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Dense parabole incendiarie

La raccolta di poesie che qui si introduce costituisce un corpus di riflessioni in versi che hanno prevalentemente ad oggetto il tempo, inteso come spettro attraverso il quale guardare alla propria finitudine e ai contorni sfumati del passato, e, in ragione di ciò, per significare quanto dal tempo stesso rimanga e affiori come elemento degno di nota.

Difatti, se è vero che una componente ciclica rinnova il medesimo smarrimento stagione dopo stagione: “Una nuova primavera / avanza / e con essa l’antico / smarrimento.”, proprio il progressivo ampliamento dei cerchi temporali intensifica il filtro sempre di più e fa sì che, con la maturità, si apprezzi anche ciò che altrimenti sembrerebbe irrilevante: “Basta poco, talvolta, / per godere la vita:” e poi una lista di semplici parentesi di felicità come il sorriso di un bambino, il raggio del sole, un viale di cipressi…

L’uomo si illude e spera e anche in questo la poesia offre conforto, consentendo di fissare in versi ciò che altrimenti sfuggirebbe: “Chissà se è possibile / rivoltare la clessidra del tempo? / E rivivere i giochi d’infanzia, /i brividi dell’adolescenza, / le avventure d’amore?”. E più oltre “Vano e futile vaneggiare…”.

La classicità della poetica di Tavčar rende questa scrittura sempre attuale, dacché il canto rinnova l’eterno incedere dell’uomo lungo la linea che sta a metà tra la terra e il cielo, proprio quella linea che la penna segue e sa seguire in chi si pone all’ascolto della natura propria e altrui.

Recensione
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