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Anche questa nuova raccolta di Giovanni Chiellino riesce a
stupirci, di quello stupòre che deriva dalla constatazione di come una visione
poetica, pur nella sua assoluta congruenza e coerenza, possa modularsi su una
varietà sconfinata di tematiche, di riferimenti esperienziali , di suggestioni
noetiche, di illuminazioni linguistiche. A partire dal titolo ancora una volta
inconsueto ed all'apparenza paradossale: Nel corpo del mutare; da un lato il
corpo – ossia, una entità materiale esattamente quantificabile, misurabile
tridimensionalmente, atta ad occupare uno spazio ben determinato – dall'altro il
concetto del mutare – ossia, quanto di più variabile, mutevole, sfuggente ad ogni
tentativo di inquadramento sistematico si possa immaginare. Ma ancora una volta,
come sempre succede in Chiellino, l'opposizione è solo apparente: il termine
corpo è sì l'ultimo risultato, l'estremo inveramento di un processo creativo,
ma, se si considerano valide le supposizioni di molti filologi, è anche "forma",
"immagine" (dall'armeno "kerp"), vale a dire la sostanza variabile della
corporeità comunemente intesa e percepita, motivo per cui il titolo della
silloge chielliniana può giocare su questa intricante dualità, sull'opposizione
tra materia e forma che trovano il loro definitivo punto di incontro proprio
nella dinamica della trasformazione dell'ente sostanziale.
Il terreno adatto e fertile, sul quale scorrono incontrandosi e
superandosi a vicenda le due entità di cui sopra, lo si rinviene soprattutto
nella prima sezione del libro, che rappresenta una sorta di "florario" tutto
giocato sulla complessa e variegata simbologia collegata alla significazione
delle piante e dei fiori (da sempre conosciamo lo stretto legame che unisce gli
uomini e le piante a partire da tutta una serie di vicende cosmogoniche per
approdare all'infinità di locuzioni, di metafore, di proverbi, di modi di dire
che definiscono l'intero decorso dell'umana avventura : basti pensare alla
sterminata tematica del radicamento, dell'avere delle radici, e dello
sradicamento, del tralignare rispetto ad una condizione naturale di stabilità di
dimora e di stato familiare ed esistenziale in senso lato).
Ma il percorso di Chiellino non inerisce la simbologia
tradizionale dei fiori e delle piante che danno un titolo alle sue composizioni
poetiche, si tratta di occasioni, di punti di partenza per sviluppare e portare
a termine la sua visione poetologica che è un tutt'uno con la sua
Weltanschauung, che viene suggellata da tutta una serie di. "Memento", quasi di
imperativi categorici che ricordano all'uomo la necessarietà della coerenza
rispetto agli obblighi assiologici dell'esistere ( "Chiede amore la vita",
"Chiede pace la vita", "Chiede speranza la vita", "Cerca un porto la vita",
ecc...), mentre d'altro canto si accampa la presenza insistente dell'Angelo, che
può sì anche essere messaggero, custode, mediatore tra l'Alto e la Terra, ma più
spesso svolge le funzioni di compagno, di mentore, di commentatore delle vicende
dell'umano esistere, di critico anche cupo e severo altrove solare e speranzoso
tale da consentire un dialogo tra il poeta, l'uomo, la Natura (spesse volte in
Chiellino la Natura è sia spettatrice degli atti, dell'uomo sia conservatrice
della sua memoria) e la sfera alta della sacralità.
Si trascorre senza apparenti soluzioni di continuo dal papavero
apportatore di visioni estatiche al topinambur evocatore di ancestrali climi
familiari, dalla forsithya che ci avvolge del suo "... vasto respiro | per farci
avvertire l'eterno | mentre incalza l'ora della morte" al granum che ci rammenta
il nulla del nostro esistere nell'istante stesso che si staglia come metafora
del nutrimento ("Pula, pula l'inutile, il nulla | che circonda l'oro, circonda
noi, | circonda l'occhio che cerca la sua luce"), dalla vitis umifera che apporta
feste, voglia di vivere, congiungimenti carnali ("e il dio caprino gode tra i
filari") ai girasoli della solarità che attende di essere sgozzata dal ghezzo
nerume della notte ("Urlano, urlano i girasoli, | gialla la polpa della gola,
| al
sole del mattino, | invocano la luce" || "La falce | li coglierà inaspettata").
Dense simbologie che trovano un loro punto di confluenza
– almeno da un punto di vista gnoseologico – nella seconda sezione della raccolta
poetica, la più manifestamente filosofica, dal suggestivo titolo:"Nel sogno del
tornare", che è dominata da una sorta di rivisitazione del Mito della Caverna di
platonica memoria: "Quando entrammo nel corpo del morire | a noi sia tolta la
luce, ci fu dato | uno sguardo relativo e conoscemmo | lo spessore delle ombre,
per questo | adesso chiediamo che ci sia dato il giusto, restituito il dovuto". E
ancora una volta per Chiellino – come per molti di noi interessati lettori –
l'ancora di salvezza sarà rappresentata dalla Bellezza ("...l'Angelo della
Bellezza | illumina la contorta spelonca, | cancella gli orizzonti del tempo, | e ci
conduce nella rotondità della Luce") e dalla Poesia che ha saputo incorporare in
sé il mondo della Scienza ("L'Arte, la Scienza, il Canto del Poeta | lama a tre
punte che divide e smembra | finché non torni l'impero della sfera").
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Recensione |
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Nel corpo del mutare
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poesia
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| Autori |
| • | Giovanni Chiellino |
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Edizione:
Genesi Editrice
Torino 2004 |
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| Prefazione di Tommaso Kemeny. Postfazione di Paolo Ruffilli. Nota di Sandro Gros-Pietro - pp. 98 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.3/2008
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