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Attraversandomi

Certamente Angela Greco non è la prima poetessa a dialogare con il linguaggio fotografico. Ma nell’offrire al lettore versi e immagini della sua Roma (città elettiva per l’autrice di origini pugliesi), la Greco supera il rapporto binario, e talvolta didascalico, che spesso connota il consueto abbinamento, scrivendo per immagini e fotografando con le parole. In una sorta di mimesi con il suolo e i monumenti della città, l’autrice ci coinvolge in un vero e proprio rapporto erotico in cui la passione nasce dalla pietra e sulla pietra si riversa.

D’altronde il viaggio tra le vie di Roma è compiuto da una parola reificata (“… l’inchiostro assomiglia moltissimo al sangue”), così da far emergere in tutta la fisicità l’esperienza dell’attraversamento.

Una versificazione ampia, che pare riprodurre il passo della promenade, ci accompagna alla riscoperta di un tempo ulteriore, fluido. Confessava Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, che a Roma viveva “in una luminosità ed una quiete” di cui ogni traccia era perduta. La Greco svolge un’azione di recupero di quella luminosità, di quella quiete. Non siamo del tutto d’accordo con chi ritiene che questi versi presentino una spiccata natura metafisica. Ci troviamo, in realtà, al cospetto di una risonanza tra le frequenze del tempo impresso nella storia e il corpo che riceve quelle onde. Il piano tuttavia rimane orizzontale, anzi diluito ad immergere e far immergere il lettore in un liquido estremamente salino, che permette di galleggiare senza sforzo. Non deve ingannare una percezione del tempo, come abbiamo scritto, che prende le distanze dalla quotidianità nel rispetto dell’osservazione. Non si tratta, infatti, di trascendenza, bensì di presente, eterno presente di cui proprio la città eterna diviene simbolo e allegoria ad un tempo.

Se a parlare è la città stessa siamo tutti invitati nel suo utero, quasi a rigenerare per opera di una grande madre la nostra individualità e a porre questa in relazione con l’altro, nel segno di un respiro comune evocato dalla Greco che in fondo non è altro che la prima, rituale missione della poesia, ovvero il recupero dell’armonia tra il cuore umano e il ritmo primordiale della creazione, lo stesso che detta la risacca, lo stesso che - muto - vibra nella storia della materia.

Recensione
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