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Fine del primo tempo

Il romanzo di Federico Montanari è concepito su un doppio binario cronologico ed emotivo.

Da una parte la presa diretta sul tempo presente, connotato dal ritorno del protagonista presso la famiglia di origine, ed in particolare al capezzale del padre morente. Dall’altra il recupero del passato a partire proprio dal rapporto padre-figlio, snodo di scontro generazionale che di passaggio in passaggio funge quale testimone alla formazione, e al romanzo di formazione, che in tal guisa viene a configurarsi, del protagonista.

Gli studi, l’amore, la lotta politica, l’esotismo della terra straniera ed il rientro, l’epos della rivolta studentesca e l’inclinazione di una sensibilità artistica verso pieghe lontane dai voleri paterni, l’illusione e la disillusione. La scrittura e la vicenda umana vengono a formarsi insieme. Nella scrittura di Montanari manca una focale a distanza, tanta è la partecipazione e lo sforzo di trasparenza rispetto agli eventi narrati e, almeno in buona parte, così si suppone, realmente vissuti.

Ovviamente l’aderenza biografica alla narrazione fa sì che l’artificio retorico trovi campi limitati di azione, ma se un libro deve dialogare con il lettore sicuramente questo romanzo non può non coinvolgere chiunque abbia nel proprio animo e nel proprio percorso esistenziale provato il gusto dolce amaro del conflitto genitoriale, con l’allontanamento e riavvicinamento che questo comporta.

Nel percorso a ritroso inscenato dal protagonista, si percepisce non soltanto la nostalgia verso un età ricca di entusiasmo, aspettative, scoperte, ma anche il rimpianto per un rapporto che nello scontro poteva valorizzare maggiormente l’incontro. Il padre che ora manca poteva essere recuperato allora. Certo, è l’autore stesso a fare auto-critica mettendo in scacco il famigerato “senno del poi”. Eppure, in chi legge e, siamo sicuri, in chi scrive, rimane in gola un ultimo richiamo che è il motivo per il quale, confessiamo, la lettura di queste pagine ha tradito commozione.

Al di là delle vicende narrate, un libro che a qualcuno potrà insegnare, ma certamente a tutti ricorda l’importanza di essere padre e l’importanza di essere figlio, e quanto il pianto sia infinitamente più liberatorio del rimpianto.

Recensione
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