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L’alluvione di Giampilieri dal dolore alla poesia

Donna di scuola da tutti apprezzata per la sua straordinaria preparazione e la sua sensibilità, Mirella Genovese era conosciuta, fin qui, essenzialmente per tre notevoli raccolte di versi (Codice Segreto, Venezia, Edizioni del Leone, 1999; Cartografia, ivi, 2004; Ascolto, ivi, 2006) e per due ‘prove’ un po’ sui generis di narrativa (Pupattola, ivi, 2003; Mammy viene dal Cielo, Ediz. A. e G., 2006). Queste opere – tutte, tranne l’ultima, lucidamente prefate da Paolo Ruffilli – hanno già fatto apprezzare l’Autrice come poetessa e come narratrice. Ma ecco ora, appena uscito, un nuovo, aureo libriccino dedicato alle vittime (persone, animali e cose) del tremendo nubifragio che all’inizio di Ottobre 2009 si abbattè, con eccezionale violenza e tragici effetti, sui comuni messinesi di Giampilieri, Scaletta Zanclea, Itàla, Briga, Pèzzolo, Altolia e Molino. Si tratta di una commossa e commovente rievocazione di quel tragico evento intitolata Morte Annunciata (Lions Club, Barcellona P. G., 2010): titolo significativo ed appropriato per il fatto che la colpevole, mancata messa in sicurezza del dissestato territorio già colpito, meno di due anni prima, da un’altra alluvione, lasciava facilmente presagire il ripetersi della catastrofe.

Costituita di 25 componimenti di varia estensione, l’agile raccolta appare sostenuta da una forte e profonda ispirazione, suscita interesse e si fa leggere tutta d’un fiato.

Vediamone gli aspetti essenziali partendo dall’ordine dei vari carmi, dettato da una logica interna che dà vita a corrispondenze e simmetrie certo non casuali. Notevoli al riguardo alcuni dati: in apertura troviamo il Primo coro dei morti, cui segue la Visione numero uno, mentre in chiusura abbiamo, con perfetto parallelismo, l’Ultimo coro dei morti seguito dalla Ultima Visione. In posizione centrale, lontane dalla prima e dall’ultima ma ravvicinate tra loro, sono collocate altre due più brevi Visioni, la seconda (all’11° posto) e la terza (al 15°). Significativo anche l’insistito ritorno, verso la fine della silloge e precisamente nel quart’ultimo componimento, Coro delle piante, della rivelazione/denuncia di quelle che sono ritenute le vere cause della rovinosa alluvione già enunciate nel terzo, Magna Mater: indovinata l’idea di far ribadire dallo stesso mondo vegetale quanto l’autrice ha in precedenza affermato a suo nome.

I “Cori”, sei in tutto, sono segni della viva presenza della tradizione letterariopoetica: ad essi l’autrice affida il compito di esplicitare il suo pensiero, di motivare le proprie convinzioni. Essi sono, insomma, entro certi limiti, accostabili ai cori delle antiche tragedie greche e si collocano in qualche modo in misura preponderante sulla scia dei cori delle tragedie manzoniane, notoriamente definiti “cantuccio” del poeta.

Singolare appare il coro dei vivi costituito di solo silenzio e formalmente presentato come una pagina bianca: un silenzio, questo, più eloquente di tante parole, un modo originale ed efficacissimo di rendere la perdurante sordità dei vivi invano sollecitati dai morti a svegliarsi e ad uscire dal loro lungo, colpevole letargo. Naturalmente nell’opera sono presenti anche altri elementi prettamente letterari e culturali, come i riferimenti alle divinità ed ai miti del mondo classico ed in primo luogo ad Apollo/ Sole ed i suoi armenti (le cui carni gli dei dell’Olimpo venivano a gustare in Sicilia: vedi Macelleria, v. 1 ss.) o i richiami delle Sacre Scritture. Questi ricorrono nelle “Visioni”: si veda, a p. 10, Visione numero uno, con la menzione di Ponzio Pilato; a p. 23, Visione numero due, con il riferimento al Getsemani; a p. 29, Visione numero tre, con allusione alla crocefissione di Cristo, e p. 41, Ultima Visione, con il riferimento alla valle di Giosafat. Da notare che le quattro “Visioni” si caratterizzano tutte per un certo afflato religioso e che le ultime tre sono accomunate anche da un altro elemento, formale e di contenuto: l’autrice vi si pone degli interrogativi di ordine filosofico.

