anima, parlavano di un uomo sedutogli accanto. Quel po’di storia di ognuno di noi racchiuso negli oggetti, che adesso Tod non vantava per sé. Era partito con nulla. Solo i soldi in una sacca. Pretendeva d’essere guardato come sconosciuto, sì, ma ancor più sconosciuto perché in nulla i suoi occhi avrebbero riflesso qualcosa di appartenuto o di narrato. Partendo, fuggendo, aveva indossato abiti non propri. Rubati. Sottratti per tempo ad un uomo, con tutta la valigia. A un uomo in divisa militare assopito sul treno, un giorno di qualche settimana prima. Tod si era subito affrettato a scendere alla prima stazione con quel bagaglio non proprio. Una volontà di abbandonare quel che gli era appartenuto e di sostituire cose con cose. Una forza che progrediva, procedeva e che Tod rincorreva. Un’ossessione che si impadroniva di lui e lo teneva sveglio di notte. Sostituire cose con cose e se stesso con un altro se stesso. Quante volte si era sentito condannato dentro alla propria quotidianità! Costretto a doversi riconoscere entro un territorio, un raggio d’azione giornaliero, una serie d’abiti già acquistati e solo per questo classificati come propri. Circondato da cose scelte nel tempo, eppure diventate consuete e ineluttabili testimoni della sua esistenza. Ogni giorno, da anni, avvertiva il peso di una desolante condizione che lo intorpidiva. Non riconosceva se stesso. La sua vita era cresciuta in fretta, assieme ai suoi anni. Vedeva l’improvviso adulto, senza esser mai certo delle azioni che lo avevano portato lì. Un male dentro. Vedeva riflesso allo specchio un volto di vetro a rischio d’infrangersi. Ogni cosa o persona vicino a lui contribuiva ad estenderne la fragilità. Solo l’ossessione di un abbandono delle proprie spoglie animava la sua scena interiore. Non potendo sostituire il corpo, avrebbe sostituito il contenuto. Per costruire la sua fuga, piccoli, ma essenziali dettagli. E cose da rimediare, raccattare. Una bicicletta, pieghevole. Una vera fortuna esserci imbattuto, averla caricata in auto e via. Sostituire cose con cose e poi alle cose altre cose. Ora, alla toilette, non si era voluto guardare allo specchio. Aveva intravisto la massa nera dei capelli, la propria figura alta. Avrebbe aspettato alcuni giorni prima di guardarsi in volto. Una vera fuga scenografica: quella mattina, aveva indossato gli abiti rubati sopra al pigiama, aveva lasciato cadere sulla soglia di casa i consueti abiti da lavoro in modo da far credere di non avere avuto il tempo di indossarli. Era buio, come sempre, alle quattro e mezza. Sceso in strada, aveva abbandonato dentro alla propria auto il portafogli con i documenti e una valigetta vuota. Un caos di sedili diversamente reclinati e non allineati. Tracce del proprio sangue dopo essersi inferto una ferita superficiale. La portiera spalancata. Una sensazione inquietante circa possibili fatti connessi a un ricatto, rapimento e, o, a una probabile fine. Inforcata la bici, aveva percorso alcuni chilometri fino alla radura oltre il ponte. L’aveva gettata di sotto. Da lì, le acque avrebbero allontanato la bicicletta e lavata ogni traccia. In ogni caso, nessuno avrebbe potuto collegarla alla sua sparizione. L’intera radura da attraversare a piedi, meglio a piedi, fino a Stoke. Da Stafford a Stoke. Da Burton a Stafford a Stoke. Se visto, non sarebbe stato identificabile con indosso una divisa dell’Esercito. A Stoke aveva preso un treno per Stokport e un tassì fino al centro commerciale, dove aveva acquistato abiti nuovi dalla linea classica. Completo grigio azzurro e cappotto in tweed. Cappello grigio topo con paraorecchie di pelo. Utile per sentirsi protetto e sconosciuto. C’era il freddo di stagione poco prima dell’inverno. Adesso era sul treno per Glasgow. La propria memoria, sì, la memoria ora stava come sfumando. Chi ha detto che apparteniamo a una sola identità? Un solo destino? Cosa si potrebbe mai conservare di una vita vissuta nel mezzo di un laconico insistente quotidiano? Nato, allevato, allevatore. Per trentotto anni aveva vissuto una vita offerta in prestito dal padre inglese e dalla madre scozzese. Casa e lavoro. Un’area del mercato coperto di Burton in cui vendere pulcini di polli. Da