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Verrebbe da dire
che Annamaria Ferramosca sa bene cosa vuole e chi legga il suo Curve di
livello ne avrà conferma. Tratto peculiare della sua poesia è, infatti, una
trasparenza senza finzioni, doppi giochi, trucchi volta a tratteggiare una
corrispondenza tra l’oggetto e la parola; la sua poesia sembra non ammettere
cesure, fratture, sbalzi. Così, avanzando nella lettura, è netta l’impressione
di una scrittura con una forte impronta musicale, sostenuta da un ritmo costante
e ben controllato e da una versificazione coerente, una poesia quindi compatta e
omogenea. Non dichiarato ma senz’altro suggerito, vi è un intento programmatico
di procedere a una sorta di “racconto” per tappe di misura simile: la raccolta
si compone di tre sezioni con un numero omogeneo di poesie (sedici, sedici e
quindici), tutte con una lunghezza sostanzialmente corrispondente. Indizi,
questi, dell’intento unitario e consapevole della raccolta e da cui si sviluppa
il testo vero e proprio: l’aspetto e il tono descrittivi costituiscono una
necessità se già nel titolo vi è un richiamo a essi, cioè al fatto di procedere
a una osservazione della realtà a partire da un medesimo livello, cioè dal
medesimo punto di vista. Che è quindi un punto di vista indubbiamente personale,
a tratti si può pensare anche biografico, ma mai personalistico, mai intimista,
e nemmeno lirico (se non per acuti, per illuminazioni improvvise o per necessità
stilistiche). La poesia arriva per altre strade, sembra sgorgare dalla ricerca
di un equilibrio tra il punto di vista personale, il sentire soggettivo, e
quanto la realtà di sé mostra e concede alla osservazione, lanciando ogni tanto
qualche tagliente sguardo sulla realtà quotidiana sia nei suoi accadimenti
minimi sia nei suoi avvenimenti storici (È il suo corpo che appiana,
Jasmine, Kamikaze, Memoria dell’Olocausto, Tsunami,
per citare alcune poesie di esempio).
Tappe, quindi, ovvero una rassegna panoramica di luoghi e di
persone, una sorta di testimonianza-resoconto di un percorso o di una stagione,
una resa quasi cinematografica tipo piano sequenza, una carrellata insomma,
tanto che per “curve” di livello (che in geografia indicano i punti utili a
unire luoghi con diversi livelli) qui si possono intendere le increspature, gli
scarti e gli sbalzi inevitabili che si creano sul piano continuo del quotidiano,
cioè sul medesimo livello dell’esperienza. Ma queste curve non ne sono
l’accrescimento, l’intensità, l’elevazione o il miglioramento, piuttosto
sembrano essere una deviazione, una anomalia di un flusso che Annamaria
Ferramosca vorrebbe lineare.
È una richiesta alla vita, come se
volesse avvicinarsi all’idea che sia possibile, attraverso la creazione poetica,
arrivare ad avere un risarcimento retroattivo di quanto la vita ha mancato di
mantenere in termini di speranze e di attese. Alla poesia Annamaria Ferramosca
attribuisce il compito magico di rendere possibile questo gioco di prestigio
spazio-temporale.
È una dimensione senza
tempo, perché livellata allo stesso punto cronologico, nel cui ambito spaziano
il ricordo e l’anticipazione, il racconto e la cronaca, ma senza la rabbia o il
disappunto, la recriminazione o il dolore, piuttosto con una dolcezza calda e
solo velata da una tristezza priva di aggressività.
