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F. Di Ciaccia analizza le pubblicazioni sul Manzoni relativamente al 1985 e al 1986. Trattandosi dell’anno in cui si celebrò il Bicentenario della nascita del «Grande Lombardo», la Rassegna prepara un lavoro prezioso a chiunque voglia rilevare agevolmente l’indice di vitalità di cui gode il Manzoni ai nostri giorni.

Difficile trovare una pubblicazione che sia sfuggita allo studioso; encomiabile l’impegno con cui egli analizza le opere e ne formula i giudizi.

Con lui è utile ripetere la segnalazione dei Convegni e spigolare in modo essenziale tra gli Atti e tra gli scritti di alcuni autori in particolare.

Nel febbraio 1985 il Comune di Bergamo promosse un Convegno sulla «Politica e sull’Economia in A. Manzoni». S. Bartolozzi Batignani inquadrò il pensiero del Manzoni nelle teorie liberiste; G. Barberi Squarotti analizzò le contrapposte economie, società e politiche di Milano e della Repubblica veneta.

Nell’aprile del 1985, nel corso del Convegno in omaggio al Manzoni promosso dal Lions Club di Fermo, M. Dell’Aquila illustrò la proposta manzoniana di una lingua «capace di toni quotidiani e solenni, insomma di una lingua viva e già sorretta da una tradizione di scrittura»; R. Scrivano propose la centralità della figura di Lucia, definendola «luce divina che scende sugli uomini e li illumina, trasforma i malvagi, fortifica i buoni, guida gli incerti».

Nel maggio-giugno 1985 l’Assessorato alla Cultura di Bergamo celebrò il Bicentenario, ricercando che cosa abbia rappresentato la «città» per il Manzoni.

Nel giugno 1985 la Valcamonica organizzò un Congresso Manzoniano sulla Colonna Infame, i di cui lavori significativi possono essere «La ‘Colonna Infame’ tra la pietà e l’ironia» di M. Martinazzoli, «Il male nella storia» di G. Bárberi Squarotti.

Ai primi d’ottobre 1985 il Centro Nazionale Studi Manzoniani di Brescia tenne un Convegno su «Manzoni e il suo impegno civile». Emerse che: la lirica civile del Manzoni non suscitò né facili entusiasmi, né fu succube degli avvenimenti (N. Girardi); «Al di fuori del diritto reale (Il saggio sulla Rivoluzione Francese di G. Bárberi Squarotti), al di fuori della giustizia praticata e del discernimento sicuro tra il giusto e l’ingiusto, ‘i morti della storia sono inutili’»; è merito del Manzoni avere anticipato, con una «visione pluralistica», un più oggettivo giudizio sul Seicento (F. Molinari); «La formazione illuministica, la conversione, il Romanticismo concorrevano in vario modo a convincere il Manzoni in scelte aperte e a coinvolgimenti filantropici, rispettosi della personalità umana e delle conquiste tecnologiche» (P. Giannantonio).

Ai primi di novembre 1985 il Centro Nazionale Studi Manzoniani di Milano svolse un «Congresso Internazionale sui problemi della lingua e del dialetto nell’opera e negli studi del Manzoni»: G. Nencioni riconobbe al Manzoni «l’unificazione linguistica, ma senza propositi di sterminio della dialettalità»; G. Polena indicò che le prime esperienze linguistiche del Manzoni riportano a Parini, Alfieri, Monti e all’Alighieri; O. Pollidori Castellani spiegò che il passaggio da una fase scrittoria ad una successiva maturò attraverso un «minuziosissimo e graduale lavorio secondo le seguenti direttrici: dal toscano-lombardo della Ventisettana al fiorentino e da un registro letterario ad uno più vicino al parlato». Al Manzoni sono dedicate oltre 800 pagine dei «Nuovi Annali della Università di Messina», (Roma 1985), tra le quali leggiamo: I Promessi Sposi sono «il modello del romanzo modernamente inteso come sintesi poetica di una realtà storica e di una posizione ideologica» e «l’impresa più ardita nella letteratura moderna europea» in direzione di una «fiducia religiosa, agostiniana e pascaliana, che si eleva non tanto da un generico pessimismo quanto da una profonda e realistica riflessione dell’uomo e del mistero della sua anima, da una chiaroveggenza di moralista senza illusioni» (V. Branca); sull’accoglienza ora favorevole ora limitativa dell’opera manzoniana in Polonia (K. Zaboklicki); sul «Manzoni e la Francia dal 1820 al 1823» (M.G. Adamo); sulle prime traduzioni russe delle opere manzoniane e sui lusinghieri giudizi espressi da Puskin (P.A. Zveteremich).