allevamento. A ventinove anni si era sposato con Agnes. Una compagna di scuola, un’amica, una solitudine allontanata. Era un’altra la donna che aveva amato. Quanto tempo prima? Prima. Questo, Tod prima! Che cosa c’entrava adesso? Percepiva da dentro il nuovo nome, forse Hugo. Il treno procedeva di sbieco alle valli e alle città allontanate. Dal finestrino della toilette Tod… Hugo, negandosi alla memoria, guardava la propria sagoma lieve riflessa sul vetro, guardava in lontananza il venire di paesaggi calati in un nuovo tempo. Già… il tempo. Il tempo era quello trascorso le notti a pensare. Chi e come sembrare. Come sostituire persona con persona. Come collegarsi a una nuova memoria. E anche il corpo. Come essere forma di un contenuto diverso. Com’essere un altro. Come spostarsi nello spazio e racchiudere il tempo. Cambiarsi. Mutare. Com’essere fuggitivo e poi fermarsi. Il corpo. Nel corpo potrebbe ingrassare, far crescere un pizzo di barba e far maturare anche gli anni. Riavrà dei ricordi col tempo. Già…il tempo. Tutti i suoi soldi erano nella sacca militare. Dopo averli prelevati, il giorno prima, aveva chiuso il conto comunicando al cassiere, due chiacchiere allo sportello da tutta una vita, ansia e tormento per indicibili necessità cui fare fronte. Era bravo a mentire. Tod, Hugo, presto Smarrito e Perduto lasciava la casa ad Agnes. In seguito, la moglie ne avrebbe goduto per intero la proprietà, non appena le ricerche sulla sua persona si fossero rese ufficialmente vane. Era tutto quanto fosse riuscito a pensare, oltre alle possibili utilità che la moglie avrebbe ricavato dall’attività. Avrebbe deciso lei stessa cosa farne. Nulla di più. L’avrebbe lasciata nel pianto di non poter sapere, nel lutto e nel tormento all’ipotesi della sua uccisione. Ricatto, esproprio. Orribile delitto? Perché fuggire? Da cosa fuggire? O meglio, perchè andare? Non v’è perché nella logica dei fatti di una singola vita. Puerile o no, nessuna vita è vaga, ma ben costruita a cominciare dall’anagrafe, anche se non ci piace. A Tod pulsava la necessità di ritrovarsi integro, diverso e altrove rispetto all’ineluttabile tracciato in cui aveva vissuto. In vista di una nuova identità da far evolvere, quella a noi stessi sconosciuta, quella racchiusa nel segreto. Identità che non si giova delle radici e dei luoghi in cui si vive, arriva assieme a noi, non appena ci proiettano sulla terra, esiste per se stessa ovunque siamo, qualunque uomo o donna sembriamo essere agli occhi di un altro. Esiste, ma non l’abitiamo. Non c’erano altri perché nella mente di Tod. Non persone o cose da cui realmente fuggire. Diceva a se stesso che doveva sperimentare l’esistenza e che per farlo era obbligato, inizialmente, a mentire, e che per farlo doveva impadronirsi dell’altra identità, gonfiarla fino a renderla visibile. Infine, costruirsi una nuova personalità, anche sociale, anagrafica. Dimostrando a se stesso di possedere la capacità della libertà e la potenza di un intelletto che trasforma le cose fino a produrre nuove immagini di vita. Aveva abbastanza soldi per farlo. Ma non avrebbe avuto abbastanza ragioni per farlo, senza cancellare Tod. Quasi come se oltre la vita abbandonata, nel luogo della vita inventata, vi fosse una vita senza subordinazioni, la vita che nulla deve a nessuno, la vita vera abitata dalla creatività, dove lì vi restasse. Hugo, presto Smarrito e Perduto scendeva da un treno giunto a Glasgow alle diciannove e trenta del giorno della fuga. Ora filava in bus al centro commerciale per acquistare cibo e prime necessità. Poi ancora un viaggio, un treno che attraversa monti e radure fino a Inverness. Il treno, un posto dove trascorrere la notte senza farsi registrare. Inverness, un luogo dove riposare senza farsi conoscere dove rimanere l’intero giorno a respirare l’aria fredda davanti a Portrose. Spettacoli della natura verde vicino al mare. Natura opposta alla cultura. Questo sentiva. Un’altra notte sul treno, di nuovo a Glasgow. E ancora una notte e ancora un giorno sul treno. Nel viaggio, spostamenti tra realtà e sogno. Allontanarsi dal tempo, dimorando dove il tempo non consuma né parole, né altre attese. Avanti e indietro tra due luoghi