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Eratoterapia

Erato è la musa della poesia amorosa: ergo, il titolo scelto da Roberto Mosi evoca la potenziale capacità terapeutica della scrittura in versi. Niente di nuovo, ma ovviamente occorre spostare l’attenzione sull’elemento presupposto: a causa di quali patologie dobbiamo ricorrere alle cure della poesia?

La risposta non è esplicita. L’autore non dichiara mai quale fattore esterno determini il muoversi della penna. Dobbiamo quindi cercare nei versi stessi la ragione della loro scrittura. La prima malattia che traspare è l’assenza di riferimenti, di luoghi in cui trovare dimora, in cui trovarsi “a casa”. Così, almeno, leggiamo i diversi testi dedicati a luoghi fisici, in prevalenza ubicati nella città di Firenze - dove l’autore vive, che configurano una mappatura trasparente ma solidissima in cui non soltanto Mosi, ma anche, con lui, il lettore finisce per ritrovarsi, scongiurando il disorientamento provocato dai tanti non-luoghi, come li definisce Mosi, declinando un termine tanto caro a Michel Foucault.

La seconda malattia è la solitudine cui ci costringe la monotonia di ogni giorno, motivo per il quale cercare, nell’arte, la migliore emancipazione. Leggiamo in Parola-poesia, in cui riecheggia la lezione di Mario Luzi del “Battesimo dei nostri frammenti”, “Vola sulle ali / della voce / parola – poesia / oltre la monotonia della vita.” Una sorta di viatico e benedizione allo stesso tempo, che cattura la bellezza e la restituisce sotto forma di nuova bellezza.

Infine, la poesia deve guarire da se stessa. Il primo testo della raccolta: “Il nonno lavora?” / “Sì”. “Che lavoro fa?” /“Fa il poeta”. / Non è colpa mia / se Anna crede questo, / del nonno.” La poesia che assolve la colpa di praticarla, come un destino ineluttabile, o come una presunzione che si trasforma in assunzione di responsabilità, laddove si fa carico della voce degli altri per trasformarla in canto. Non a caso Erato è anche la musa del canto corale.

Recensione
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