Ancora nel 1985 la rivista Italianistica curò un numero monografico di Saggi e Note dal titolo Per Alessandro Manzoni. Della quale pubblicazione – allo scopo di una visione d’insieme del Manzoni – si possono sottolineare i contributi: di G. Petrocchi quando rintraccia la «consonanza» con il poeta latino Orazio, a proposito della «passione civile», con «la condanna della meschinità e dell’affarismo dei potenti e (con) l’osservazione delle debolezze degli uomini sottoposti alla continua sopraffazione dei molti e alla volubilità dei pochi»; di M. Dell’Aquila su tema linguistico incontrato due volte dal Di Ciaccia: la prima scelta del Manzoni fu l’eclettismo – essendo troppo povera la lingua italiana -, poi la toscanità – per l’istanza di una intellegibilità più vasta -, infine la difficile equazione Uso-Bisogno»; di A. Cottignoli, quando afferma che il teatro per il Manzoni, come già prima per il Muratori, non doveva mettersi contro la norma di «sollecitare le virtù e di mortificare i vizi».

Altri Convegni ed altre pubblicazioni del Bicentenario manzoniano avvennero nel corso del 1986.

Ad Assisi se ne fece promotrice l’Accademia Properziana del Subasio, all’interno della quale M. Puppo riconobbe il Manzoni scrittore «dal respiro europeo, sia per la sua formazione culturale, sia per l’influenza che su di lui esercitarono ideologi e scrittori stranieri, sia per le anticipazioni sulla letteratura europea»; mentre S. Jacomuzzi definì la poesia manzoniana «contemplazione disinteressata», capace di placare «gli uragani delle passioni» e «l’urto delle quotidiane realtà della vita» con le grandi idee della sfera superiore.

A Cormano (Milano) il Centro Nazionale Studi Manzoniani in collaborazione con il Comune promosse un Convegno su Enrichetta Blondel ed uno sul «Pensiero politico-sociale su A. Manzoni», dai quali emerse: che Enrichetta Blondel fu la «Beatrice» del Poeta (card. G. Colombo), e l’ispiratrice di quella poesia da cui scaturì la figura di Lucia (U. Colombo); che il Manzoni, partito dal giovanile progetto «di flagellare i tiranni e di mettere in luce il popolo della gente comune, passa in una generale visione religiosa, in cui libertà ed indipendenza nazionale assurgono a diritti dal fondamento naturale e divino insieme» (E. Travi).

In Manzoni tra due secoli («Vita e Pensiero», Milano 1986), F. Mattesini indica che l’etica manzoniana è ancorata alla metafisica e alla rivelazione; C. Scarpati ricerca nell’Adelchi l’orrore che deriva dal sapere e dal vedere che l’uomo, libero, è capace di violenza e di odio e di delitto e la pietà come partecipazione affettiva e razionale per l’oppresso e «che l’opera tragica ha la funzione di sviluppare»; E. Bellini affianca il Pellico al Manzoni nel teorizzare «l’intrinseca finalità morale del romanzo», nella «contrazione spaziale e temporale» per la tragedia e per il poema, nella sperimentazione linguistica.

A. Marchese in Come sono fatti i Promessi Sposi (A. Mondadori, Milano 1986) trova nel romanzo del Manzoni un realismo pascaliano in cui i personaggi vivono il dramma del «contingente» e del «metafisico». F. Puglisi (L’arte del Manzoni, Ed. Studium, Roma, 1986), dopo un attento esame degli scritti, conclude che la poetica manzoniana «nasce da una concezione etica della vita e produce sentimenti d’alta moralità».

Il saggio Manzoni oggi («Atti del Convegno di Bergamo» a c. del Comune di Bergamo 1985) di U. Colombo dichiarando Manzoni «innovativo nella scelta del linguaggio anticlassico e in quella di protagonisti umili; innovativo, sulla linea filosofica rosminiana, nella concezione della Provvidenza come presenza e non già come amuleto; innovativo nella visione della storia intesa nell’ambito della ‘buona novella’ offerta all’uomo come persona... ; inoltre, nell’individuazione dei caratteri dei personaggi come ‘identità’ e non come ‘massificazioni’; tutto questo mette in evidenza caratteri che nel tempo sono diventati sempre più validi».

Altri approfondimenti che rendono attuale il Manzoni vengono dalla pubblicazione di G. Belotti: Manzoni più vivo che mai (Trescore Bergamasco 1986). Il Belotti sostiene che la produzione manzoniana è in contrasto con l’egoismo e con il dispotismo individuale e collettivo, mentre il fondamento autenticamente cristiano impedisce la non ‘politicizzazione’ della morale, cosicché il cittadino risulta difeso nella coscienza e nella sua dignità contro «ogni cesarismo e Ragione di Stato».

Basteranno questi appunti per farsi un’idea di quanto il Bicentenario della Nascita del Manzoni abbia mobilitato il settore della cultura con la gran mole di lavoro, scaturito da tanti esperti, che hanno scavato profondamente nella vita, nella personalità, nell’opera, nell’arte, nella religione del Manzoni, e con risultati di conferma, di rivalutazione, e non di rado di autentica scoperta.

È doveroso ricordare, a conclusione, che il merito di quanto scritto va a Francesco Di Ciaccia, perché è lui ad avere con cura relazionato, in maniera inappuntabile, le tante opere sull’autore che, dopo Dante Alighieri, più ha onorato con l’arte il cattolicesimo; sull’autore in cui si rimane incerti se ammirare più l’uomo che il genio: pur essendo quest’ultimo eccezionale.
Recensione
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