finché il proprio orologio interiore non dica basta. A un certo punto lo dice. Eccolo. Tod, Hugo presto Perduto e Smarrito decise che era venuto il momento di guardarsi allo specchio. “Adesso” pensava “Adesso!” . Sentiva un rumore di fogli girati venire da dentro. Nell’angusto bagno di un treno, compiva veloce i gesti di radersi per lasciare un pizzo sul volto e poi ridurre i folti capelli e basette in linee radenti. Sì, proprio adesso! Adesso scendeva nella città e la possedeva con gli occhi di chi non guarda, ma attraversa. L’eccitazione saliva, riempiendo uno strato di vita e la sensazione del voler fare, Tod comprimeva i pensieri e proseguiva. La colazione nel bar…lasciare le tracce, levarsi il cappello, volgere il volto. Le prime tracce di un nuovo nato. Hugo Ferry era nato. Hugo Ferry lasciava tracce, si presentava ai commercianti dei negozi dove entrava. A volte acquistava. Biancheria, una ventiquattrore, un PC portatile. A volte vendeva la sua nuova presenza nella città, comunicando con un passeggero dell’autobus, facendo sapere genericamente di provenire da New Castle, chiedendo e dando informazioni, dopo avere girato in lungo e in largo la città. Per giorni. Le notti, viaggiò ancora sui treni per New Castle. La mattina visitava la città e lasciava qualche traccia dell’esistenza di Hugo Ferry, il nuovo nato il nuovo bambino. Hugo Ferry era già una presenza, era un uomo quanto basta perché non si mettesse in dubbio la sua credibilità. A chi gli chiedeva del suo lavoro diceva di una laurea in scienze della natura, di essere un narratore di viaggi e raccontava di voler costituire una nuova società. Un’agenzia di viaggi, per l’esattezza. A Glasgow. Queste bugie, non erano vere e proprie improvvisazioni. Le aveva già pensate e sembravano coincidere con la passione che Tod aveva avuto da ragazzo per la natura, per i viaggi, ma non qualificavano, ora, nella sua nuova vita, quello che avrebbe poi voluto e ottenuto. Sapeva di poterle raccontare perché da nulla e da nessuna persona si sentiva vincolato. Hugo aveva già deciso di stabilirsi a Glasgow, ma intanto viaggiava. Prendeva tempo. Creava. Scriveva, sì. Di sesso e di erotismo forte spinto. Di uomini dal pene sempre pronto e di donne disposte a tutto pur di godere. La fantasia orgasmica gli bucava il cervello, una quantità sorprendente di immagini che gli sbucavano dai buchi nel cervello e che vigorosamente catturava, trasformando in parole. Sullo schermo piatto del portatile, anche il suo cervello si appiattiva. Ne era consapevole, perciò vi lavorava senza sosta mentre proseguiva a viaggiare tra i poli del vasto territorio in cui aveva deciso di essere. E del treno, la sua provvisoria dimora. L’occasione, assieme alla decisione di prendere in affitto un appartamento giunse parlando col gestore di un locale dove aveva pranzato diverse volte, proprietario di un appartamento nella Glasgow appena fuori dal centro. Essersi fatto conoscere era già una buona referenza. Chiese l’appartamento per un breve periodo, per la qualcosa, il gestore non ritenne opportuno pretendere documenti, nè registrare il contratto. Ma intanto, Hugo, aveva dichiarato e attestato su una carta privata, sottoscritta dai due, il suo nuovo nome e una data di nascita che lo invecchiava di qualche anno. Hugo, uomo dagli occhi lavati senza storia. Nell’appartamento, aveva sistemato le poche cose con cui voleva dividere quel periodo della propria esistenza. Mise al sicuro i soldi ideando un doppio fondo nell’armadio, liberandosi, infine, del peso di averli tenuti con sé per diverse settimane. Il computer sempre aperto sul tavolo. Continuava a scrivere storie dal flusso narrativo scadente, ma eccentriche per la costruzione di luoghi dalle scenografie fantasiose e ricche di oggetti che interagivano con il trito fare di personaggi senza nome: Mister Jay; Mister Kay; Miss Zed; Miss Haich. Nel suo scrivere senza freni e senza inibizioni, Hugo provava quasi un sollievo, come fosse una terapia. Ma soprattutto confermava, con ciò, la tabula azzerata delle emozioni del proprio vissuto, per lasciarla fine a se stessa, incolta, nell’intento di dare corpo a sole esercitazioni. Per il proprio corpo fisico, invece, aveva