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Dal mito alla storia

Luciana Chittero ha scritto cinque sillogi poetiche: Sprazzi di luce (1993), Flash (1996), Nello spazio e nel tempo (2001), Una rosa nel mio confine (2004) e Uno spazio per sognare (2007), Gioco è il fuggire dei giorni (2008) e un libro di narrativa Variegato (1996).

Il tema di fondo della sua poesia è il mito che sta all’origine di ogni poesia da Omero ai poeti del Novecento (per citarne solo alcuni da Quasimodo ad Ungaretti, da Luzi a Pavese). Mito che nasce in Luciana con la luce magica e ancestrale della sua terra sarda, bagnata dal mare di Ulisse, la favolosa Sanluri, in provincia di Cagliari, una luce che ritorna come un faro che squarcia le tenebre nella sua lirica. Dovunque si rechi, o a Ischia, o a Capri, o a Sorrento, Luciana si porta dentro i bagliori infuocati e abbacinanti della sua terra nativa, cantata da Omero nell’Odissea, il più bel romanzo di tutti i tempi. Così in “Baia di Sorgeto”: “Tenebrosa è la grotta | che accoglie corpi straniti | nel suo caldo languore. | Nettuno scuote con il suo tridente | l’onda. | Si scioglie sullo scoglio | in dolce pianto | poi lo lascia | col rimpianto | d’una tenera carezza. | Al largo, nell’azzurro, | una vela si defila: | Ulisse mira l’isola | e fugge lontano | per non essere imbrigliato | dal canto di mille sirene”. La grande domanda che ogni Ulisse si sente rivolgere – scrive Claudio Magris - e si rivolge è se egli, attraversando il mondo dell’esistenza, possa ritornare a casa, a Itaca, ossia a se stesso, confermato – nonostante tutte le sconvolgenti peripezie – nella sua identità e confermando il suo senso della vita oppure se egli sia costretto ad andare sempre avanti e sempre più lontano, scoprendo l’impossibilità di formare la sua persona e di trovare un significato nelle cose, perdendosi per strada e diventando continuamente un altro. Luciana trova nel mito se stessa e la sua identità e scopre in lei il senso di luce e della natura che sono propri della sua terra. Come ne “I colori di Ischia”: “il sole di settembre | piove sui viottoli | e sfila tra i filari. | Grappoli dorati | si protendono maturi | verso avide mani. | Ardore brilla negli occhi | dei ragazzi sulle moto. | Con i capelli liberi nell’aria | rombando vanno all’arrembaggio | delle erte scavate nel tufo. | Il verde dei filari | si sciolgono all’improvviso | nel rosso dell’ibisco. || Cammino sospeso sopra il mare. || Lo sguardo mio si perde | nel liquido azzurro | e sbatte sopra Capri, | misteriosa. | Con un velo di bruma | violetto nell’azzurro | nasconde la sua storia | d’incanti e di sirene. | L’ombra di una casa | s’accende all’improvviso | di fuoco viola: | le buganville esplodono | nell’ora del tramonto”. Anche la poesia della Chittero “esplode” gioiosa nel rievocare i filari dorati, i rossi dell’ibisco, l’azzurro del mare, le ombre delle case, gli incanti delle sirene, le tenere carezze della sua terra che vive e nutre la sua lirica. Poesia mitica, vibrante, magica, fatta di colori intensi e di profumi d’altri tempi, come sentenzia la motivazione del premio Hostonium che la Chittero ha vinto nel 2001: “Parola efficace, perché la poetessa, attraverso la poesia, scava nella roccia della vita per mettere a nudo radici vere, storie d’umanità. La poetessa ama soprattutto quadri personali, rinverditi dai ricordi di una nostalgica infanzia. Su tutto si eleva la testimonianza della poetessa per le due patrie che restano eternamente nel cuore: la Sardegna, dove è nata, e il Veneto, Vicenza, dove vive da più di trenta anni”. Ma dal mito luminoso si passa alla triste realtà dei nostri giorni. Per esempio nella lirica “Al semaforo in un giorno di pioggia”, che ricorda i ritmi lenti e cadenzati di accidiosa malinconia della lirica carducciana “Alla stazione in una mattina d’autunno”: “Le gocce si rincorrono sui fili della luce, | poi, troppo gonfie, cadono pesantemente. | Le moto s’avventano sulla strada, | poi, scoppiano in un boato tremendo. | Guardo ipnotizzata i ventagli d’argento, | come onde, si rincorrono sul parabrezza. | Un filo d’erba medica e un ranuncolo | sul bordo della strada sono percossi | dalla frusta del vento a tramontana. | Nelle mie ossa la malinconia: | è il brivido dell’autunno che avanza”. Dalla realtà quotidiana triste e desolata alla bruta e criminale violenza della storia, come nella poesia “Pulizia etnica”: “Dura la terra t’accoglie, | mentre la spada ora squarcia | il lieve velo che grazia | dona al tuo incedere casto. | Violata, sprofondi nel buio. | Del Male un nuovo virgulto | s’annida nel fiore sciupato. || Ringhia la ruota lì accanto, | tenere carni sbranando”. Una poesia quella di Luciana che spazia, a tutto campo, dal mito alla realtà, dal mondo luminoso e dorato del mare odissiaco alle tenebre insanguinate delle tragedie della nostra età, una poesia fatta di riverberi sfolgoranti e di sogni alati accanto agli umili sentimenti della quotidianità, una poesia universale e profondamente umana che “inventa ritmi, | trova parole, | sa dar voce al suo sentirsi | tutt’uno con il cielo | tutt’uno con la terra | tutt’uno con il cuore | di chi il vivere comprende” (“Cuore di poeta”).

