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Non è fuori luogo cercare tracce di Francesco d’Assisi nella più che vasta opera dannunziana: né si è delusi intraprenderlo con Francesco di Ciaccia.

Nicoletta De Vecchi Pellati, nella biblioteca del Vittoriale, ha trovato ben 129 titoli che riportano a s. Francesco con libri, quadri ed oggetti vari. Dei libri sono segnalati: Speculum perfectionis, Legenda Trium Sociorum, Le mistiche nozze di San Francesco e Madonna Povertà, i Fioretti di San Francesco in nove edizioni diverse, la Vita del Sabatier, San Francesco d’Assisi... del P. Facchinetti, Saint François d’Assise di J. Jörgensen, Il patriottismo di Frate Francesco di A. D’Alessandro, ecc. Autori, curatori di opere inviarono a D’Annunzio 34 volumi con dedica e due con missiva (pp. 27-33).

Il di Ciaccia, nel suo studio, permette di seguire nelle Opere e nel tempo il rapporto D’Annunzio-S. Francesco, e di ricostruirne i passaggi e le fasi.

Il D’Annunzio prende l’avvio dalla lirica del Carducci, dalla prosa del Verga e del naturalismo francese, dalle suggestioni e seduzioni della vita aristocratica romana. Presto lo scrittore ed il poeta palesarono un impressionismo sensuale e un gusto per la vita primordiale, ferina, paganeggiarne.

L’incontro di D’Annunzio con S. Francesco avvenne nel settembre 1897, quando il Poeta si reca in visita ad Assisi e dintorni in compagnia di Eleonora Duse. «La preghiera – annotò nei Taccuini – riempie i chiostri... L’anima del serafico si diffonde per tutta la valle, benedice tutte le soglie, conforta tutti i focolari...». Ammirare, contemplare erano gli atteggiamenti più frequenti del D’Annunzio; difficilmente egli andò oltre il visitatore attento (pp. 44-45).

Nel 1898 avrebbe voluto scrivere una tragedia francescana nei modi della poesia popolare umbra e delle antichissime laudi drammatiche, intitolata Frate Sole. Questo confidava a Georges Hérelle, suo traduttore francese, perché trovava in lui qualcosa di francescano (p. 36). In quegli anni aveva avuto in progetto di scrivere una biografia di Gesù Cristo, non solo sul piano storico, ma anche su quello gnoseologico e religioso, perché sosteneva di sentire «continua sopra il mondo» la presenza del sacrificio di Cristo (p. 54).

Ma il D’Annunzio aveva tutt’altra natura, e seguì altre vie ed altre ne volle tentare, senza stancarsi di sperimentare.

Credette all’animismo magico e ad una religiosità primitiva in opere composte nell’82 (Terra vergine), nell’84 (II libro delle vergini), nell’86 (San Pantaleone), nel 1904 (La figlia di Jorio). Seguì e giustificò il sensualismo: G. Aurispa, protagonista di Trionfo della morte (1894), contro ogni concezione platonica, afferma che «non può considerare l’amore se non come opera di senso» (p. 20); C. Cantelmo, protagonista di Le vergini delle rocce (1895), dichiara che l’essere umano può sottrarsi al mondo ma non al cuore. Accettò per episodio reale la figurazione di un quadro in cui S. Chiara scambia un bacio col Serafico (pp. 24-25).

Si dedicò (soprattutto in Le vergini delle rocce) a comporre il mito del superuomo, affidandogli il triplice compito di «condurre con diritto metodo il (suo) essere alla perfetta integrità del tipo latino; di adunare la più pura essenza del (suo) spirito e riprodurre la più profonda visione del suo universo in una sola e suprema opera d’arte; di preservare le ricchezze ideali della (sua) stirpe e le (sue) proprie conquiste in un figliuolo». Sperimentò (nel 1889) l’estetismo con Il piacere, convincendosi che l’arte è considerata come la forma più alta del nostro vivere pratico, e pertanto amò l’espressione più del pensiero. Ripetè il tentativo (nel 1900) con Il fuoco, ricercando una libertà dal desiderio del senso, approdando soltanto al «connubio dell’arte con la vita», senza pertanto superare la sensualità (p. 34).

Nelle Laudi (a cui lavorò dal 1896 al 1903), dissolvendo il mito del superuomo, ritornò con maggiore maturità d’arte e di spirito alla sua sorgente di ispirazione più autentica e da cui scaturirono le migliori sue opere. Lo «sprofondarsi nella vita naturale» secondo A. Gargiulo, permise al D’Annunzio di attingere alll’«infinito desiderio», oltrepassando l’«infinito dominio». Queste espressioni, tuttavia, sono citate con diffidenza dal di Ciaccia, secondo il quale la sensibilità poetica del Pescarese resta distante dalla spiritualità dell’Assisiate (p. 37); nel senso che quest’ultima è ridotta a letteratura.