già deciso l’inevitabile distacco, imposto dal trasferimento di persona che stava operando su di sé, ma anche da una necessità più remota, eppure non lo avrebbe ammesso, di restare in solitudine. Per un tempo necessario. Rileggendo un testo appena scritto sul proprio schermo, Hugo si stupì di una frase “…e adesso riprendi le redini del cavallo su cui stai galoppando per venire a casa!” detta da un lui a una lei, due sconosciuti che si incontrano su una spiaggia dopo la pioggia e si accoppiano vicino alle cabine, nell’attrezzeria del body building. Cancellò quella frase che gli parve inutile. Trascorrevano i giorni. Hugo limava i racconti e, mentalmente, il percorso delle azioni che ancora doveva compiere per affermare l’esistenza di Hugo Ferry. Chiunque fosse Hugo Ferry, era il proprio nuovo agire. Una sera, infine, persistendo nel nulla e nella menzogna, non visto, dietro a una fabbrica in disuso nella zona industriale, si lacerò gli abiti, si sporcò di polvere, si procurò delle contusioni graffiandosi la fronte e le mani strofinando e colpendo direttamente contro superfici dure e ruvide. Riuscì a farsi del male e a lamentarsi fortemente per questo, anche con se stesso. Si maltrattò oltre un proprio limite di sopportabilità e si lasciò andare a terra dopo essersi avvicinato a strade più illuminate e frequentate. Si rialzò, proseguendo come un ubriaco per un altro tragitto e poi di nuovo a terra. Un automobilista lo vide e, fermatosi, chiamò subito i soccorsi. Quello che vide era un uomo semi stordito che farfugliava parole sconnesse. Soccorso dal medico giunto con l’autoambulanza e poi ricoverato per gli evidenti postumi di un trauma cranico e psichico, Tod, Hugo recitò la parte dell’uomo che aveva subìto un ‘aggressione, derubato del portafogli con tutti i documenti, e incapace persino di ricordare il proprio nome: la memoria, puff, scomparsa. La propria storia, svvv, svanita. La polizia si occupò del caso, vista la denuncia contro ignoti. Due malviventi avrebbero aggredito e malmenato l’uomo, la cui identità al momento pareva irrecuperabile, ma fu possibile risalire subito all’indirizzo, grazie al bigliettino da visita del gestore del ristorante, che Hugo aveva tenuto in tasca, unica traccia, e in seguito, al nome Hugo Ferry. Ecco l’ingresso ufficiale, nella storia, di un uomo da poco trasferito in città del quale, pur non sapendo la provenienza certa, si risalì alla presunta data di nascita che egli stesso aveva redatto sulla carta sottoscritta al gestore. Un uomo vittima di perdita della memoria che non avrebbe potuto fornire nemmeno elementi su cosa indagare. Una prima indagine e perquisizione, infatti, nell’appartamento abitato da Hugo, offrì soltanto la presenza di oggetti e indumenti che risultarono essere stati acquistati in città; i racconti in memoria nel computer suscitarono alcune risa e perplessità, tra gli investigatori. Ma non c’era altro. L’inesistenza dei documenti appariva giustificata dal furto inflitto dagli aggressori, anche se appariva eccessiva l’assenza di storia e di riferimenti a un sé, nell’abitazione. In ogni caso, dopo il ricovero in ospedale protrattosi per alcuni giorni, al commissariato rilasciarono a Hugo un documento provvisorio che avvallava i pochi dati cui si era risaliti e un certificato medico la cui diagnosi “ perdita temporanea della memoria” prevedeva che l ‘ uomo seguisse una terapia adeguata e di sostegno psicologico, affinché nel tempo potesse recuperare i ricordi. Altre indagini vennero fatte quando, dopo un primo periodo di tempo entro il quale, stando alla diagnosi medica, la memoria sarebbe potuta tornare all’uomo. Indagini che portarono soltanto al vuoto che circondava la vita di Hugo. Pochi testimoni, senza altre narrazioni, se non quelle scarse, minime che Hugo stesso aveva seminato da quando era giunto a Glasgow, utili solo per depistare qualsiasi eventuale ricerca. Lo psichiatra che lo aveva in cura aveva tentato di prendere in esame i racconti scritti dall’uomo, ma alla fine, dovette limitarsi a fare delle congetture, delle ipotesi sulla sua personalità, senza troppi azzardi. Al caso clinico, riservava tempo e attendeva con fiducia che all’uomo tornassero