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Francesca Simonetti in Inedita per vestigia, che ritiene ultima e suprema opera conclusiva della sua attività poetica, stupisce il lettore sia per la sua geniale invenzione di un teatrino sperimentale con o senza sipario sia per la ricerca subdola dei meccanismi della poesia nel suo farsi, dell’attimo in cui esperienza, riflessione, memoria, intuizione e, quindi, pensiero tentano d’individuare le proprie sillabe e le proprie parole.
E, infine, ciò che interessa all’autrice non è solo far risalire alla chiarezza quell’oscuro materiale che preme ai bordi della coscienza, ma trasformare il pensiero nella sua interezza in un’acuminata selce sa lanciare – ancora una volta – contro i traditori della politica, i persecutori degli oppressi. E le Muse ispiratrici non sono assenti, enigmatiche come in un quadro di De Chirico, ma velenose e serpentine. Nella disseccazione interiore e del paesaggio, nella desertificazione di un razionalismo nichilista non poteva mancare l’antica movenza, che non è empito giovanile, ma è speranza nonostante la non speranza. Tuttavia, nel momento in cui il pensiero riesce a trasformarsi in poesia e a trovare, infine, la sua parola, che ne è l’essenza | sostanza sovrumana | che il mondo | regge, si snoda in canto e in controcanto, in un contraddittorio interiore, che evoca la poesia di Saba e di Dickinson, pur procedendo con una forza e robustezza e una vastità di respiro non riscontrabile nei poeti citati. Da tale oscillazione interiore, dal dubbio, dalla ricerca, dal finito e dall’infinito, dall’investigazione della vestigia, dalla realtà e dall’altrove, senza il sipario del nascondimento, la poesia di Simonetti approda “pulsando” a quella forma della perfezione, che è l’archetipo | d’ogni illusione eppure vita-poesia | mistero. Se, quindi, la poesia è mistero non può identificarsi con quella dei poeti mistificatori o seguaci della moda, dei letterati ricercatori di vuote forme o sperimentali o tradizionali, ma è urlo del reale | amore universale o male | terrore sacro. È appunto pensiero che, divenuto passato – presente – futuro, spazio e tempo, ritrova nella parola la sacralità smarrita: specchio della bellezza e tomba per la stessa morte. |
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