Nella lirica della Chittero sentiamo l’assoluta unità della sua poesia, intesa come concezione organica, sintetica, unitaria di tutto il reale, in cui – come canta Dante – “lo gran mar dell’essere” trova ordine e razionalità in rapporto a Dio, causa e fine di tutto. Una reductio ad unum delle cose tutte che hanno ordine tra loro e “questo è forma | che l’universo a Dio fa somigliante”. Nella poesia italiana da Petrarca in poi (basta pensare e Fogazzaro) si assiste a un dualismo fra anima e corpo, spirito e materia, cielo e terra, ma in Luciana trascendente e terreno, anima e corpo sono un tutt’uno, vivono in armonia e in una sintesi suprema. Come abbiamo letto il suo cuore si sente un “tutt’uno con la terra | tutt’uno con il cuore | di chi il vivere comprende”. E’ questa arcana consonanza di affetti e sentimenti che rende così semplice e misteriosa la sua poesia, semplice perché dice cose che appartengono all’esperienza della vita quotidiana e misteriosa perché sono in relazione con l’arché, con l’origine delle cose che non ci è dato di conoscere né di descrivere, ma solo intuire e percepire. “Libera nel vento | – canta Luciana in una delle sue liriche più ariose e suggestive – Io bambina camminavo | respirando il profumo d’eucalyptus. | Gli alberi lottavano col vento | e cantavano vittoria. || Ero fiera del mare di grano | delle spighe mature: | onde d’oro nella vasta pianura. || Ero fiera del rosso dei papaveri | erano fuochi | e accendevano il cuore || Volevo fermare per sempre | sulla tela | il rosso e l’oro. || Desiderio d’infinito | che porta lontano | e si perde nel vento”. Ha scritto di lei Anisa Baba Bressan che “il gusto cromatico della sua poesia fa vedere, come in un fotomontaggio, il paesaggio dove si svolgono le sue storie e le sue parole ci fanno pensare, riflettere e penetrare nell’intimo dei suoi personaggi. La trama delle sue poesie e dei suoi racconti si dipana chiara, sia essa dramma, sia essa favola”. “Ogni elemento – continua la Bressan – del suo scrivere è sempre filtrato attraverso la memoria: è la sensibilità che fa nascere le situazioni, dinnanzi al lettore, facendo emergere la centralità del paesaggio”.

Mario Bagnara ha scritto che Luciana esprime la sua concezione estetica e la sua poetica nella lirica “Cuore di poeta”: “Al cuore del poeta | tutto si perdona. | Egli guarda le nuvole | e infiniti castelli di sogni | s’accendono nella sua mente. | Le foglie scosse dal vento | intrecciano quadri di dialogo | nel misterioso”. Il poeta per Luciana è un sognatore che vede nella vita quotidiana ciò che le persone comuni non riescono a vedere. Come il fanciullino del Pascoli che “alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai…Parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle, popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei”. Così “nella poesia della Chittero, – continua il Bagnara – insieme ai miti classici, si affollano i ricordi personali ad Ischia, in Maremma, a Roma, durante i gioiosi viaggi scolastici. Su ogni visione trionfano la bellezza e la suggestione della natura che è una presenza costantemente radiosa, idillica, solare, quasi un ritorno alla felicità infantile”. Il critico cita la poesia “Nuvole”: “Le nuvole della mia isola | erano castelli incantati | montagne di panna | inondate dal sole, al tramonto | che pennellava di viola | le montagne in lontananza… || Il cielo della mia infanzia | era immenso…infinito, | sempre diverso, per le nuvole | che trascorrevano veloci, | come gli anni della vita”. Altra bellissima e commovente poesia è dedicata alla figura del padre, rappresentato miticamente come un Ulisse, l’uomo che viene dal mare: “Sei venuto dal mare | e ne hai avuto paura. | Hai trovato una terra | intrisa d’acqua salsa. | Con sudore hai seminato | dove prima nulla cresceva. | Il vento d’Africa | ti ha corroso la pelle | delicata, da bambino. | La fatica | ti ha consumato le ossa. | Mari biondi di grano | si estendevano ai tuoi piedi. | Pane bianco, profumato | hai procurato a me bambina | che giocava coi papaveri | ai bordi dei fossati”. Ritorna il mito dell’isola natale bagnata oltre che dal mare omerico anche dal sudore del padre che le ha dato la vita e la gioia di vivere.

L’ispirazione religiosa pervade e caratterizza l’ultima composizione che chiude “Una rosa nel mio confine” e le composizioni del CD “Gioco è il fuggire dei giorni”: “La sinfonia di Dio | è l’onda che bagna i tuoi piedi | mentre la rena si flette | e lascia l’orma del tuo passo. || La sinfonia di Dio | è il rumoreggiare del mare | che porta canzoni | di mondi lontani, | di eroi naufragati nel tempo”. Dio è paragonato al sole, al vento, all’amore, alla morte, che ti porta nella sinfonia di Dio che è luce, pace e armonia. Così si conclude il canto poetico di Luciana che vede la vita come una straordinaria avventura umana che inizia e si conclude, anzi si “stordisce nella sinfonia di Dio”.

Recensione
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