Resta da evidenziare, a questo punto, il peculiare tono profetico-visionario della “visione” quarta, che è l’ultimo carme della raccolta e merita di essere riportato per intero (p. 41):

Ultima visione

un popolo che esulta come marea
invade le valli
un popolo che cresce e lavora
nella sua terra non più emigrante
un popolo che esulta
e che ha radici profonde come alberi
popolo che non conosce barriere.
Siamo forse nella valle di Giosafat?
Anche in terra si può conoscere la pienezza dei tempi:
lì è il Paradiso.

Felice chiusa dell’opera, il componimento prospetta un mondo nuovo, aperto alla speranza, un ‘varco’ capace di far uscire il nostro Paese dalla situazione disperante che conosciamo e di cui nessuno vuole assumersi la responsabilità.

Va però subito detto che la forza e la bellezza del libro non stanno tanto nei versi che mostrano i pur interessanti elementi connessi con la tradizione letteraria o i riferimenti ai testi sacri. Morte annunciata colpisce ed affascina in misura particolare per il modo in cui, in tutta una serie di componimenti, riesce a rendere, attraverso le parole poste in bocca a diverse vittime della catastrofica alluvione, il progressivo, incalzante manifestarsi della furia distruttrice della fiumana impetuosa che viene giù dalla montagna e tutto quello che incontra in breve travolge e sommerge.

A parlare, a raccontare e raccontarsi, sono i morti, gente semplice, gente comune, che, nella concitazione del momento, si esprime con immediatezza, mediante parole di uso corrente, senza ricercatezze formali o infiorettature letterarie, e soprattutto con un ritmo quanto mai appropriato: la decisa preferenza della paratassi nella costruzione del discorso, caratterizzato dal rapido susseguirsi di frasi brevi, staccate, poste l’una accanto all’altra, spesso senza alcuna congiunzione, determina un andamento perfettamente adatto a far sentire il procedere incalzante della fiumana devastatrice, l’inarrestabile precipitare della situazione verso la catastrofe e così contribuisce in misura preponderante al raggiungimento di un elevato esito artistico-poetico.

A confermare ciò basterà un rapido sguardo ad alcuni testi della silloge, scelti tra quelli nei quali per l’appunto parlano i morti. Si tratta di quattordici componimenti e precisamente: i sette dal quarto al decimo, i tre dall’undicesimo al quattordicesimo, i tre dal sedicesimo al diciannovesimo, e, infine, il ventitreesimo.

Emblematico in proposito è Una casalinga (p.15):

Sono stata la prima ad avvistarlo:
un diluvio di fango
che come un fiume di lava
scivolava rapido.
Ho chiuso la finestra.
Ho cercato la porta.
Ecco le scale.
Mi viene incontro il fango.
Sale di livello.
Ancora sale.
Stringo la ringhiera.
Stringo e stringo ancora
finché la mano è sommersa
torace e collo.
È questa la morte?
Un sepolcro di fango.