Il panismo, nota ricorrente delle Laudi dannunziane, è da considerare inferiore allo stesso «panteismo», già negativo di per se stesso. Il Poeta, in definitiva, è attratto dalle virtù di Francesco: povertà, semplicità, carità, gioia, ma pur ammirandole, se ne serve come qualità esteriori (p. 45).

Nella Contemplazione della morte (1912) definì il Cristo «bellissimo nemico», ammettendo che il Divin Maestro lo «affascinava», ma anche lo «disturbava». Del resto non è possibile la «conversione» per chi come lui aveva dichiarato: «So che, per farmi nuovo, io non debbo obbedire ad una parola già detta, ma ad una parola non ancor detta»: attendeva un quinto Vangelo. Alla stessa maniera pensò che l’opera di S. Francesco non fosse completa: promise di scrivere i Nuovi Fioretti.

Durante la prima guerra mondiale, il D’Annunzio venne a contatto con il pericolo, la morte, sentì la fame, la povertà, la solitudine: S. Francesco gli fu più vicino, tuttavia usò il Santo prima di tutto per il suo impegno «militare e politico». Ne La preghiera di Doberdò (con la notazione Novena di S. Francesco d’Assisi, Settembre 1916) scrisse: «San Francesco lacero e logoro piange silenziosamente in ginocchio sul gradino spezzato dell’altare maggiore...; i feriti della notte colcati / su la paglia lungo il muro superstite della povera casa / di Dio... E il Santo si volge alla creatura di Dio, con / ferme su la faccia le lacrime come rugiada su la fo / glia è prima del sole. E tutte si volgono rapite alla mes-/ saggera d’una stagione sublime le facce del glorioso / dolore» (pp. 65-66).

I Taccuini 1917 al 3 ottobre registrano una preghiera a S. Francesco «perché serbi il sereno fino a notte» durante una missione di guerra; e ricordando che il Santo recandosi in Terra Santa solcò il mare sul quale sarebbero volati gli aerei da Gioia del Colle contro le basi austriache alle Bocche del Cattare, rivolge laudi al vento perché non li avversi, al fuoco perché non li arda, all’acqua perché non li affoghi (cit. a p. 62).

Nella Laude della Povertà, scritta a Fiume nel Natale del 1919, si legge: «I poveri di Fiume non sono i prediletti di santo Francesco? Come il serafico, essi hanno dato alla povertà l’aspetto raggiante della magnificenza» (cit. a p. 64). E su questo tema francescano, il di Ciaccia conclude: «Io non sostengo che D’Annunzio non credesse davvero al valore della povertà proposta da san Francesco, ma dico che egli sapeva sfruttarla a tempo e luoghi opportuni, per un fine pratico ritenuto giusto» (p. 65).

Nel dopoguerra il Francesco del D’Annunzio «divenne un crociato ed un pacificatore sociale» (p. 71).

Negli articoli sul disarmo navale, pubblicati a New York tra il 1921 ed il 1922 vide il mondo «diviso in potenze plutocratiche ed in popoli ricchi di sola cultura e spiritualità» e commentava: «... se considero la presenza dell’Italia ‘poverella di Dio’ nel concilio dei potenti, mi viene in mente... S. Francesco, che approdò in Egitto e stette col suo semplice cordiglio e con la sua bisaccia vuota tra i baroni cristiani partitori di bottino. C’era la tavola delle dispute anche a Damietta. Conturbato e accorato, passò dal campo dei fedeli a quello degli infedeli. E per stabilire la sincerità e la superiorità della sua fede, propose al Soldano benigno di passare attraverso il fuoco se i servitori di Maometto fossero per fare altrettanto» (cit. a p. 80).

Uno dei punti più significativi e più sinceri si legge in Per l’Italia degli Italiani (dic. 1922): «Lasciate nitrire nel prato i bellicosi cavalli ormai concessi all’agricoltura paziente... Ma santo Francesco che seppe esser pedestre e celeste in tutta la sua milizia, mi rimormora in cuore: ‘L’azione senza grazia è una vecchia sella che da ogni cavalcatore è rimendata e rimbottita alla meglio o alla peggio» (cit. a p. 83). Negli anni delle violenze fasciste Francesco ispirò al Poeta del Vittoriale la tolleranza: «Dalla pazienza maschia, e non dalla impazienza irrequieta – rispondeva a Mussolini che cercava una sua approvazione – a noi verrà la salute» (p. 73).

