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Colori e Suoni nelle Parole

La poesia di Franca Maria Ferraris un vibrante slancio verso l’assoluto, la materializzazione di una ricerca interiore che si rivolge a quell’aspetto dell’ignoto che si traduce in una profonda e spontanea apertura verso il divino.

“Un cancello si apre cigolando / sul viale dei platani al tramonto / e i fuochi serali si riaccendono / a illuminare questo punto del mondo, / lo Zenit di un paesaggio che sconfina / oltre le ombre di sabbia lungo il fiume / oltre il rovo nel niveo candore”: l’immaginario dell’autrice si slancia a comporre una natura che si trasfigura in paesaggio metafisico, staccato dalla percezione terrena per identificarsi in un momento ideale, senza tempo.

Un bisogno, quello del rapporto con Dio, che alimenta tutta la lirica di Franca Maria Ferraris senza mai indulgere in un facile sentimentalismo, ma rinnovando ogni volta la sensazione di una nuova scoperta, un nuovo modo di percepire il divino.

“Mi faccio terra con occhi di argilla / in un volto con labbra di acqua, / mi calo nell’oblio del suono alla risacca,  / mi trasfiguro nell’amante segreta / che attende l’amato sulla sponda. / Un amato che abbia nel cuore / una pura scintilla divina”: scintilla che insieme miccia di passione, ma anche di riflessione intima e magnetica, da cui il lettore attratto e visceralmente coinvolto.

Il sentimento “non sentimentale” della poetessa raccoglie allo stesso modo la purezza e i limiti umani, il desiderio di una eterna salvezza e lo sgomento di un viaggio terreno spesso contraddistinto da violenza e incomprensione; pure Franca Maria Ferraris coglie il miracolo del tempo “eterno”, e dei suoi simboli, per riannodare i fili del rapporto con Dio, immanente in ogni istante dell’esistenza. Un viaggio scandito dalla bellezza dell’abbandono nel grembo celeste, in cui una Gerusalemme agognata si compie la trasfigurazione della salvezza, l’approdo per tutti gli, inconsapevoli o meno, viandanti.

Recensione
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