Non meno emblematico il componimento di p. 16: Di passaggio

Stringo forte il volante.
La pioggia annebbia il vetro.
I tergicristalli non riescono
a rendere nitida la visione in autostrada.
Presto. Mi attendono.
Il mio lavoro urge:
il computer e il corso di aggiornamento.
Ancora questa pioggia.
Svolto. Sono in paese.
Un nero lavacro detriti
avanzano incalzano.
Ecco accosto.
Busso ad un portone.
Spiego alla patrona di casa.
Chiudiamo il portone.
Presto. Presto. Chiudiamo il portone.
Quel fiume insano non ci raggiungerà.
Il cellulare. La telefonata.
Verremo subito a prenderti.
Resisti.
Ecco resisto.
Decidiamo di salire al primo piano.
Ecco bussa quel fiume di fango.
Sfascia il portone.
Mio figlio.
La mia vita.
Le mie mani. Dove sono le mie mani?
Non possono lavare le colpe del mondo.

Ancora un andamento analogo troviamo nella lunga celebrazione dell’eroico ‘Simone’, il giovane Pasquale Neri inghiottito dalla valanga di fango mentre era impegnato a strappare alla morte, uno dopo l’altro, quelli che vedeva travolti dal furioso diluvio che veniva giù dalla montagna. Lo testimoniano in modo speciale le sezioni III e IV (versi 30 ss.) di All'avventura (p. 20 s.):

III

Ecco la pioggia. Allegra.
Mi piace la pioggia.
Ho sempre giocato con Lei.
Che succede?
S’intensifica sempre di più.
Come due anni fa.
Il nubifragio. Presto.
Succederà una catastrofe.
Nessun intervento a nostro favore!
Di che siamo colpevoli?
Dio mio, perché siamo un’isola?
Perché dobbiamo morire?
Perché il Sud deve pagare?

IV

No. Non devono soccombere.
Io li salverò.
Ecco uno per uno.
Ecco le mie mani sono forti.
Come si chiama quello che sostiene
con le spalle una delle colonne
che sorreggono la Sicilia?
Come quello. Sì. Come quello.
Non ricordo il nome.
Amo. Gridano. Li metto in salvo.
Sono giovane. Ce la farò.
Ancora. Ancora un altro.
Il fango. Ad uno ad uno
li tiro fuori dal fango.
Quanti sono? Non so.
Non ho il tempo di contare.
La pioggia incalza.
Perché questo fiume di fango?
Si sono rotti gli argini?
Presto. Fate presto.
Non indugiate.
Andiamo.

Ed ecco ora, per chiudere su questo punto, un altro bell’esempio di narrazione/descrizione del drammatico, crescente marasma determinato dall’incalzare interminabile della pioggia. A parlare è una giovane vittima, una fanciulla che si stava preparando, gioiosa, per una uscita serale col suo ragazzo e, tutt’a un tratto, si vede travolta dagli eventi (Una pelle perfetta, v. 18 ss., p. 17):

Questa pioggia insistente
che aumenta d’intensità che grida.
Chi grida nella strada?
Non si vede nulla per la pioggia.
E quel grido. Corro.
Dove vado?
Un ingorgo. Forsennato suono di clacson.
Ecco la cascata è vicina.
Grido.
Mi afferra come un amante.
Mi strozza come un amante.

Da notare qui come, per la ragazza innamorata, la cascata di fango si animi e diventi un amante assassino!

Comprensibilmente differente è la scrittura nei versi che ci presentano lo status dell’ambiente naturale quando ancora le campagne non si erano spopolate per la massiccia emigrazione verso il Nord industrializzato. Lo attesta in primo luogo il componimento Magna Mater (p. 11):

La montagna che ha nutrito querce secolari e larici
pini ombrelliformi che ha ospitato
terrazzamenti – immane fatica dell’uomo –
in cui sbocciavano vigne dai grappoli d’oro o spighe di grano
ora implume
uccisa dall’acqua che nel terriccio dilava
crolla
ormai morta.

Com’è facile vedere, qui il periodare è ampio e notevolmente articolato e la scelta lessicale non disdegna affatto l’impiego di espressioni, immagini e vocaboli estranei al linguaggio corrente, elementi ricercati e tipici dell’uso letterario-poetico (ombrelliformi, implume, dilava; ha nutrito querce, sbocciavano vigne dai grappoli d’oro).