Un ulteriore avvicinamento al Santo si sarebbe potuto verificare in occasione del settimo Centenario della morte nel 1926. In effetti il podestà di Assisi, Arnaldo Fortini, per tempo lo aveva invitato a tenere il discorso ufficiale, senonché la rappresentazione a Milano di Le martyre de saint Sébastien (1926), già censurato a Parigi e poi dalla S. Sede, consigliò al Fortini di non ripetere l’invito (p. 87).

Dal 1925 aveva preso come uso di firmarsi «Gabriele D’Annunzio del Quarto Ordine». La maniera finì con l’indignare Matilde Serao, la quale conosceva il Poeta per avere a lungo collaborato con lui al giornalismo. «Ma che gli ha fatto – scrisse in Conquista Cattolica nel 1925 – San Francesco d’Assisi a Gabriele D’Annunzio, perché il Poeta si beffi di lui, così crudelmente e oltraggi questo Santo, in tutte le sue impareggiabili virtù di santità?» (cit. a p. 90). E subito dopo il di Ciaccia giustamente corregge la Serao, là dove scrisse che i tre Ordini fondati dall’Assisiate sono «i Minori Osservanti, i Cappuccini, i Terziari». Nel Libro segreto del 1935 il fantasioso scrittore aggiunse altro ancora; descrisse S. Francesco a cavallo di un elefante in viaggio per apparire «ai testimoni e ai Legislatori del Buddismo, ai mostri della mitologia asiatica!». La divinità tibetana tiene in mano una medaglia ebraica con l’immagine del Nazareno; il Poeta s’avvicina a baciarla, avvertendo «un senso infinito dell’ansia religiosa nei secoli...»; nega di essere un profanatore, bensì dichiara: «Aspiro al dio unico, cerco il dio soprano, e sento come ‘quel che è in me divino’ tenda a ricongiungersi col dio inaccessibile, si sforzi di possederlo» (p. 96). Si tratta di un progetto, o più precisamente di appunti di sincretismo religioso, che possono aver giovato all’uomo D’Annunzio, ma che deprimono la personalità di s. Francesco, e che soprattutto disperdono il concetto di divinità. Non era sfuggito al D’Annunzio che s. Francesco mediante il Terz’Ordine aveva impegnato al rinnovamento spirituale re e regine, cavalieri, poeti, artisti, ricchi, gente del popolo umile, «i quali giuravano di essere fratelli nell’amore di Dio e del prossimo e obbligavansi a non prendere le armi se non in servizio della fede e della patria, diffondendo cosi l’orrore per le violenze e le contese tra città e città, tra fazioni e fazioni» (p. 75); come pure «apprezzava lo spirito dei frati nella loro intima tranquillità, segno di pace interiore e di unione con Dio» (p. 92). E forse l’aspetto sociale di Francesco permise al Poeta pescarese di avvicinarsi maggiormente al Santo di Assisi e di esprimersi con sincerità. Un’azione benefica D’Annunzio la compì quando fin dall’ottobre 1922 s’interessò concretamente affinché lo Stato italiano restituisse il complesso basilicale di San Francesco d’Assisi ai Frati Minori, soppresso e requisito con disposizione del 7 luglio 1866. D’Annunzio non giustificava che lo Stato avesse incamerato i beni degli enti morali e religiosi, non riconoscendo loro, dopo secoli di vita, una personalità giuridica. Egli intervenne, indirizzando lettere a Giovanni Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione, al sottosegretario per le Antichità e le Belle Arti, al cardinale Gasparri (1 novembre e 23 dicembre 1922). La restituzione avvenne il 4 ottobre 1927: al Poeta andò il merito di avere svolto un ruolo determinante.

Verso la fine della sua analisi, il di Ciaccia afferma che la religione del D’Annunzio «non nega l’apporto cristiano, ma... lo trascende inglobando altre fedi, sia quelle di natura orientale, vedica e buddhistica, sia ogni altra credenza religiosa, fino al limite della religione pagana» (p. 99). «Prima ancora di quelle bibliche e francescane, D’Annunzio subì talune suggestioni dei libri Vedici e delle Upanishad» (p. 100). Né suscita meraviglia che egli abbia usato la mentalità orientale per correggere perfino il saluto di S. Francesco di Fax et bonum, unendovi il Malum et Pax.

Come per l’arte, il D’Annunzio passò da esperimento ad esperimento senza fermarsi a qualche cosa di definitivo, altrettanto non si decise ad una scelta definitiva in religione.
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