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Nel cerchio della poesia

Il titolo non è mai solo l'imprimatur che l'Autore concede al proprio libro perchè questi possa circolare liberamente per il mondo, bensì è una sorta di sigillo di fuoco che ne denuncia apertamente il progetto poetico saldato a doppio filo con la propria personalissima Weltanschauung: una lente bifocale attraverso la quale si vede d'emblée all'interno della ratio e del cuore del poeta, una scommessa giocata sul filo sottile delle affinità elettive. Così pure per quest'ultima raccolta di Giovanni Chiellino, il cui titolo: Nel cerchio delle cose, è la chiave di volta che ci consente di penetrare nel suo universo poetico, ponendosi come una densa prolepsi che trova il suo definitivo inveramento alla fine della lettura.

Dunque, la simbologia ricca e contraddittoria del "cerchio", ché il cerchio non rappresenta soltanto la perfezione, l'omogeneità, l'assenza di distinzione e di divisione, il segno dell'unitarietà del principio e della fine, simbolo da un lato del tempo che scorre sempre uguale a se stesso infinitamente, e dall'altro del movimento, del cambiamento di ordine e di livello che fa sì che l'individuo aspiri dialetticamente alla trascendenza partendo dalla propria imperfezione e finitezza. L'esistenzialismo, e prima di esso lo gnosticismo, ci hanno insegnato che il cerchio non necessariamente evoca il concetto di protezione, di difesa, di cordone di coesione che separa l'io dall'esterna altruità delle cose e degli esseri: può essere, al contrario, la limitazione della landa in cui ci ha gettato "ab aeterno" la divinità, la linea di confine che segna la segregazione dell'io, il limine che l'uomo non può e non sa valicare. Quindi, il cerchio delle cose come simbologia archetipica del mondo fenomenico contrapposto al mondo noumenico che si slarga indefinitamente oltre l'occludente anello limínare.

E' il "topos" dell'abbandono, dell'angoscia che ci attanaglia su una plaga infida dove " ... esuli | su terre sconosciute", aneliamo al ricongiungimento con la Totalità della quale conserviamo la memoria, come un fanciullo che sa "che oltre la linea | del vuoto e del silenzio | e la pura sorgente la voce del mai nato". Per Chiellino il nostro vagare incerto e pressato, come novelli Edipo ci conduce al confronto con un'altra potente simbologia: la Sfinge, evocatrice non di calma imperturbabile, di assenza di inquietudine, di intimo possesso d'una verità assoluta la cui pienezza appaga (come si esprime Georges Burard a proposito della Sfinge egizia), ma rappresentazione dell'ineluttabile e dell'insondabile, della vanità tirannica e distruttiva, dell'ottusa adesione alla matericità della terra che può essere vinta solo dall'intelletto liberatorio o dallo spirito che dialoga con l'iperuranio: "Urla l'uomo nel cerchio del deserto | la sua muta domanda | e la risposta dorme | nel cuore della pietra", dando quasi una voce a "Il grido" di Munch. Altrove, poi, il cerchio delle cose allude alla capacità per l'uomo di pervenire alla chiusura della conoscenza, ad un luogo privilegiato dove si possa "mettere insieme il primo passo e l'ultimo" come nella raffigurazione dell uroboros", il mitico serpente che racchiude in sé il movimento e la stasi, la partenza e l'eterno ritorno. Di sicuro, all'interno della speculazione poetica di Chiellino occupa una posizione centrale – come già nelle sue precedenti opere – il mitologema del mare che, a ben vedere, potrebbe rappresentare quella linea di confine netta che delimita il cerchio delle cose: nella teogonia esiodea Oceano, dopo che tutto ebbe origine da lui, continuò a scorrere agli estremi margini della terra, rifluendo in se stesso in un circolo ininterrotto, e demarcando così il mondo cosale e fenomenico. Il mare sfugge ad ogni misurazione ("immisurata onda, canto infinito") poiché si posiziona "al centro della sfera" come assoluta "archè", palpita laddove "...l'Essere al Nulla si confonde", sul filo dell'orizzonte che separa la pienezza forte dell'Essere dal vuoto pneumatico del "non-essere". Utero nutricante e tomba annichilente, fuoco bruciante degli dèi e desolazione di radici disperse, stabilità e mutamento, forza impetuosa e inane debolezza, tempestata burrasca e quieto riparo di porto, ma anche metafora potente del "tempo vacillante".

Vi è allora una salvezza per l'uomo che giace nella "profonda caverna" di platonica ascendenza, da dove solo ci è dato d'osservare il "palco delle ombre"? Può ancora lo "Specchio frantumato del mio volto | vago riflesso del volto Sconosciuto | immagine caduta nell'occhio dell'Enigma", avere il sollievo d'un riscontro che lo salvi dal precipitare nell'abisso della "non-conoscenza"? Nelle ultime liriche, – ma già nel "Canto d'amore" si aprivano illuminanti spiragli –, la parola assume intonazioni di speranza laddove, come in "Ritorno", l'Autore ci suggerisce che gli occludenti legami possono essere sciolti dal recupero del valore simbolico della patria d'origine, dalla riappropriazione delle origini esistenziali: è come fissare all'interno del cerchio delle cose un punto centrale che ci consenta di assumere da un lato un'equidistanza rispetto all'oggettualità che minaccia di travolgerci (quindi, la ridefinizione del baricentro) e dall'altra una capacità di influire positivamente su quel | "altro da noi" che è pur tuttavia il necessario termine di confronto per il processo che conduce all'auto-coscienza piena. In tal senso, nell'Universo di Chiellino la donna rappresenta la solidità del fondamento, il punto da cui partire per un "éclairage" catartico che ridia ad ogni determinazione del vissuto la sua esatta equivalenza, secondo l'analogia che vede nella donna la personificazione dell'elemento terreno nutriente, della "materia", che è madre ("mater") del mondo sensibile.

Ma fa subito capolino un altro elemento importante della poetica di Chiellino: il disincanto, quello strano procedere della mente di ascendenza illuministica che impedisce l'adesione completa alla speranza. Ci si avvicina, come Orione, alla fonte della luce e dell'illuminazione, salvo poi discostarsene non per paura ma per incredulità, non per vanità ma per rispetto delle varie facce della Verità: "In salto obliquo di lepre nasce l'enigma | e nel fremente stridore dei grilli | trova una voce, ma non si mostra | e l'iride si apre in freddi spazi ".

Recensione
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