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Il moto perpetuo dell'acqua

Non c’è connessione fra paesaggio e pensiero, se non c’è una lingua per dirlo e soggettivare la più obsoleta oggettività delle cose e quando questa connessione nasce, s’invera una impressione di passato relativo, il remoto della lingua in una apoteosi di brevi slanci a lingua futura. Ne Il Moto perpetuo dell’acqua a stringere maglie di assoluta lateralità, è la letteratura che s’incarica di tenere nel paesaggio le strutture integre di una lingua franta, mobile, dubbiosa.

Il moto perpetuo è il moto della lingua, del costrutto onirico e materico, un dialogo fra la cogenza del tempo e la sua ripetibilità immaginifica.’ E’ questa brezza marina che figlia l’assiduo frusciare del mare’, ecco che l’idea di una natura che figlia, che genera una incessante lavorìo della storia e del tempo diventa linguaggio visivo, opera plastica che si misura con il continuo e ininterrotto sguardo dell’altro, il lettore, l’autore che si scinde nella pluralità delle metamorfosi, e la natura stessa che costruisce punti di vista insondabili per la mente, e riconoscibili per la memoria.

Il moto è il movimento della parola biologica che intesse con lo scenario una dialettica pensosa e porosa, dentro la quale si intagliano possibilità di ulteriori punti di vista sull’esistenza e la resistenza del soggetto nel magma oggettivo e dell’oggetto nell’immersiva soggettività.

‘Come negli anni una fatica torna
nell’incessante moto, nelle pieghe
del flutto, Eccede l’orlo della cresta
rabbiosa al largo – al di sopra e di sotto
l’onda il coro di preci, degli ex voto’

Ecco che un mondo atavico, una preistoria dei sensi e delle credenze si affaccia all’orizzonte di attesa, escludendo di concedere consolazioni al tempo e al moto ma includendo la critica alla stagnante ripetizione dei simboli privati del loro stesso portato di esperienza e conoscenza.

La fatica che torna non è solo la fatica dell’uomo davanti al tempo che passa, ma è la gravità delle cose disperse per straniamenti e perdite, la fatica di ritrovare la matrice originaria in un divenire che ci renda come il ‘maroso che germina’. L’autore pare scegliere di continuo la posizione più scomoda per prelevare dalla memoria la conoscenza dell’oggi, la sua esperienza è messa sotto scacco da una lingua elevata e difficile quanto la gravità del dire in un mondo dell’agire senza pensiero.

Da queste sproporzioni si genera la costruzione della lingua di Vailati, còlta, infrangibile se lanciata nella sterilità dei linguaggi (anche letterari) comuni, e per questo inossidabile, che resiste, che ha la durata delle maree e delle gocce. Una lingua, dunque, che conosce il moto come movimento e come abisso, come salvezza e come precipizio. Il moto della poesia, che scardina lingue morte e le rende vive, in un intreccio di apparenze e residui, di reperti della conoscenza e feticci del sogno, di movimenti dell’essere mentre diventa non essere.

Il moto perpetuo dell’acqua ci ricorda quanto lasciamo e quanto di questa perdita si fa lingua nuova e perpetua.

Recensione
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