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Egregio dottor Di Loreto, ho visto e letto Chiaroscuri che mi aveva affidato tempo fa. E mi sono permesso di scrivere alcuni pensieri, che non vogliono essere un cantico di lode né una recensione dura, ma solo considerazioni nate spontaneamente dalla lettura del libretto.

È lontano il tempo in cui ci veniva assegnato un tema, e noi dovevamo svolgerlo, attenendoci a criteri espressivi consolidati, a figure spigolosamente e pedissequamente riproposte, a un modo di esprimerci che, si sentiva, era "fabbricato" sulla misura di un banco di scuola, con la sola possibilità di guardare fuori dalla finestra, dove imperava il sole e dove si sentiva scrosciare la pioggia. Si udivano anche le urla dei bambini che, più fortunati di noi grandi, godevano la ricreazione e il tempo libero. Non so se conoscessimo già la voglia di piangere e l'ordine di ingoiare anche il fiele.

Forse, ci salvava la poesia.

E ritrovare allora giochi, sensazioni, figure, paesaggi, rumori, effusioni, e parole, parole, parole (ci riempivamo di parole!). Ed era, senza accorgercene, un nuovo modo di respirare, di guardare, di vedere. Non si trattava di dare nuove forme alle strofe, creare consonanze e dissonanze che avessero il sapore di una vita, ma ci accorgemmo di che cos'era veramente la vita.

Cercammo di svicolare: e la mia generazione si trovò di fronte alle rovine e al sangue. Ecco: sono arrivato a queste brevi e piccole considerazioni (ora che sono vecchio) con la trepida ansia di chi cerca il passato dentro un divenire rovinosamente dolce, tanto da ritrovare in una immagine molto bella la chiave della purezza, la vivacità spenta degli ultimi momenti. "Si tende un dito nel mattino: la sua alba è senza sole".

Tentare di riconoscermi in un "io alla rovescia" nella visione infantilmente pessimistica della speranza, quando non si ha macinato ancora l'ultimo grido, quando non si è ancora "usignolo senz'ali, appeso a un muro". ­

Sembrerebbe, a questo punto, una contraddizione rileggere i "Pochi attimi di felicità" e metterli a fronte di "O tu che passi". E leggere il silenzio come "cantuccio oscuro", "angolo di pace e di riflessione", quasi fosse contraddittoriamente e contemporaneamente assenza di luce e coinvolgimento in una sinfonia dolce e leggera che ti avvolge.

Ho letto attentamente e mi sono accorto che le parole, in questo libretto sincero, nascono da sentimenti che non si possono definire peregrini, ma che denunciano, nelle loro ingenue espressioni, un patrimonio di sentimenti, di sensazioni, di voglia di esprimersi, che non può tardare a uscire come da un vulcano dormiente. Non so se dare maggiore importanza alle considerazioni intimistiche che ogni canto esprime, o alle descrizioni liberatorie di un amore che ricorre così spesso da illuminare, con un raggio di luce oscuramente raggiante, un brano di vita.

Ma è bene sperare. È meglio credere. La poesia, che a tanti giovani può sembrare inutile, sorpassata, espressione di un sentimentalismo antiquato e sciocco, gioco di parole, affastellamento di vite e di vita, resta (anche alla luce della testimonianza di cui sto parlando) la più alta espressione del cuore e la più tenera descrizione della fede.

Recensione
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