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La storia di Brina giovane irrequieta

La letteratura di stampo sociologico si è spesso interrogata sulla natura del rapporto che intercorre fra adolescenza (o, per meglio dire, fine dell’infanzia) e approssimarsi della maturità, puntando l’attenzione sulle evoluzioni psichiche del soggetto. È certamente questo un nodo importante per comprendere la produzione letteraria giovanile degli ultimi anni, di cui si ricorderanno veri e propri casi editoriali. Probabilmente – è il caso di pensare – le nostre giovani generazioni necessitano di risposte e di identificazioni che solo il testo narrativo può dare.

Questo breve cappello per presentare un romanzo di sicuro interesse, a firma di Claudia Manuela Turco e dal titolo Brina Maurer. L’autrice, pur molto giovane, ha alle spalle una voluminosa produzione sia poetica che narrativa, e ha frequentato anche la critica letteraria, raccogliendo in un libro dal titolo Ilbacodaseta (Edizioni del punto più alto, pp. 132, € 12,50) i suoi studi sull’opera di Domenico Cara.

Brina Maurer è un romanzo a più facce. Può apparire affine al romanzo di formazione quanto a quello psicologico, e può essere letto anche in una chiave squisitamente morale o addirittura allegorica, dove l’evoluzione del personaggio principale è il grimaldello per comprendere modi e situazioni dell’odierna società, non senza sprigionare un giudizio netto e, in tal caso, negativo nei confronti del conformismo e della banale quotidianità. A colpire è senz’altro la particolarità della storia che ci viene presentata.

Un’adolescente anticonformista
Brina è una ragazza intellettualmente irrequieta, con una coscienza che progredisce di pagina in pagina, ma già formata: la causa di questo continuo sviluppo psicologico risiede in una condizione familiare alquanto sui generis. La madre di Brina è una pornostar affermata, dedita al suo lavoro, preoccupata solo del sostentamento economico della figlia, poco interessata ad intrecciare l’usuale rapporto madre-figlia. Rappresenta l’anti-modello a cui la protagonista si rapporta nel suo percorso di crescita: ad esso vengono affiancate figure (come quella, tremenda, del cugino Vincent) di riempimento, che rappresentano la sua legittimazione morale e la sua giustificazione. L’apparato familiare, disintegrato e atipico, non può che produrre un suggestivo setting da analizzare con le categorie che la psicanalisi ci offre. Sullo sfondo la figura del padre, che Brina ricalca nella sua passione per gli animali – i suoi veri familiari, tanto che si potrebbe parlare di una loro umanizzazione, al modo della Morante, e allo stesso modo di una animalizzazione dei personaggi a Brina avversi.

Il cammino che Brina percorre si sostanzia come un’anamnesi dei traumi: la scrittura serve, in tal caso, come terapia che rimuove il dolore. Alcune pagine, in effetti, attraverso una scrittura fluida ma comunque controllata, sembrano rappresentarci degli stati di moto e di accelerazione in cui Brina pare parlare al lettore senza barriere di senso. Sono i momenti, questi, in cui emerge anche una caratteristica portante del suo anticonformismo e del suo involontario porsi (per una mania di protagonismo ed egocentrismo che è fondamentale nel percorso coscienziale di ogni adolescente) come giudice e arbitro del mondo: e giù a parlare di aborto, stupro, autoritarismo, immigrazione, leghismo spicciolo, sempre con uno stile perentorio che ha il valore quasi della sintesi («Le molestie, lo stupro, la vendita forzata del proprio corpo uccidono più dell’assassinio»; «La maggioranza ha portato Hitler al potere. Berlusconi. Io non esisto nella massa, non ne faccio parte. Sono disposta ad annullarmi soltanto nella realtà naturale»; e così via).

La liberazione del personaggio e la resa stilistica
La scena che chiude il romanzo, quella che sancisce la liberazione, è più simile a uno scoppio improvviso che a un finale programmato. La nostra Brina spiattella, con tanto di accurato elenco, tutte le verità nascoste da cui si è sentita oppressa: rivolta il silenzio impostole dall’educazione borghese e preme l’acceleratore su spergiuri e reali giudizi su sua madre, Vincent, la sua famiglia e tutto il resto. È la fine della terapia letteraria: la sua entrata nel mondo è stata sancita attraverso la trasgressione di una norma e attraverso la possibilità stessa, con le parole, di liberarsi da una verità imposta per aprirsi a una verità sua e il più possibile oggettiva.

Lo stile della Turco è improntato dalla leggerezza e dall’uso di un linguaggio aperto alle evoluzioni linguistiche, e talora un po’ abusa del giovanilismo di alcune espressioni. Cosicché le parole di Brina, quasi confessionali, colpiscono subito il lettore e lo pongo su uno stesso livello, o quasi più in alto, come fosse chiamato a giudicare il percorso e il tormento della adolescenza.

Una chicca è rappresentata dal prologo del romanzo: una lettera ironica ad Alessandro Baricco scritta da un’autrice che si lascia totalmente dominare dal suo personaggio, in cui lo si prega di leggere il romanzo, nonostante le sue incombenze letterarie. Un modo forse per schierarsi contro quella letteratura di pochi autori eletti che critici come Giulio Ferroni e Alfonso Berardinelli hanno, in un libro da poco uscito per Donzelli, avvicinato alla banalità?

Recensione
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