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Sicilia amara

Il volume del mistrettese Filippo Giordano (vincitore del premio Quasimodo 1980) ripercorre certi moduli espressivi dell’ultima stagione poetica contemporanea, quella, per intenderci, che – lontana da spericolate avventure linguistiche – riesce a fissare in immagine poetica una materia che è vita stessa dell’uomo, in quello che ha di contingente e di necessario.

Dispiegandosi su piani espressivi concreti, scanditi da un ritmo lento, quasi sonnolento, la poesia di Giordano riesce ad oggettivare una realtà primaria di una Sicilia geograficamente e storicamente connotata, alla quale l’autore è legato in radice e di cui recupera motivi affettivi, stimoli psicologici, momenti specifici di storia, di vita e di società.

La Sicilia (vista in quella problematicità che trascende gli eventi isolati: miseria, disoccupazione, emigrazione, noia) diventa l’idea poetica della raccolta, risolvendosi in un dialogo costante con questa terra richiamata sulla pagina con sorprendente incisività mimetica: “Agosto. Sono tornati | uomini fatti di saluti agli amici | dispersi nell’anno a Torino o chissà | e ora ritrovati (…).

Reale presenza, più che impressione o nostalgica “eco” di memorie, il mondo siciliano costituisce il plancton naturale di cui si nutre la poesia di Giordano, se è vero che anche in una raccolta più recente, I fili si allungano verso i balconi (Edizioni della Società Storica Catanese, 1981, L.5000) il piano tematico rimane immutato, ritornano i richiami frequenti dell’autore al suo mondo, all’humus di atavici conflitti e di assurde speranze; ritorna il tema dell’emigrazione e della disoccupazione, che ci pare il più ricco di implicazioni, variato ma pur sempre drammaticamente uguale a se stesso: Cresce uomini | e subito li espelle | Mistretta. | E vedove bianche | attendono mariti. | E al morto del giorno | si piangono anche i vivi.

Recensione
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