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La poetica di Zanon inclina all’elegia e al crepuscolarismo, eleggendo i luoghi meno vissuti, la campagna, gli elementi di una vita e di una natura - spesso lontane dal vissuto quotidiano caratterizzato dalla frenesia cittadina - quale rifugio e scrigno di una dimensione, per l’appunto, sublimata.

In tal senso l’esperienza letteraria del nostro non lo rende dissimile da una “cordata” novecentesca che comprende, tra gli altri, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Giovanni Giudici. Ciò che emerge da molti dei testi raccolti è un senso di sfumato isolamento, quasi che tra la dimensione del presente e quella del passato, al pari degli altri autori citati, il poeta rimanesse sospeso in una sorta di limbo: “Una barca giace aspettando / il rematore che salga / per attraversare l’ultimo fiume / da una riva all’altra / sotto un cielo di stelle.” (laddove per barca voglia leggersi poesia e per rematore il poeta).

Il simbolismo quasi animistico che caratterizza la scrittura di Zanon rimane sempre tinto di nuance molto riconoscibili perché appartenenti al quadro di riferimento, così da non chiudersi mai nella piega criptica dell’ermetismo: “L’amore / è la solitudine di quell’albero / fisso a guardarmi lungo la via / mentre con malinconia/ una ad una le foglie / in abbandono lascia cadere.”.

Sono testi che si lasciano leggere con molto piacere, che offrono allo stesso tempo consolazione e ispirazione, salvo, alle volte, sorprendere per una sorta di corto circuito che si crea tra visione e realtà, laddove il poeta si immedesima in ciò che scrive e lì, in estrema sintesi, si annulla, disorientando così il lettore che dinnanzi all’arte non può e non deve assuefarsi: “I girasoli nell’orto ben curato / seguono il flusso del giorno /abbracciati all’estate, ma prigionieri del recinto /sentono negarsi quasi rassegnati la libertà.”.

Recensione
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