i ricordi, ma senza certezze, senza contorni precisi sui risultati. Hugo, nel frattempo, si sentiva perfettamente libero di agire per la costruzione dell’uomo nuovo che perseguiva. Un uomo nato da grande. Libero di scrivere storie di sesso senza altre evoluzioni, e decidere di andarsene, un giorno, da ogni luogo. Sapeva già che col tempo avrebbe diradato il proprio obbligo alla terapia, e infine anche il medico avrebbe dovuto sostenere il proprio paziente affinché sapesse costruirsi una vita senza la necessità di ritrovare la memoria. Intanto, Hugo era in possesso di un documento provvisorio che gli permetteva di agire fuori dall’ombra. Aprire un conto bancario, ad esempio, dove depositare, un po’alla volta, i soldi. Hugo Ferry era nato! Una nuova persona! Mutato, cangiato, rifatto, rinato! Ebbe anche un lavoro, da quel nulla, quel niente di cui si circondava. Ci provò, per gioco. Propose i propri scritti alla redazione di “Always day” un quotidiano che pubblicava settimanalmente un volumetto di letteratura erotica per aumentare la vendita del giornale. Funzionò. I suoi scritti vennero pubblicati ed ebbe un contratto che lo impegnava a consegnare due racconti al mese. Hugo Ferry, la nuova persona, la libertà, lo stare nel mezzo, il non appartenere. Hugo Ferry nato per dimostrare a se stesso di non avere una sola strada o una sola vita scritta in punta di penna dal giorno in cui si nasce. Il tempo trascorse e le cose attorno, il fare, il pensare tracciarono più o meno nuovi profili di una vita da vivere per Hugo, ch’egli lo volesse o no. Che se ne rendesse conto o meno, la sua non era stata una fuga verso mari del sud o lidi decisamente lontani. Bensì un ritorno alla terra di sua madre. Questo aspetto sembrava non essere stato pensato, benché all’origine della fuga da Burton. In realtà era la chiave di comprensione del suo essere lì. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, la quotidianità si riaffacciava, col suo saper mettere in stallo necessità, bisogni e circostanze. Anche questo aspetto non era stato previsto, ma ora iniziava a trasparire alla percezione di Hugo. Una percezione così a lungo sottoposta a rielaborazioni di informazioni scollegate ed emozioni falsate, tale da non permettergli subito di comprendere che vi erano già nuove conseguenze dal suo agire: la costruzione di una qualsiasi storia. Non si era scelto un lavoro. Aveva iniziato a scrivere i racconti per meglio appiattire gli angoli stridenti della mente a contatto diretto con il flusso delle energie vitali. Tuttavia, proprio rileggendo la propria prosa si vedeva riflesso. Lungo le strade riconosceva come propri luoghi mai visitati. Talvolta si alzava presto la mattina e camminava. Un po’a caso, un po’seguendo istintivamente percorsi assimilati a odori e rumori inviati dalla mente più che dalla strada. Una mattina, era il 14 ottobre 2001, si ritrovò al mercato coperto di Glasgow. Non aveva mai pensato a quella possibile area nella città. Non lo avrebbe creduto, eppure vide se stesso, vide Tod al lavoro in una giornata tranquilla trasferita ad altra città. Rincasò come un folle, dopo essersi più volte asciugato le lacrime in corsa che scendevano con tutta la forza di gravità di macigni. Gettò il soprabito e chiuse, facendola sbattere, la porta del bagno poiché vi si intravedeva lo specchio. Poggiò il corpo contro la fredda parete di un muro bianco. Rimase fermo a controllare il respiro. Non erano i semplici dati della vita vissuta ad apparirgli. Non le cose materialmente routinarie e volutamente superate della sua vita precedente. Ad affiorare erano i ricordi di emozioni in bianco e nero. Fotografie della mente, successioni temporali della sua vita precedente, legate ad elica come il DNA. E il proprio ritratto. Si guardò intorno, raccolse un foglio da terra, un berretto. Questa volta non aveva niente da lasciare e molto poco da portare con sé. Si fermò ancora a controllare i propri muscoli, ogni flessibilità del proprio corpo. Aprì la porta del bagno per guardarsi allo specchio. Scrutò a lungo l’espressione che segnava il suo volto. Infine, fece ordine nella casa e trasse un sollievo. |
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