La testimonianza è resa con gli accenti
caldi dell’adesione emotiva al vissuto e al veduto, espressivamente e
verbalmente molto ricca: tanti infatti i temi “caldi”, le atmosfere mediterranee
(La casa ha finestre sul mare | per ricordare l’origine |… | Il giardino ha pini
d’aleppo e olivi | per ospitare chi non sa della morte |… | Dai pini volano |
rondini al sud, imperturbate), la terra, il sole, il pane, il sentimento, il
mare (il mio sangue è incontro d’onde | paziente e antico | (continua a
mescolare | questo inascoltato mare)). Da contraltare a questa intensa
luminosità vi è, soprattutto nella prima parte (Ho visto corpi e terre),
la importante presenza della notte, in termini di buio, di stelle, di
costellazioni, di cielo notturno (Quella notte | s’aprì la città delle stelle;
la notte regala ancora lumi). E anche a questo proposito la notte non
reca oscurità o pericolo, non suscita allerta, si diffonde invece agli occhi del
lettore come una presenza neutrale, e anche confortevole.
La seconda parte
è più centrata sull’essere femminile, sul desiderio, sulla capacità di
sentimento e di accoglienza, sulle relazioni e il loro rarefarsi (Dispositivi
antievanescenza, Inventario dei luoghi domestici…): le poesie qui si
fanno ancora più discorsive, quasi a esprimere una volontà precisa di
riflessione in quanto tentativo di rispondere, in poesia e con la poesia, a una
domanda di vita (Vulnerabile e potente |… | ritorna a sollevare l’anfora | -
chissà un giro di parole disseta - | scrive per chiedere | per intimare al tempo
di rispondere). Anche qui riemerge forte, tenace il desiderio di armonia, e
fa capolino un accento ironico (che nell’ultima sezione diviene più esplicito).
Lo stesso titolo della sezione è in questo senso esplicito: Ferite, suture.
Non può esserci l’una, la ferita, senza l’altra, la sutura; a una rottura deve
subentrare un accordo. La dialettica della relazione tra le persone ma anche tra
le cose tende o deve tendere costantemente all’armonia, alla sintonia e alla
sincronia (Così l’occhio del dolore | è l’occhio delle guglie |… | lo spigolo
che taglia la verità | soffia via la sabbia | sospende le leggi di gravità).
Nell’ultima sezione (Al margine dei fuochi) viene in
primo piano il tema della poesia e della parola (anche qui per citare alcuni
titoli Nostra fiera del libro, Poeti, Poesia che a metà corsa
s’impaluda…): con semplicità Annamaria Ferramosca mette a nudo il proprio
contrastato e sofferto rapporto con la poesia, quindi anche con il proprio
divenire parola (Fermati, non svanire | Sono stanca | di braccarti, sperare | di
snidarti | lacerare i tuoi veli | inflessibili |… | Svelati | o dileguati), ma
grazie all’accento ironico che qui si fa esplicito riesce a mantenere i versi
sempre al medesimo livello di stile e di tensione espressiva.
È qui che la volontà programmatica
e l’intento unitario si esplicitano in modo inequivocabile: è qui che Ferramosca
afferma chiaramente che è la poesia, associata e spesso equiparata al canto, lo
strumento primo capace di tenere assieme ricordo e presente, di superare e
ricomporre le divisioni, e, infine, di porre al centro la medesima fiamma che è
l’essere umano.
È
evidente allora come la medesima misura nella scrittura
costituisca per Ferramosca il passepartout che apre alla poesia la
possibilità di spianare le “curve” che la vita crea, perché la curva crea un
dislivello e poi se da un lato vi è l’ascesa dall’altro inevitabilmente vi è la
discesa. Ecco perché la poesia di Ferramosca arriva al lettore come richiesta e
affermazione di armonia, come percorso di empatia, come volontà femminile di
porsi al medesimo livello dell’interlocutore. Da qui anche la natura della
raccolta come “racconto” privo di distanza e di autoritarismo. Da qui l’intento
unitario perché espressione del medesimo desiderio, della medesima richiesta e
ambizione: essere vita e poesia insieme.
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Recensione |
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Curve di livello
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poesia
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| Autori |
| • | Annamaria Ferramosca |
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Edizione:
Marsilio Editori
Venezia 2006 |
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| pp. 112 |
| prezzo: € 11,50 |
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| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Vicoacitillo.net nr.3/2007
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