Periodi più o meno lunghi ricorrono ovviamente pure altrove, per esempio nella descrizione/evocazione del mitico passato nel quale la Sicilia era abitata dal dio Apollo (Sole), ai cui buoi essa dava nutrimento, e veniva di tanto in tanto visitata da Zeus e dalle altre divinità olimpiche: si veda la prima parte (vv. 1-16) di In macelleria (p. 27).

Altrettanto si può dire per le prime strofe di La danza dei delfini (pp. 30-31). Andamento sintattico piuttosto ampio, con frequente impiego della subordinazione, si riscontra non di rado nei già menzionati “Cori”, nei quali a volte il tono alquanto s’innalza e l’espressione si fa più letteraria e ricercata, con la conseguente creazione di un significativo ‘scarto’ rispetto alla lingua della prosa e, ancor più, rispetto alla lingua d’uso. Di ciò offre testimonianza il già menzionato Coro delle piante (p. 38 s.), vv. 7-34:

Dove siete alberi secolari ghirlande di monti
alberi che ergevate le fronti superbe su colli
e che neanche la folgore riusciva a spezzare
che incutevate timore alla pioggia
e che le trombe d’aria non potevano a sconfiggere?
Dove siete?
Noi piante distrutte dal nubifragio vi invochiamo
Dove sono quei contadini che per secoli
hanno aggiustato le terre di montagne
come le madri rincalzano le coperte ai figli
perché nel sonno l’aria non li sfiori?
La civiltà del Nord li ha risucchiati:
lì al martello pneumatico lì alla catena di montaggio
lì alle industrie di coloranti lì a maneggiare l’amianto
lì a morire a Marcinelle lì a sopportare i soprusi
delle genti che non tollerano gli indesiderati
lì a essere ingiuriati maccaroni
spaghetti e pizza.
E loro non sono più tornati.
Hanno dimenticato noi piante di montagna
che avevamo radici superbe e manti regali
di infiorescenze e foglie
nidi di uccelli canori
musica stormente di rami:
noi custodi della montagna.
E la montagna impudica mostra ora
venature e nervi
calva non può più difendersi dall’assalto di corvi
che fiutano odore di morte.

Espressioni come secolari ghirlande di monti (v. 7), ergevate le fronti superbe (v. 8), radici superbe (v. 27), manti regali (v. 27), uccelli canori (v. 29), musica stormente di rami (v. 30), montagna impudica (v. 32) sono manifestamente tipiche dei testi poetici di livello medio-alto.

Molte altre cose si potrebbero ancora dire su Morte annunciata, che non per nulla sta suscitando tanto interesse. Noi però preferiamo fermarci qui, ritenendo che quanto osservato sia già sufficiente a dare un’idea abbastanza definita dell’ultima fatica poetica di Mirella Genovese. Solo una cosa ci pare il caso di aggiungere, un auspicio: che questo libro possa avere moltissimi lettori (e acquirenti/sostenitori!). Lo merita per i positivi valori di cui è portatore (solidarietà, sensibilità, cultura e poesia) e per le nobili finalità civili e socio-umanitarie che persegue (dare testimonianza di verità su cause e responsabilità circa il disastroso evento (prevedibile ed evitabile!) e contribuire concretamente, con i ricavi, alla “salvaguardia del territorio messinese colpito dall’alluvione e degli abitanti in esso residenti”).

Recensione
Morte Annunciata
poesia 
Autori
Mirella Genovese
Edizione:
Lions Club Barcellona Pozzo di Gotto
Barcellona Pozzo di Gotto 2010

Presentazione del prof. Francesco Calderone. Prefazione del dott. Francesco Borgia. Nota dell'autrice. In copertina opera di Mirella Parisi - pp. 44

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Cultura e Prospettive nr.9/2010
 

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